Antonietta Curci propone la laurea honoris causa in Psicologia per Lino Guanciale. E il teatro entra, finalmente, dove merita: nello spazio istituzionale della formazione. All’Università di Bari, l’incontro “Il Teatro (mi) fa bene” diventa l’occasione per riconoscere nell’attore non una celebrità da omaggiare, ma un intellettuale della scena. Reduce dalla toccante interpretazione di Mario Tobino ne Le libere donne, Guanciale porta in Ateneo un’idea della cura, della cultura e dell’educazione come relazione.
Il teatro, quando è preso sul serio, non consola soltanto: educa. Non addomestica le emozioni: insegna ad attraversarle. Non offre scorciatoie al dolore, ma una grammatica per non trasformarlo in violenza verso gli altri.

È questo il nucleo più vivo emerso il 14 aprile 2026, alle ore 10.00, nell’Aula Magna “Aldo Cossu” di Palazzo Ateneo, dove l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro ha ospitato Lino Guanciale per l’incontro “Il Teatro (mi) fa bene”, promosso nell’ambito del Progetto MoEBIUS e dedicato al valore della scena come strumento di benessere personale, crescita emotiva e consapevolezza.
La notizia è che la prof.ssa Antonietta Curci, Delegata del Rettore ai Servizi agli Studenti, al Diritto allo Studio e al Counseling Psicologico, ha proposto al Magnifico Rettore Roberto Bellotti una laurea honoris causa in psicologia a Lino Guanciale durante l’incontro. Un suggerimento tutt’altro che mondano o strumentale. Non si tratta di premiare la notorietà di un attore, ma di riconoscere nel lavoro teatrale e cinematografico una forma rigorosa di conoscenza dell’umano.
E allora il rilancio viene quasi da sé: con la Psicologia, anche la Pedagogia.
Guanciale non è soltanto un interprete. È, nel senso più serio del termine, un formAt(t)ore: un artista che usa la scena come luogo di costruzione della coscienza, della comunità, del pensiero critico. Lo mostrano i suoi percorsi con Claudio Longhi ed ERT – Emilia Romagna Teatro, la Scuola di Teatro Iolanda Gazzerro di Modena, progetti come Il ratto d’Europa. Per un’archeologia dei saperi comunitari (2013). Lo mostra, soprattutto, la sua idea di teatro: politico non perché propagandistico, ma perché rivolto alla polis.
Chi scrive osserva Lino Guanciale da anni con una gratitudine non neutrale: colgo l’occasione per ringraziarlo pubblicamente, lo faccio da ricercatrice prima che da giornalista culturale. Da dottoressa di ricerca in Psicologia, formata proprio all’Università di Bari (passando anche per la Pedagogia Speciale, per quanto mi è stato concesso) un anno fa discutevo una tesi di dottorato dedicata a Attraverso lo specchio, un nuovo training metacognitivo messo alla prova empiricamente negli istituti tecnici e professionali pugliesi, costruito intorno al Manifesto per un nuovo teatro (1968) di Pasolini. Il dettaglio autobiografico sarebbe irrilevante, persino sentimentale e quindi stucchevole, se restasse decontestualizzato, cioè fuori dalla relazione con ciò che Guanciale ha proposto oggi in Università. Spero, quindi, che il livello aneddotico possa parlare a chi, più giovane, oggi sedeva nell’Aula Magna con qualche dubbio sulla propria vocazione alla ricerca o al teatro: due forme diverse, eppure sorelle, di una stessa fedeltà al vero. La mia ricerca incontrò il pensiero di Guanciale non come un semplice contributo “da esperto”, utile ad arricchire o legittimare la mia tesi, ma come una rara forma di intelligenza pedagogica applicata alla scena. Quando lo intervistai, le sue parole mi diedero forza proprio nel momento in cui temevo che il mio progetto fosse un errore e mentre veniva respinto dalle pedagogie tradizionaliste, trovando una sua concretezza grazie alla Filosofia dell’Educazione e alla Psicometria che potrebbero sembrare entrambe discipline lontanissime dalla pratica teatrale e cinematografica.

Lo ricordo qui per testimoniare con gioia che quell’intuizione (di Pasolini e, in parte, anche mia) del teatro come dispositivo di consapevolezza, autoeducazione e comunità, oggi sembra trovare nell’Ateneo barese una casa possibile. E che questo accade, ancora una volta, sempre grazie a Lino Guanciale.
Rileggendo quel nostro incontro, che qui cito per metodo e non per merito, Guanciale formulava con limpida precisione il cuore del mestiere teatrale che oggi ha ribadito con uguale passione e rigore:
“Attrici e attori devono tenere sempre presente quando lavorano che fanno un atto politico, in senso proprio etimologico: parli dal palco a una parte statisticamente apprezzabile della società. Puoi non porti il problema, ma compi in ogni caso un atto politico.”
È qui che il teatro diventa pedagogia: quando obbliga chi lo pratica e chi lo guarda a non eludere la responsabilità del proprio sguardo.
Nel dialogo barese, Guanciale ha insistito su un punto essenziale: il teatro come mediatore culturale, pedagogico e psicologico. Non una terapia travestita da spettacolo, né una retorica del “fare e farsi bene” ridotta a benessere da consumo o a etichetta di contenimento. Piuttosto, un esercizio di libertà emotiva: imparare a vivere anche le emozioni negative, a regolarle, a non subirle. E, soprattutto, a non scaricare sull’altro la ferita ricevuta. Il riferimento a Elias Canetti è tra i più potenti: non rilanciare contro il prossimo la spina che qualcuno ci ha conficcato addosso. È una lezione psicologica, certo. Ma anche pedagogica e politica. Lo stesso vale per il rifiuto al fascismo nella sua accezione storica più netta: violenza, sopruso, limitazione della libertà altrui. Educare significa anche questo: riconoscere la coercizione, nominarla, sottrarsi alla sua riproduzione e manifestare la propria etica con e attraverso la scena.

