Anna Pennella: essere casting director tra empatia e responsabilità

Anna Pennella è entusiasta e pragmatica e non si ferma mai. Mentre parliamo riceve una notizia: occhi che brillano, sorriso da orecchio a orecchio perché un attore che ha proposto è stato scelto per la parte. Nasce a Desenzano del Garda nel 1990 e dopo la Laurea in Sociologia all’Alma Mater Studiorum di Bologna e la Laurea Magistrale conseguita con la lode al DAMS di Roma, è giornalista e critico cinematografico del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. Dal 2017 è assistente casting, comincia presto a firmare i suoi primi progetti come casting director tra i quali Non odiare (2020) di Mauro Mancini, Il silenzio grande (2021) di Alessandro Gassmann, Educazione fisica (2022) di Stefano Cipani, 2 Win (2021) di Stefano Mordini. Anna Pennella fa parte dell’Unione Italiana Casting Directors (Uicd) ed è stata nominata per il Premio Atena Nike 2022 di Taormina come Miglior casting director e in questa Conversazione ci racconta il suo mestiere affascinante.

Come hai incontrato il cinema?
Al Liceo, con il mio Prof. di italiano Dario Gallina, mi prestava i suoi dvd. Ho avuto la fortuna di avere un Prof. colto ed entusiasta di condividere ciò che gli piaceva con i suoi studenti. Mi ha fatto conoscere Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante (1989) di Peter Greenaway e Il cobra verde (1987) di Werner Herzog. Ancora oggi sono tra i miei film preferiti.

E il tuo mestiere, come lo hai scelto?

Il mestiere di casting director è arrivato nel mio percorso un po’ per caso, ma penso che sia così per tanti colleghi. Non c’è un percorso ordinario e negli anni della gioventù, quando sogni di far qualcosa nella vita, questo lavoro forse non sai nemmeno che esiste. Almeno in Italia ha cominciato ad avere un rilievo solo vent’anni fa. Mandavo annunci di lavoro in quanto giornalista appassionata di critica cinematografica e fresca di Laurea Magistrale al DAMS, contattai rbcasting e altre testate pensando che potessi scrivere per loro. Invece ho incontrato Roberto Bigherati, mi ha fatto subito iniziare come sua assistant casting. È stato lì che ho avuto la fortuna di scoprire questo mestiere, l’ho trovato subito stimolante e bellissimo e ho continuato, grazie anche alla stima e alla fiducia di persone che ho incontrato facendolo, penso a Mario Mazzarotto produttore del film Non odiare di Mauro Mancini: è stato il primo film che ho firmato come direttrice casting. In quel progetto ho trovato il giovane e talentuoso Luka Zunic. Non è ancora un mestiere facile per una donna giovane, anche se siamo nel 2022. Ma non c’è altro che vorrei fare.

E poi sono arrivati gli altri film.

Sì, e a me piace pensare che il mio primo film sia stato Mio fratello rincorre i dinosauri (2019), casting realizzato con Bigherati: mi ha dato tanto spazio e libertà e il regista è il mio compagno di vita. Poi potrei parlare de Il silenzio grande di Alessandro Gassmann, del nuovo film di Stefano Mordini o di Educazione fisica il nuovo film di Stefano Cipani. Quest’ultimo progetto, ad esempio, è stato uno di quei film nei quali gli attori si sono tuffati con tutto il loro corpo e spirito. Essendo tratto da un’opera teatrale con cinque attori sempre in scena, è stato bello il percorso del cast e vedere come la sceneggiatura dei fratelli D’Innocenzo prendesse vita in bocca agli interpreti che sono Claudio Santamaria, Raffaella Rea, Sergio Rubini, Angela Finocchiaro e Giovanna Mezzogiorno.

C’è un film che ti è rimasto dentro, oltre questi?

