L’uomo senza il fiore in bocca: una conversazione con Gabriele Lavia al Bif&st 2021

Che grande colpo di scena al Bif&st 2021. Il Festival continua a parlarci di questo nostro tempo, soprattutto di quello che non vorremmo vedere e sentire, del rischio che stiamo correndo tutti di diventare quello che non vogliamo e di non riconoscerci più e lo fa anche attraverso qualcosa di inaspettato: Gabriele Lavia avrebbe dovuto presentare L’uomo dal fiore in bocca, il film tratto dall’omonimo atto unico di Luigi Pirandello, una produzione che ha coinvolto maestranze pugliesi. E invece no, invece, siccome «i film appartengono ai produttori e non ai registi», come spiega lo stesso Lavia dal palco del Teatro Piccinni, il film non viene proiettato, lo schermo resta bianco la sera del 28 settembre.

Felice Laudadio

Ed ecco il grande colpo di scena: Felice Laudadio e Gabriele Lavia, in questa sera di fine settembre che finalmente comincia ad essere autunnale, organizzano qualcosa per superare un momento che potrebbe sembrare di pura decadenza. Organizzano una perfomance che chiamano L’uomo senza il fiore in bocca con estrema ironia, ciò che viene fuori è una serata che sta in bilico tra il meta-cinema, il meta-teatro e la meta-conferenza stampa del film del quale siamo stati privati.

La privazione. Se non ci fosse il non-essere, spiega Lavia in quella che diventa una vera e propria lezione di Teatro e di Cinema, il gioco non sarebbe così divertente, non ne varrebbe la pena, perché senza la privazione non c’è il bisogno, senza il bisogno non c’è la vita. Aristotele. Eschilo che torna dalla battaglia di Salamina a quarant’anni e viene accolto da Sofocle bambino, bambino bellissimo e prodigioso che guida il coro degli efebi mentre, narra la leggenda, in quello stesso momento nasceva Euripide. Senza la civiltà sublime, quella dei Greci che credevano nel mistero, noi non esisteremmo. Anzi, abbiamo perduto la loro grazia, quella consapevolezza di essere guardati da ciò che guardiamo. Se ci affacciamo sull’abisso, l’abisso ci penetra restituendoci lo sguardo. Lavia ci offre questo scampolo di consapevolezza sull’impossibilità del recitare (e del vivere? del vivere comme d’habitude?) e ci mostra come riappropriarci del Teatro a partire dal luogo, dal senso che il luogo deve avere per la comunità: perché hanno montato i faretti in quel modo, con quei tubi di metallo così volgari messi sopra gli stucchi andando a compromettere un restauro ben fatto, si chiede e ci chiede con la stessa cura con cui parlerebbe, probabilmente, del corpo di un amico che ha subito un’operazione.

E come sta messo il sipario, cortino, eh, hanno un po’ risparmiato sulla stoffa, e che gradazione di rosso hanno usato, vedere? Non male, ci dice, non male. Sapete che prima, una volta, per i latini si chiama velarium: il disvelamento del mistero, ecco a che serviva. E sapete perché il sipario è rosso? In onore di Sofocle, prima era nero: così lo spettacolo cominciava con il velo nero che si sollevava e si chiudeva con l’oscurità della notte. Ma è diventato rosso per il sangue di Edipo. Per il sangue che sgorga rosso e nero dai suoi occhi accecati. Ma solo perché cieco Edipo può andare alla ricerca di se stesso fino in fondo.

Gabriele Lavia

Solo perché morente, del resto, l’uomo dal fiore in bocca cerca la vita. «Per questo film abbiamo lavorato anche in una stanza tutta verde, tre settimane di riprese in totale, un film che sono certo oggi non dimenticherete proprio perché non lo avete visto. Io forse lo vedrò nell’aldilà, quando lo metteranno all’una di notte su Rai5 per ricordarmi. E dirò, ah, quella scena potevo tagliarla! Ma lo schermo resterà bianco oggi, perché il Cinema è un abracadabra, il Teatro è physis, presenza».

E, infatti, è da questo non esserci del film che comincia la nostra conversazione. Anzi, comincia con un gioco, perché Gabriele Lavia, oltre ad essere un Maestro (guardandolo e ascoltandolo sul palco del Piccinni c’era proprio da prendere appunti se si vuole insegnare il Cinema e il Teatro a scuola o in Università oggi), è anche un grande interprete dell’umorismo di Pirandello, è lui stesso un uomo con un profondo senso dell’umorismo. Così il gioco della nostra conversazione è questo: facciamo finta di non sapere che c’è qualcosa che ci manca, ignoriamo la privazione e guardiamo al momento presente, continuiamo a fare il punto, perché di fatto questo è la serata L’uomo senza fiore in bocca, un modo per tirare le somme.

Che momento è questo, cosa abbiamo?