In questa prospettiva acquista ancora più forza il fatto che Guanciale arrivi a Bari reduce dalla sua interpretazione di Mario Tobino nella serie Rai Le libere donne, tratta dal romanzo autobiografico Le libere donne di Magliano, pubblicato nel 1953. Tobino, medico e scrittore, lavorò per quarant’anni nell’ospedale psichiatrico di Lucca; non fu una figura liquidabile come anti-basagliana in senso oppositivo o reazionario. Come lo stesso Guanciale ha raccontato, Tobino fu, piuttosto, uno psichiatra capace di abitare le contraddizioni del proprio tempo, studiando Freud e Jung e difendendo, dentro un’istituzione manicomiale ancora segnata da chiusura e stigma, una possibilità di cura fondata sulla relazione, sull’ascolto, sulla dignità delle pazienti. Nel romanzo, scritto in forma diaristica, Tobino racconta il reparto femminile dell’ospedale psichiatrico di Maggiano, trasfigurato in “Magliano”: un luogo in cui la follia non viene ridotta a categoria clinica, ma osservata come esperienza umana radicale, dolorosa, talvolta indecifrabile. “Anche i matti sono creature degne d’amore”, volle scritto sulla fascetta della prima edizione del suo romanzo. È una frase che oggi conserva una forza intatta, perché sposta la cura dal dominio al riconoscimento. Non è un dettaglio: Guanciale chiude la sua lectio proprio da qui, smontando il patriarcato nel suo meccanismo più antico: quello che trasforma la fragilità femminile in colpa, la ribellione in sintomo, la libertà in devianza trasformando il maschile in una marcia sterile verso la dissoluzione del genere (umano). In questo senso Tobino, attraverso Guanciale, torna a parlarci non solo di psichiatria, ma di sguardo: chi ha il potere di nominare la sofferenza dell’altro? Chi decide quando una donna è malata, e quando invece è semplicemente imprigionata? Chi stabilisce come si deve essere “veri” uomini?
Non sono casuali, allora, il ricordo commosso del padre medico, e l’appello rivolto ai giovani: essere prima di tutto operatori culturali, non semplicemente teatranti. Perché il teatro, quando è vero, non produce carriere: produce postura etica a servizio della comunità.
Guanciale aveva espresso questo punto di vista anche riflettendo sul teatro di Pasolini. Alla mia domanda se avesse mai incontrato il Manifesto per un nuovo teatro come metodo didattico, ricordava l’insegnamento di Giuseppe Rocca in Accademia d’Arte Drammatica, che oggi ha rievocato come luogo fondamentale della sua formazione assieme al Globe Theatre di Gigi Proietti. In Accademia, infatti, l’attore aveva affrontato il problema dell’italiano come lingua astratta: il teatro può diventare motore di ricerca, sperimentazione e rinnovamento della lingua dei nostri giorni. Non un luogo del risultato, ma del processo. E proprio su questo punto la sua risposta fu pedagogicamente puntuale:
“Se preso […] come un serbatoio di spunti metodologici e non come un risultato finito, penso che il Manifesto sia effettivamente molto interessante per costruire una dinamica didattica. È un materiale incandescente dal punto di vista pedagogico se si abbandonano le etiche del risultato che sono pestilenziali a teatro e si acquisisce quella bella mentalità […] riguardo il processo metacognitivo.”

Questa frase basterebbe a spiegare perché una laurea honoris causa in Psicologia non sarebbe un gesto simbolico, ma un atto di coerenza culturale. La psicologia autentica non coincide con l’addestramento, con la performance, con il risultato immediato. È processo, inciampo, autoeducazione e, in questo, è a un livello superiore rispetto al processo pedagogico scolastico: è un ponte verso l’utopia di una a-pedagogia, cioè è la messa al bando di qualsiasi coercizione e la realizzazione piena della migliore versione che l’essere umano possa costruire di se stesso, anche contro se stesso e le proprie paure anche oltre i limiti spesso asfittici degli spazi di educazione “formali”.
Per questo il ritorno di Guanciale a UniBa è importante. Perché offre ai giovani ricercatori una speranza rara: che il teatro venga finalmente preso sul serio. Non citato a sproposito, non ridotto a laboratorio ornamentale, non usato come parola elegante da pedagogie che hanno dimenticato il corpo, il conflitto, la comunità, il rischio e la libertà.
Prendere sul serio il teatro significa anche prendere sul serio Gramsci e Gobetti, smettendo di invocarli a sproposito come santini e tornando alla loro lezione più autentica: la cultura non è decorazione, è organizzazione della libertà e questo Guanciale ha voluto dichiararlo già nella sua prima risposta alla garbata intervista condotta dal Magnifico Rettore.
La domanda posta da una studentessa, allieva attrice, sull’accessibilità delle carriere artistiche (e non solo), oggi sempre più fragile, non chiedeva consolazione. Chiedeva politica culturale. Guanciale non ha risposto con frasi facili: ha riconosciuto che il tema va affrontato anche a livello governativo.
E allora la sua domanda finale investe tutte e tutti: che cosa vuole fare questo Paese della cultura?
Una risposta possibile arriva proprio da Bari e dal Progetto MoEBIUS: prendere sul serio il teatro come spazio permanente di formazione della società. E prendere sul serio i giovani, non come pubblico da educare dall’alto, ma come comunità attiva e viva, autenticamente libera.
ARTICOLO E FOTO DI IRENE GIANESELLI
