Alfredino, laggiù: quando cademmo nel pozzo delle nostre incoscienze

Ogni autore, se è autore, individua i propri temi e questi emergono, se una poetica c’è, nelle sue opere. Altrimenti è inutile parlare di romanzi e letteratura, parliamo di esercizi di stile (quando lo stile c’è) e mettiamoci pure in posa per la pausa pubblicitaria.

Enrico Ianniello ha avuto subito i temi e lo stile, sin dal romanzo d’esordio e questa premessa è necessaria perché per arrivare al suo ultimo lavoro occorre avere chiaro il disegno autorale che struttura la trilogia. Letti in successione, infatti, i tre romanzi di Enrico Ianniello affrontano un unico grande tema, immenso e allo stesso tempo piccolo come una spina nel cuore: la necessità quasi ossessiva di proteggere, in una società cinica e violenta, la grazia e l’innocenza e il terrore di perderle, omologandosi. Poi, e Ianniello doveva arrivare sin qui, sino a spingersi alle estreme conseguenze, c’è anche la consapevolezza e la violenza di essere in qualche modo sconfitti.

Enrico Ianniello presenta il suo ultimo romanzo a Foggia il 5 luglio 2021

Ma procediamo con ordine. Ianniello ha fin qui tracciato tre vie per inseguire il suo tema, sono vie tutte accidentate perché feroci e tenere allo stesso tempo, tutte segnate dal trauma e dalla sua elaborazione: prima ha percorso quella del Bildungsroman con La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin (Feltrinelli, 2015) e ha cercato la favola accessibile a tutti, anche ai bambini, con uno slancio pedagogico generoso, affrontando il terremoto che colpì l’Irpinia nel 1980. Poi con La compagnia delle illusioni (Feltrinelli, 2019) ha accettato di guardare il presente del Teatro e della rappresentazione, proprio lui che è un attore e un regista, e le loro forme più degenerate e degeneranti, senza fare sconti al gioco che ha distrutto il senso del rito e ha prodotto uno stato collettivo performativo perenne. Adesso, in questo 2021 che è stato segnato da lutti umani e civili e che è un prolungamento infelice di un 2020 impregnato di retorica e morte (anche questa, umana e civile), Ianniello con Alfredino, laggiù (Feltrinelli, 2021) affronta il pozzo di Vermicino e cerca di salvare Alfredino Rampi e se stesso (almeno, il sé autore), dell’uomo non sta a noi discutere e non fatevi ingannare quando vi dicono che questo sembra un romanzo molto autobiografico. Diciamolo una volta e per sempre: si scrive solo di quello a cui si sente di appartenere e di ciò che ci appartiene, ma non si scrive mai di sé perché altrimenti basterebbe pubblicare i propri diari segreti di adolescenti mai adulti, ma la vita quotidiana se non diventa romanzo è sterile cronaca di vacuità.

E non lasciatevi ingannare nemmeno dal titolo che «Io temo possa un po’ allontanare il lettore – spiega Ianniello – sulle prime avevo pensato di chiamare il romanzo Per sempre laggiù ispirandomi al racconto Per sempre lassù di David Foster Wallace che ha per protagonista un ragazzino che sta per tuffarsi da un trampolino ma in un presente infinito perché non riesce mai a compiere questa azione e nella mia proiezione, quando finalmente quel bambino si tufferà, dall’acqua uscirà un uomo. Ma temevo potesse essere lugubre un titolo del genere in relazione alla storia di Alfredino, così ho pensato a quel laggiù come ad una coordinata temporale. È Alfredino in quel ricordo, ma è anche e soprattutto il me bambino di dieci anni che entra in rapporto con la sua storia e con quel momento del nostro Paese in cui è cambiato l’uso del media e la percezione del dolore».  Ianniello non mente: Alfredino e l’anniversario di quella caduta nel pozzo senza salvezza sono un pretesto, leggendo il romanzo questo risulta evidente ad ogni pagina. Il puer incantato capace di essere felice e portatore di grazia e innocenza era già Isidoro Sifflotin, era già nella paternità perduta del protagonista Mollusco che si ossessiona spaccato dal conflitto interiore e politico nel suo secondo romanzo La compagnia delle illusioni. Certo, a pensarci un attimo, a quel bambino e a quella macchina televisiva mostruosa che cambiò una volta per sempre il senso del pudore e del dolore replicato e ammorbato attraverso i media, si teme quasi che il marketing voglia farla da padrone anche qui, nello spazio tenero e violento di uno scrittore così leale con i suoi lettori. Ma sgombriamo il campo dall’equivoco: il titolo è un omaggio e allo stesso tempo è un tratto di penna più profondo per segnare una data, un momento storicamente cruciale nella storia del nostro Paese.

