D’amore non si muore: Lino Capolicchio presenta il suo libro al Bari International Film Festival 2020

Lino Capolicchio

«Accarezziamo le pagine di questo libro insieme» chiede il critico Enrico Magrelli a Lino Capolicchio che non si risparmia nel raccontare la sua carriera, tra storie di palco e di set, di baci lunghi e rubati, di pettini e di copioni, al pubblico riunito nella sala del Teatro Margherita per la presentazione del suo D’amore non si muore (Centro Sperimentale di Cinematografia; Rubbettino).

Il titolo del volume gioca riportando al film D’amore si muore (1972) di Carlo Carunchio nel quale Capolicchio è tra i protagonisti assieme a Milva e Adriana Asti, ma aggiunge la negazione e così finisce per ricordare quello di una canzone del 1967, la cantava Renata Pacini, ed è anche un verso della Rose rosse per te portata al successo nel 1970 da Massimo Ranieri.

C’è proprio una scritta su un muro, a Bari, nella città vecchia che parla d’amore e di vita. È facile pensarci durante la presentazione, seduti sul mare, nel congestionato pubblico del Bif&st. Davanti a quel muro ci vanno in pellegrinaggio i ragazzi, scattano selfie, si trova in Viale Venezia che da Piazza Mercantile, la piazza della Colonna infame, porta alla muraglia, quella che sale fino al Fortino. È segnato in nero, sulla calce viva: ti amo da vivere. E forse è così, dovrebbe esserlo, d’amore non si muore, d’amore si vive. Almeno, questa sembra essere la porta d’accesso per entrare nello sguardo di Capolicchio: basta guardare i suoi occhi azzurri lampeggiare appassionati mentre ricorda e mima aneddoti e incontri per comprendere che sì, questo attore ha vissuto con intensità e ha visto, godendone a pieno, il Cinema e il Teatro sin da quando, giovanissimo, Giorgio Strehler lo ha scelto nella propria Compagnia.

Enrico Magrelli

Merito, questo, di Valentina Cortese, che presente al saggio di diploma di Capolicchio, allievo all’ Accademia Nazionale d’Arte Drammatica di Roma, ne è conquistata e lo dice subito al regista amico di Paolo Grassi. Il giovane, spinto al Teatro e affascinato dal gioco sin da quando, tredicenne, un paio di occhi verdi di ragazza gli dicono che è bello come un attore del Cinema, dimostrava già un talento straordinario alle prime prove d’attore.

Capolicchio ricorda di quando portò, in un pomeriggio torinese piovoso, il monologo di Antonio dal Giulio Cesare di Shakespeare alla sua prima maestra. «Ma – ammette Capolicchio sorridendo sornione – la mia maestra non mi disse subito cosa pensava di me, mi parló di altro, mi chiese di me, della mia vita di ragazzo. Chiamò mia madre e le disse “Signora, due cose sole devo dirle di suo figlio. La prima è che non ho mai conosciuto nessuno più arrogante e presuntuoso di lui. La seconda è che Lino ha davvero talento”».

E, di talento, parlerà nel 1970 anche il Commendatore, Vittorio De Sica, quando dopo un ciack lo raggiungerà con una pacca sulla spalla sul set de Il giardino dei Finzi Contini.

Lino Capolicchio

Magrelli chiede a Capolicchio del suo incontro con Pasolini e viene subito accontentato «Pasolini avrebbe voluto fare un disco con me: avrei dovuto leggere le sue poesie perché Cesare Garboli gli aveva detto della mia lettura de Il pianto della scavatrice che l’aveva molto impressionato. Così Pasolini mi diede appuntamento alle due del pomeriggio a casa sua, era domenica. Arrivai da lui e parlammo, mi raccontò di un tratturo in Friuli, a Casarsa, che amava moltissimo e che gli mancava a Roma. Sua madre mi offrì tè e biscotti. Sulla porta, Pasolini mi guardò intensamente e mi disse “Nel suo volto c’è tutta la decadenza della classe borghese europea”. Ancora oggi, a pensarci, mi emoziono e resto così, a bocca aperta».

E anche il pubblico resta a bocca aperta, perché questi fini capelli bianchi, un po’ radi alle tempie, questo volto così ben proporzionato, dalle labbra sottili, sono davvero di una bellezza struggente.

Lino Capolicchio

Lino Capolicchio continua a ricordare, parla di un De Sica furioso perché una parrucchiera sul set non lo aveva pettinato adeguatamente per la scena, racconta di Pupi Avati, regista che in qualche modo ha scoperto: «Prima di accettare la sceneggiatura di quello che poi si è chiamato La casa dalle finestre che ridono, il mitico film, gli ho bocciato decine di sceneggiature, non ero convinto. Una volta, in un’altra occasione, si doveva girare e io mi ero nascosto a baciare una ragazza dietro ad un cespuglio, lui non riusciva a farmi trovare. Mi trascinano sulla scena e anche lì, mi tocca baciare l’attrice, per copione. Ecco, stavo sempre a baciare, così Pupi disse “da oggi ti chiameremo il bacione”. Era bello lavorare con Pupi, ci facevamo molte risate, adesso un po’ meno: è diventato un po’ ombroso, non è più quello di una volta ed è un vero peccato».

Carismatico, ironico, Lino Capolicchio è stato fondamentale per la carriera di molti giovani quando ha insegnato al Centro Sperimentale di Cinematografia. Selezionò ai provini Francesca Neri e sostenne Sabrina Ferilli: «Io ho sempre saputo capire se in un attore o in una attrice c’è o no sensibilità. Vorrei che ogni tanto, non solo quando capita in qualche intervista, Pierfrancesco Favino lo dicesse: sono stato io a scoprirlo quando l’ho scelto come protagonista del mio film Pugili (1995). Così come ricordo il provino cominciato alle otto del mattino e finito alle otto di sera con il quale scelsi Alessio Boni per lavorare con me ne Il diario di Matilde Manzoni (2002)».

Lino Capolicchio

Tra i ricordi più toccanti c’è quello con Fabrizio De André nella sua casa a Genova dove l’attore era stato invitato dalla moglie del cantautore. Quando compare, ancora con gli occhi pieni di sonno ma già con la sigaretta tra le labbra accese, De André si siede a tavola e beve solo vino rosso. Poi prende la chitarra, la accarezza e gli suona anche una canzone composta durante la notte, dopo averlo incantato con i canti trobadorici dei quali era esperto studioso. Sul divano suona e canta Il testamento di Tito che farà parte dell’album La buona novella (1970). Lino Capolicchio si commuove, glielo dice e lui risponde con una timidezza che ancora oggi fa tenerezza: «Ma come, per così poco? No, ma questo, questo non è niente».

Davvero, d’amore non si muore e chi ne è pieno pensa sempre che sia poco o che sia niente.

ARTICOLO E FOTO © DI IRENE GIANESELLI

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