Ce ne sono diversi, mi piace lavorare in quei progetti dove ciascun collaboratore ha la possibilità di essere ascoltato dal regista e dai produttori. Naturalmente c’è più coinvolgimento quando la storia ti tocca particolarmente e leggi una sceneggiatura che trovi necessaria e bellissima per il cinema. Parlando di sceneggiature bellissime, penso a L’ombra del giorno (2022). Ho lavorato a questo film con Chiara Polizzi, ero la sua assistente. Lei ha lavorato o probabilmente ha iniziato proprio con il regista Giuseppe Piccioni a fare questo mestiere. Mi ha raccontato di lui, di come si sono conosciuti e di alcuni aneddoti condivisi insieme a lui. Mi ha conquistato con i suoi racconti e quando abbiamo iniziato a fare il cast ero molto contenta di poter dare un piccolo contributo cercando di soddisfare i gusti di Piccioni. Ci siamo divertiti e vedere Giuseppe dirigere gli attori mi ha dato tanto.

Il lavoro del casting director in un progetto è fondamentale, come lavori per scegliere un interprete da proporre?
La responsabilità di un casting è grande, perché la composizione del cast, parole di Martin Scorsese, contribuisce all’80% per il successo di un film. Ciò che è fondamentale è conoscere l’immaginario del regista con il quale stai lavorando, e più parli con lui dei personaggi, più riesci a cercare gli attori che, fino a prima della fase del cast, magari aveva abbozzato o immaginato vagamente solo nella sua testa. Dopo che ho discusso a lungo con il regista e, soprattutto, l’ho ascoltato, faccio delle proposte di attori e attrici che reputo giusti per quel personaggio e si procede con il provino.

Il fatidico momento del provino…

Sì, per un attore è un momento estenuante, a volte tragico, probabilmente il più frustrante del suo processo lavorativo: ogni tua certezza, può crollare. Sento queste emozioni ogni volta che un attore apre la porta dell’ufficio casting. Perciò quando poi si comunica l’esito positivo sento empatia con l’attore, capisco quanti sforzi ha fatto per arrivare lì. Ecco perché penso che, oltre al vedere film di qualità partendo da quelli del 1895 e all’affinare il gusto dell’occhio il più possibile, per questo mestiere ci vogliano empatia e tanta sensibilità, hai sempre a che fare con l’umano nei momenti in cui è più vulnerabile. Oggi più che mai, visto che durante e dopo la pandemia è rimasta la modalità dei self-tape, con i suoi pro e i suoi contro.

Quali sono i tuoi riferimenti: maestre o maestri di questo mestiere?
Da sempre, per me, in Italia è Chiara Polizzi, che stimo profondamente. Ha un talento naturale nel capire i personaggi e quindi nel cercare persone o attori giusti. Ai provini riesce a creare la magia del cinema con pochissimo.

C’è un film, un classico, al quale avresti voluto lavorare?
Se avessi fatto il cast di C’era una volta in America (1984), specialmente per le scene in cui i protagonisti sono ragazzini, ne sarei stata felicissima!

Incontri che sogni?

In un mondo utopico mi piacerebbe lavorare per Leos Carax, Xavier Dolan o Roy Andersson. Invece per quanto riguarda gli attori, vorrei incontrare Denis Lavant, Isabelle Huppert o Lea Sedyoux. Amo molto il cinema francese, ma penso che gli attori inglesi siano imbattibili. Uno a cui mi piacerebbe offrire un ruolo è Barry Kehogan.

C’è un aspetto che ami di più del tuo lavoro?
Sì, i call back e la lettura del copione con tutto il cast, prima di iniziare le riprese.

Sei anche un critico cinematografico, approfitto per farti una domanda al confine tra i due mestieri: quali prospettive immagini per il cinema italiano?

Il cinema in Italia in questi ultimi anni sta perdendo il suo potere sociale. Ma io non smetterò mai di crederci, perciò penso che il cinema abbia una funzione necessaria, può inventare storie e quindi dettare anche mode, prospettive diverse, punti di vista insoliti necessari per creare dibattito e crescere in società sempre più complesse e androidi.

A proposito di critica cinematografica e di rapporto tra i due mestieri, a cosa stai lavorando?

Sto scrivendo un libro sul cinema attraverso i miei occhi e le mie esperienze, sono alla seconda stesura.

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI

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