È un momento di sbandamento per via di questo contagio. Siamo tutti spaventati, abbiamo la mascherina, rischiamo sempre di prenderci questo virus. Che sarà stato in un barattolino, forse, in qualche laboratorio. Il barattolino è caduto e “Oh… cazzo!” [Lavia riesce a costruire un momento di teatro anche durante una conversazione, avreste dovuto vedere come mi ha raccontato il virus che si libera dal barattolo, ndr] Forse non finirà mai più, forse io non arriverò a vederne la fine, forse tu sì… chissà. Forse troveranno una pillolina, sicuramente non potranno ucciderlo il virus. È stato un vero guaio, è un vero guaio che ha cambiato il Mondo e ha ferito soprattutto quelle attività che hanno bisogno degli altri. Il Teatro. Ma il cinema non si vede più nelle sale cinematografiche da anni, da prima del Covid-19. Questo perché è una tecnica superata il cinema, almeno quello dei miei tempi. Uno adesso se lo fa da solo con il telefonino, mi dispiace, ma che posso farci? La tecnica cambia. Del resto, perché dovrebbe durare per sempre? Non c’è più la macchina da presa come una volta, non c’è la pellicola e per me il cinema è morto in quel momento, nel passaggio al digitale. Basta, finito. Peccato, eh. Ci sono le fiction. Quelle non muoio perché sai, il peggio…

Non muore mai?

Eh, sì. E secondo me le fiction riusciranno anche a peggiorarle. Che corrivo, quando le guardo. A Napoli dicono così: corrivo. Ma pazienza. Oramai non si va più in guerra con l’arco e le frecce, i Talebani non hanno usato l’arco e le frecce. Cambia la tecnica e la tecnica del Cinema con cui sono cresciuto io è superata. Il Teatro non è un logos, utilizza i logoi, ma è una physis, una presenza. Poi i Greci poetavano tutto: la sedia, il palco, l’albero. Poetare per noi significa un’altra cosa, per pochi, elitaria, distante dalla realtà, per loro era tutto, faceva parte della verità del mistero. Dunque, che cosa è il Teatro: presenza. Di chi? Dello spettatore e dell’attore. Il Cinema no, il Cinema è la presenza di una assenza. Lo schermo è un’assenza. Tutto quello che accade lì…

Non c’è.

Il pubblico in quel momento, da un punto di vista profondo, non c’è, giusto. «Scrivimi una storia che prenda lo spettatore per le palle e lo trascini dentro lo schermo» diceva un produttore al suo sceneggiatore, ma questo succedeva una volta, tanto tempo fa.

Quello che accadde, più o meno, con Quarto potere.

Già e questo racconta da un punto di vista filosofico la funzione del Cinema: operare una sparizione dello spettatore dalla platea alla carica dei seicento che sta riempiendo lo schermo.

Quello che accade a Serafino Gubbio operatore, Pirandello gli fa perdere la voce, lo riduce al silenzio di cosa.

Sì, Pirandello è un genio, per me è il più grande espressionista di tutti i tempi. Come quando ti dice che sta lì, nello studio, e i personaggi arrivano per farsi ricevere da lui. O come quando deforma i volti, vedrei bene un Mattia Pascal fatto dalla Disney con la tecnica che si usa oggi, quell’animazione che si fa al computer, pura matematica che non ha nulla a che fare con il disegnare i cartoni animati. Ecco, un’altra tecnica che è cambiata. E Pirandello non poteva che fare questo, dircelo subito: il Cinema è assenza, sparizione di chi guarda. Ma ora quel giochino, il giochino del cinema che conoscevamo fino a qualche tempo fa, è morto per sempre. Il Teatro non può morire, invece, non è assenza. Ha bisogno della presenza. Lo spettatore è attivo a Teatro. Certo, qui c’è sempre un problema politico, di politica che tende al basso nelle scelte, in provincia come altrove. È rimasta questa cosa: se vuoi fare il cinema devi andare a New York o a Parigi. Se avessi voluto continuare a disegnare, perché secondo me ho sbagliato mestiere, avrei dovuto scegliere l’America. Puoi farlo anche qui il Teatro. Ma non è Berlino, non è Londra. Lì il Teatro non glielo puoi toccare. Hanno avuto Shakespeare. Noi abbiamo avuto Goldoni, ma qui non sanno nemmeno chi sia. È un Paese troppo ignorante il nostro. Troppo, troppo, troppo. È impressionante. Ci sono testi più complessi, senza dubbio, che il pubblico non è più abituato a seguire, ma perché il livello culturale medio in questo Paese è molto inferiore rispetto a quello di una volta, questo è il problema. Non so perché. È una questione di insegnanti che non sanno più insegnare, di materie? Devono leggere. Devono scrivere. E con la stilografica! A proposito, guarda questa. [Estrae dal taschino una penna stilografica nera con decorazioni dorate, lucente come onice, ndr].

Una meraviglia di Omas.

Ma guarda, guarda, il pennino ha due ori diversi: oro bianco e oro rosso. Questa l’ho presa a Verona, una sera. Io ci passerei la vita a guardare la vetrina di quel negozio. Questa è una Omas che scrive in un modo… e faccio certi discorsi con i pennaioli, io.

Se hai una buona penna scrivi anche cose molto buone, una volta si diceva così.

