Pippo Mezzapesa: la provincia come forma del destino


A Palo del Colle nasce “Dalla regia ci dicono… Puglia”, il format ideato da Alessandra Savino, curato da Antonella Gaeta e sostenuto dal Comune, che il 24 aprile 2026 si inaugura con Pippo Mezzapesa. La scelta ha una sua esattezza: per interrogare un cinema che dalla provincia ha tratto una lingua, una misura morale e una forma dello sguardo, occorre tornare nel paese. E farlo in biblioteca, tra memoria, voci e ritorni, sottrae l’incontro alla liturgia di provincia. Gaeta annuncia un dialogo “senza troppa forma”. La formula è lieve, ma dice molto. Tra lei e Mezzapesa ci sono anni di lavoro condiviso, scrittura, tentativi, intuizioni inseguite anche quando sembravano fragili. Ci sono amicizia, cinema, confidenza, e quella lunga fedeltà professionale che permette di raccontare un percorso senza irrigidirlo in celebrazione.

Da ragazzo Mezzapesa guardava film, li catalogava, li studiava. Poi arrivò la frase del padre, asciutta come sanno esserlo certe pedagogie familiari: vedere è una cosa, fare cinema è un’altra. In quella distanza tra lo spettatore e l’autore sembra collocarsi tutta la sua traiettoria. Gaeta la sintetizza con una formula presa in prestito da Gino Paoli: il 10% dipende dalla famiglia che si ha alle spalle, il 70% dal talento, il resto dalla fortuna. Nel caso di Mezzapesa, però, la fortuna ha spesso l’aria di qualcosa da inseguire con disciplina, insonnia e ostinazione.

Il primo corto, Lido Azzurro, arriva nel 2001, con poche lire e l’aura stramba e malinconica di una provincia pugliese che non era ancora diventata la California del cinema nostrano. Passa per festival, raccoglie riconoscimenti, arriva perfino allo sguardo di Mario Monicelli al Trani Film Festival. Più che un esordio, è già una dichiarazione: Mezzapesa sa che il paese può essere comico e dolente senza diventare cartolina.

Poi c’è Corti in Puglia, e c’è Gaeta che ricorda quei giovani sotto casa: Pippo, Cosimo Terlizzi, Enzo Vacca. Lei aveva in mente una storia raccontata da Oscar Iarussi su Alan Lomax e Diego Carpitella, in viaggio per l’Italia con un registratore a raccogliere canti popolari. Iarussi aveva scritto che quella vicenda avrebbe potuto essere un bellissimo film. Mezzapesa fu l’unico a prendere sul serio la possibilità prospettata da Gaeta. Da lì nasce un sodalizio che diventa metodo.

Con Gaeta scrive Zinanà, storia commovente di un suonatore di piatti in un paese della provincia di Bari; e la banda di paese, si capirà presto, è una delle sue ossessioni più tenaci. Il corto vince il David di Donatello ed è finalista ai Nastri d’argento. Il riconoscimento non sposta l’origine: semmai la rende più nitida.

Nel 2007, con Pinuccio Lovero – Sogno di una morte di mezza estate, Mezzapesa trova una delle sue figure più precise: un becchino in attesa dei morti da seppellire. Il film approda alla Mostra di Venezia come evento speciale della Settimana della critica e vince l’Italian DVD & Blu-ray Award come miglior documentario. Il cimitero diventa teatro, la morte amministrazione quotidiana, il desiderio di essere visti resiste anche dove tutto sembrerebbe chiedere silenzio. Il mockumentary non è un gioco di stile: è un metodo per dire il vero senza fingere che il vero basti da solo.

Nel 2011 arriva Il paese delle spose infelici, tratto dal romanzo di Mario Desiati: adolescenza, desiderio, Taranto, i fumi del Siderurgico. È un film sofferto, e forse proprio per questo importante. L’anno dopo Mezzapesa torna a Pinuccio Lovero con Yes I Can, candidatura comunale di un becchino con programma tutto cimiteriale, selezionato in Prospettiva Italia al Festival di Roma. Nello stesso 2012 realizza SettanTA, giornata particolare nel quartiere Tamburi, all’ombra delle ciminiere dell’Ilva: candidato ai David, vincitore del Nastro d’argento, ma soprattutto debitore di folgorazioni e incontri nati ai tempi del casting dell’esordio. Il metodo è ancora quello: scandire il discorso senza toglierlo di bocca ai personaggi, lasciarli affacciarsi direttamente dai balconi del Tamburi.