Ianniello è abile, sa quello che vuole. Fa di Alfredino un simbolo e sfrutta l’occasione per spostare l’attenzione all’uomo medio dei nostri giorni. È Andrea, il protagonista, il fuoco centrale ed è anche il suo Luca Cupiello, il suo uomo che invece di fare presepi per non opporsi al regime fascista apertamente, si dedica alla lettura e al doppiaggio e si tradisce nella vita apparentemente serena e realizzata, lo stesso uomo che non sa più intervenire per difendere gli altri da abusi e violenze. Andrea sta a guardare mentre la rabbia gli ribolle dentro, ma non agisce mai e anche quando agisce, lo fa per esasperazione e orrore di sé, senza riuscire ad arrivare, fisicamente anche, ad un atto o ad un gesto totalmente rivoluzionario e non omologato.

Certo, al posto di Alfredino nel pozzo sulla copertina (firmata da Gianluca Folì) e nella trama del romanzo avrebbero potuto esserci i profughi bambini annegati nelle traversate impossibili fino a qui che il mare restituisce alle spiagge della Libia o quelli indigeni seppelliti in una fossa comune in Canada, vittime di un genocidio culturale. Avrebbero potuto esserci tutti i bambini e le bambine che abbiamo visto morire innocenti e che continuano a morire innocenti tutti i giorni in un modo o nell’altro, ma a noi, Paese senza memoria e senza cura del presente, servono gli anniversari per dimenticare meglio il quotidiano. 

Così che si chiami Isidoro, Alfredino o Aylan poco importa. Ianniello doveva fare compiere al suo personaggio un viaggio catartico, e al protagonista adulto, dantesco perché pronto alla catabasi a cinquant’anni (odierno punto nel mezzo del cammin di nostra vita), occorreva un Virgilio bambino, un veltro che potesse fare da ancora nella memoria collettiva. Serviva anche un doppio di Isidoro che nella trilogia di Ianniello spostasse la nostra attenzione a quello che stiamo diventando oggi, sui social: quando abbiamo cominciato a dare spettacolo del nostro dolore per dimenticarci meglio di vivere e di assumerci le nostre responsabilità politiche e sociali?

Andrea si chiede se è davvero l’adulto che voleva diventare: è una riflessione etica e politica la sua, e la compie già poco prima di precipitare in un paesaggio, una geografia intima del sogno, che riluce di descrizioni palpitanti e seducenti, popolata di figure femminili materne ma insidiose, delicate, appassionate ma terribilmente individualiste. Anche su queste donne, anzi, su questa donna, su Teresa, la compagna di Andrea, bisognerà riflettere: i due non sono sposati, quindi hanno già messo in discussione il vincolo borghese del matrimonio, ma non sono uniti. Il loro amore funziona solo fino a quando sono sani i loro corpi, quando lo status quo muta emergono mancanze e distrazioni, silenzi e lontananze che già c’erano, ma stavano nascoste, appiattite dal ritmo d’azione di ogni giorno. Qualcosa in Andrea si rompe perché Andrea comincia a pensare mentre Teresa no, Teresa fa le sue scelte, ma non affronta il pensiero, lascia partire il treno della decisione e si dà alla fuga.

