Ascoltiamo Anna Foa

Oggi, 21 aprile 2026, alla Libreria Laterza di Bari si presenta Mai più, il saggio di Anna Foa (Laterza, 2026). Mentre la ascolto penso a due cose che non stanno insieme per caso. La prima: il 21 aprile 1945 Bologna è liberata. La seconda: ascoltando Anna Foa, oggi, mi sento liberata anch’io.

Non è una liberazione sentimentale. È una liberazione dagli equivoci, dalle cautele terminologiche usate per non vedere, dai “però” con cui si continua a schermare l’evidenza.

“Mai più! Questo è stato il grido che si è alzato dopo l’olocausto. Mai più un g e n o c i d i o, mai più crimini di guerra, mai più violenza indiscriminata contro i civili, mai più odio razziale. Dopo il 7 ottobre 2023 e la strage di G a z a possiamo ancora crederci?”.

Il libro è come questa domanda: breve, limpido, incalzante. Il suo primo merito è che non lascia più spazio alle manipolazioni. Sin dalle prime risposte ad Alessandro Laterza, che conduce la presentazione, Foa chiarisce che “mai più” vale per tutti. Lo mostra citando Omer Bartov (2026) che, in I s r a e l : What Went Wrong? (in corso di traduzione per Laterza), indica come a partire dagli anni Ottanta l’estrema destra i s r a e l i a n a, anche attraverso il rabbino Meir Kahane (fondatore del partito estremista Kach) abbia lavorato per fare della Shoah una questione esclusivamente ebraica. Kahane fu estromesso dalle elezioni per il suo razzismo. Oggi, però, i suoi eredi governano.

Il secondo merito del libro è restituire allo studio dei fatti e dei processi storici una dignità scientifica che negli anni confusi che stiamo vivendo subisce il costante tentativo della rimozione. Lo sterminio degli ebrei d’Europa inizia nel 1941, ma l’antisemitismo ha radici molto più antiche: è un odio secolare. Il termine viene derivato linguisticamente per la prima volta nel 1879 da Wilhelm Marr, giornalista che si professa antisemita. E soprattutto: c’è differenza fra antisemitismo, antigiudaismo, antiebraismo e antisionismo. Sembra un chiarimento elementare, ma oggi non lo è affatto, perché proprio su questa confusione si regge una parte consistente della mistificazione contemporanea.

Per questo Foa insiste anche su un altro paradosso, storico e politico insieme. Nel marzo 2025 in Israele viene convocata una conferenza contro l’antisemitismo con i maggiori esponenti delle destre europee, che Foa identifica con “gli eredi dei fascisti di ieri. Di modo che, inoltre, oggi si può essere al tempo stesso razzisti e combattere l’antisemitismo, quasi che razzismo e antiseminitismo fossero fenomeni diversi e separati” (p. 12). Nel caso ce lo fossimo dimenticati, nel 1946 il neonato MSI, ispirato alla Repubblica di Salò, cercò di ostentare il meno possibile la matrice antisemita che aveva caratterizzato il fascismo e gli atti repubblichini. In questa contraddizione, non troppo diversa da quelle contemporanee, nasceva di fatto un partito neofascista in Italia.

Nonostante la storia parli chiaro, però, quasi tutti gli interventi dal pubblico — e, per lo più, si tratta di uomini: è inevitabile notarlo — chiedono a Foa proprio questo: una formula pronta perché la guerra finisca, una via d’uscita immediata, un modo per uscire dall’impasse: “non la vince nessuno così”. Come se il punto fosse che qualcuno la debba vincere. A una storica si chiede una scorciatoia. Foa, invece, fa qualcosa di molto più serio: chiama le cose con il loro nome. E nel farlo costringe anche a ripassare il lessico giuridico e storico con cui quelle cose sono state nominate. G e n o c i d i o, per esempio, non è una licenza retorica: è una categoria storica e giuridica precisa. Il saggio riporta così il discorso alla sua responsabilità più elementare: capire che cosa stiamo vedendo.