Antonella Gaeta e Pippo Mezzapesa

Nel 2017 La giornata, realizzato per CGIL e FLAI, nasce da inchieste giornalistiche e atti processuali sulle nuove forme di caporalato. Al centro c’è Paola Clemente, bracciante pugliese di quarantanove anni morta di lavoro nelle campagne pugliesi. Il cinema qui non illustra una causa: guarda una ferita sociale e la costringe a restare visibile.

Nel 2018 Il bene mio, prodotto da Altre Storie con Rai Cinema, invitato alle Giornate degli Autori di Venezia e candidato due volte ai Globi d’Oro, gli offre finalmente l’occasione di lavorare con Sergio Rubini. Nel 2022 arriva Ti mangio il cuore, scritto con Antonella Gaeta e Davide Serino, dal romanzo-inchiesta di Carlo Bonini e Giuliano Foschini, selezionato in Orizzonti alla 79ª Mostra di Venezia. Nel 2024 la serialità si prende la scena: Avetrana – Qui non è Hollywood, prodotta da Grøenlandia e Disney+, vince il Nastro d’argento – Grandi Serie come miglior crime; poi arrivano le puntate conclusive della seconda e della terza stagione di La legge di Lidia Poët.

Restano, in filigrana, alcuni tratti decisivi: la difficoltà a considerare concluso il punto raggiunto, la tensione verso ciò che viene dopo, l’incapacità quasi fisica di abitare a lungo il momento del riconoscimento. Anche quando arrivano i premi, sembra già spostato altrove. Manda idee alle quattro del mattino alla sua amica e co-sceneggiatrice. Fatica a godersi la scena e il momento. Ci sono stati alti e bassi. C’è stata anche la necessità di tornare dietro le quinte dei film degli altri. Detto con la delicatezza che merita: Mezzapesa non ha mai smesso di fare cinema, anche quando il cinema non gli concedeva il centro della scena. E forse proprio questo spiega la qualità più resistente del suo percorso.

La sua poetica potrebbe essere detta così: il sogno scanzonato di un ragazzo di provincia che ha imparato presto a non fidarsi troppo della parola destino. Nei suoi film il paese non è piccolo: è concentrato. Contiene il comico e il tragico, la superstizione e la modernità, la tenerezza e la violenza, la festa e il lutto. L’ironia con cui Mezzapesa si racconta in questa serata, come osserva Gaeta, è inedita. È una postura, quasi un pudore. Ride troppo poco per essere leggero, è troppo poco solenne per diventare serio.

C’è, sullo sfondo, una linea che può ricordare Sergio Rubini: dalla stazione al cimitero, dalla commedia alla ferita, dal paese alla banda. Per questo l’incontro di Palo del Colle ha il valore di una verifica. La biblioteca, Gaeta, il paese, il ragazzo che catalogava film, il padre che gli ricordava la differenza tra vedere e fare, il David di Zinanà, Venezia, Taranto, Brindisi, Avetrana, le piattaforme, i ritorni. Tutto sembra ricomporsi senza chiudersi davvero. Il percorso è ampio, ma non dispersivo. Mezzapesa cambia formato, scala, industria, interlocutori. Resta però fedele a un nucleo: raccontare comunità laterali, famiglie storte, lavori invisibili, desideri non pacificati, bande di paese, vivi già un po’ sepolti e morti ancora capaci di movimento narrativo.

Perché nel cinema di Pippo Mezzapesa, come forse nella sua vita professionale, il punto non è arrivare. È restare fedeli al movimento.

Cosa facciamo dopo?

A maggio, intanto, esce il documentario su Marracash. E la domanda, ancora una volta, trova un’altra forma per continuare.

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI

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