Sì, sì, è così [il consiglio per l’acquisto della miglior penna stilografica, però, non ve lo rivelo, non ve lo dico qual è il miglior pennino del mondo per Gabriele Lavia, ndr]. Non scrivo mai al computer, scrivo a mano. Sì, le cose vengono meglio. E poi decido. Decido. La mattina apro il cassetto delle penne e decido quale usare. Anche a Trieste c’è un negozio che starei a guardare per ore.

Torniamo da Pirandello, allora? Anche l’uomo dal fiore in bocca ha una passione per le vetrine dei negozi, no?

È un film tratto da un’opera teatrale, con solo due attori di sesso maschile e con un’ombra di sesso femminile. Non è una storia per il Cinema. Anche se quando lo rivedo non mi vergogno di averlo girato. Ho fatto dei movimenti di macchina interessanti, in fondo è scritto come un film d’azione. Per essere la storia che raccontiamo è venuto molto bene, magari lo considerano come un film sperimentale perché si parla, i personaggi parlano. Certo, se lo dovessero prendere ad esempio… poi avrebbero bisogno di sceneggiatori che sanno scrivere per farne altri come questo. Però, a meno che io mi sbagli, non è un film popolare.

E forse, in ogni caso, oggi in Italia fare un film popolare è quasi impossibile e per tante ragioni.

Ma sai, credo che non ci siano i produttori in grado di capire che cos’è il popolare oggi. È una cosa complessa e profonda, il popolare. Il problema del Cinema non sono i registi. Sono i produttori. Non c’è ancora la tradizione di avere produttori colti in Italia. È un problema culturale. Ma non è un problema per me, oramai a ottant’anni il futuro, la parola domani, sono cose che guardo con curiosità. Ho male dappertutto. Chissà se muore prima l’anima del corpo.

È una buona battuta per uno spettacolo o per un film, questa.

Sì, per un film di Bergman, se vuoi. Sarà perché ho parlato qualche secondo con lui quando facemmo Scene da un matrimonio. Me lo fecero salutare: al nostro spettacolo finalmente il pubblico rideva, come voleva lui, gli attori tedeschi non gli piacevano proprio, non sapevano far ridere il pubblico, ma è anche un problema di lingua. Poi ne feci una versione televisiva, ecco, di quella non mi pento né mi vergogno. Fu un buon lavoro. L’uomo dal fiore in bocca è condannato a morire e cerca di essere solo, si allontana dall’ombra della donna, rifiuta di essere curato, ma è anche un simbolo, in Pirandello, di tutti gli uomini.

Tant’è che la novella da cui è tratto l’atto unico si intitola La morte addosso.

E non c’è alcuna differenza testuale tra quell’atto unico e quella novella, sono identici. Nella versione teatrale avevo aggiunto qualcosa, qualcosa che ho preso da altre novelle e da altri scritti. Nascere è la prima grande tragedia. La vita è il suo fallimento, da fallere, cadere. La vita è una caduta, un precipitare della tragedia nel peggio, questo dice Pirandello. Anche solo perché si invecchia e poi si muore. E questo è ciò che l’uomo dal fiore in bocca non accetta. Per questo guarda la vita degli altri.

Come in un’altra novella, Il lume dell’altra casa.

Sì, anche quella bellissima, la conosco. E penso, sai, che Pirandello ad un certo punto un piccolo suggerimento me lo abbia dato proprio mentre giravo. Ho trovato una lucertola morta sul set. E così l’ho messa in scena con noi. Allora ad un certo momento c’è il pacifico avventore che si sta togliendo le scarpe, una piccola cosa aggiunta. [Lavia mi fa letteralmente vedere la scena, la gioca, ndr]. Cosa c’è qua, cos’è? Chiede il pacifico avventore all’uomo dal fiore in bocca. E che cos’è, è una lucertola. Una lucertola morta. E non la tenga lì, la metta in un angolo, così non la vediamo. Però sappiamo che c’è la lucertola morta. Un altro simbolo. La morte c’è, anche se fai finta di non vederla o di non pensarci.

Il titolo dell’incontro di ieri, L’uomo senza il fiore in bocca, mi ha fatto pensare ad un altro grande spettacolo che non c’è stato. Il giardino dei ciliegi con Mariangela Melato.

Ah, sì, purtroppo sì. Mariangelina. Avevo disegnato già la scenografia. Molto semplice, un telo.

Il disvelamento del mistero.

Sì, un telo. Cadeva in platea, basta. Un vecchio fondale, come abbandonato sul palcoscenico, un mondo vecchio che alla fine non c’era più. E basta. E poi la recita. Ma non posso rifarlo il Giardino, troppi attori, non sono riuscito nemmeno a fare Tre sorelle quando ero a Firenze. Avrei voluto rifare Gabbiano. Troppo complicato oramai, l’anno prossimo faccio Il berretto a sonagli. Un’edizione un po’ strana, molto grosso come spettacolo, complicato. Stiamo a vedere. Vado a fare la valigia.

ARTICOLO E FOTO DI IRENE GIANESELLI

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