Il paesaggio illuminato da Alfecca Meridiana, la stella che brilla nel buco, è dei fantasmi fatti di sabbia e lacrime, di muschio e vento che appaiono e scompaiono in questo semi-purgatorio nel quale tutti sono condannati a sorridere e a cercare quello che in vita hanno perduto ricordando e proponendo le ultime cose che hanno detto, visto e pensato prima del trapasso. E mentre si fa più incalzante la costruzione di questo paesaggio onirico pieno di colori e luci, si va sbiadendo la terra campana e il Vesuvio sulle cui pendici si aggrappa.

C’è in questo immaginario un riverbero delle allucinazioni logiche di Roberto Bolaño e Jorge Luis Borges, la costruzione articolata di pensiero di Giuseppe Montesano e le descrizioni limpide di Maurizio Maggiani, il rapporto tra i vivi e i morti che Maurizio De Giovanni tratteggia con il suo Commissario Ricciardi (del quale, a fianco di Lino Guanciale, Ianniello è interprete del Dottor Bruno Modo nella fortunata trasposizione per la televisione) e c’è anche, proprio in questo costante rapporto vitale con ciò che è solo ombra, il Joyce di The Dead e L’antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

Ianniello cambia lingua, la sua così fresca e potente, arcaica e anarchica che aveva reso inimitabile La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin poggiandosi su una sintassi napoletana, si trasforma in un italiano limpido quanto feroce, perché rompe gli schemi precedenti e porta il lettore a mettersi in relazione con un codice nuovo facendo quasi di questo un meta-romanzo. Ianniello, cioè, si affaccia sull’oltre, non può interessargli una soluzione post-moderna e citazionista, non può bastargli la lingua madre napoletana perché non vuole l’ammicco facile, a questo punto deve trovare una lingua nuova, nuova anche editorialmente parlando.

Il sopra è sotto, scriveva il Lewis Caroll conturbante di Alice’s Adventures in Wonderland, laggiù o lassù si chiede Ianniello mentre cala il suo personaggio nella distorsione del sogno carico di rimpianti e sensi di colpa: una malinconia densa e portata alle sue estreme conseguenze, che inchioda come l’ultimo sguardo del finale aperto ma che spalanca la possibilità dello smarrimento e della crisi senza soluzioni rassicuranti a breve termine verso un nichilismo che in Ianniello non conoscevamo e che affiora nelle ultime pagine come una sfida a se stesso e al lettore.

Se non fosse per i bambini, per i figli, saremmo perduti. Ma Ianniello ci costringe a chiederci se non stiamo usando i bambini come un alibi per le nostre mancanze di adulti cresciuti in un’epoca liquida, dai contorni ambigui e costellata di figure altrettanto imprevedibili quanto menzognere.

Adesso che il romanzo è chiuso, adesso che ci siamo affacciati sull’oltre e ci siamo presi tutti questi schiaffi (e li abbiamo meritati tutti, dal primo all’ultimo), adesso bisogna che questa nottata passi davvero e senza retorica, bisogna davvero che la generazione bambina negli Anni Ottanta e oggi cinquantenne si assuma le sue responsabilità e cominci ad affrontare la generazione successiva senza filtri e con molti strappi. Che uomini e che donne sono diventati oggi quei bambini che rimasero incollati al televisore cercando il lieto fine di Alfredino? E che genitori sono oggi, sempre insoddisfatti e timidi davanti a figli che si trasformano in merce troppo in fretta, con la loro stessa complicità e ignavia?

Dopo questo romanzo anzi, dopo questa trilogia che per Ianniello «È una trilogia del disincanto», volente o nolente, l’autore dovrà farci una proposta, perché è questo ciò che tocca ad uno scrittore intellettuale. E noi sceglieremo con lui da che parte stare: lassù o laggiù?

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI

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