Perciò le domande del pubblico sono rivelatrici non solo per quello che chiedono, ma per il modo in cui lo chiedono. Quando qualcuno domanda perché in I s r a e l e nessuno prenda posizione, la risposta di Foa è potentissima: perché durante il fascismo gli antifascisti erano pochi? E la risposta, questa volta, è storia: perché finivano brutalmente assassinati. Ci ricordiamo Giacomo Matteotti? Ci ricordiamo che cosa avvenne tra il 1919 e il 1921, e poi dopo il 1922, fino all’8 settembre 1943? E dopo? Ci ricordiamo che cosa facevano i fascisti alle partigiane e ai partigiani, o a chiunque rifiutasse di arruolarsi per la Repubblica di Salò?

Più ancora delle risposte di Foa, però, contano le esitazioni che affiorano in sala. Perché le domande del pubblico registrano la temperatura tutta italiana davanti alla questione: “sì, va bene, crimini di guerra… però”. È quel “però” il punto. È lì che il linguaggio si fa complice. È lì che la storia viene sospesa, relativizzata, rimessa in trattativa.

E invece non c’è “però”, non c’è “ma”, non c’è “se”: la storia parla chiaro. Foa, da storica, affronta lucidamente anche il nostro presente. Antisemitismo è una accusa oggi “screditata perché viene rivolta , in maniera sistematica e generalizzata, a chiunque accusi il governo israeliano di aver compiuto un g e n o c i d i o a G a z a e di stare realizzando in C i s g i o r d a n i a la pulizia etnica dei p a l e s t i n e s i” (pp. 53-54). Non è una discussione astratta. Il 4 marzo 2026 il Senato ha approvato in prima lettura il ddl 1004 sul contrasto all’antisemitismo, nonostante i rilievi emersi nelle audizioni, alle quali la stessa Foa spiega di avere partecipato insieme ai colleghi, evidenziandone la portata pericolosamente lesiva per la libertà di espressione. In Francia, invece, la proposta di legge Yadan, presentata come strumento contro le “forme rinnovate” di antisemitismo e contestata da associazioni, studiosi e attivisti come un attacco alla libertà di espressione e alla possibilità di criticare il sionismo e Israele, è stata ritirata il 16 aprile dopo una pressione politica e pubblica fortissima. Più di 700.000 firme contro il testo hanno contato, e hanno contato anche le divisioni interne alla maggioranza francese.

È questo, allora, il punto politico e morale del libro: Mai più ha un valore universale, oppure non ne ha nessuno. Mai più per tutti, o non è “mai più”.

E forse è anche per questo che, in un tempo di demagogia in cui gli appelli politici lasciano spesso il tempo che trovano, restano ormai soltanto parole più nude, meno protette. Rimangono le preghiere. La mia, laica, da giornalista — né ebrea né palestinese, ma dalla parte dei civili — è molto semplice: ascoltiamo Anna Foa. Lo facciano i più giovani, come me, che oggi alla presentazione non c’erano, eppure hanno saputo farsi ascoltare all’ultimo referendum: nella loro sensibilità è riposta tutta la speranza. Lo facciano gli anziani. Perché non ci si può permettere, oggi, di giustificare il fascismo e il nazismo del Novecento, né tanto meno quelli del presente con i “ma” e i “però”. Non c’è assoluzione per chi si rifiuta di opporsi “allo scandalo che dura da diecimila anni”. Non sarà un dogma a salvarci, a dire che mentre si moriva noi eravamo al sicuro e giustificati perché occupati a chiederci se fosse lecito o meno chiamare “g e n o c i d i o” lo sterminio di un popolo o se non fosse più cauto, più prudente aggrapparci a qualche “però”.

Per questo le ultime due pagine del saggio non chiudono, ma rilanciano. Aprono a una possibilità, sì, ma a una condizione molto precisa, recuperando proprio la memoria dell’olocausto: “se non ci si richiama al valore di monito universalistico che questa memoria deve avere, se le si attribuisce un valore solo ed esclusivamente per gli ebrei, se la si vede come una commemorazione, un risarcimento, e non come un forte strumento volto a combattere i g e n o c i d i ovunque si realizzino, questa memoria perde valore, importanza, senso” (p. 63).

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI

FOTO DI COSIMO FORINA

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.