Se la bellezza è luce Mariangela Gualtieri è una delle donne più belle che io conosca. Ma non lo sa. Mi ha sempre folgorata la sua capacità di attraversare il mondo in silenzio, con umanissimo empatico distacco, quasi nascosta: un angelo etereo e insieme una contadina magica e idiota, con lo sguardo vigile e trasparente che è solo dei vecchi, dei bambini, degli animali. Una limpidezza, che le ha permesso di saltare i trucchi stucchevoli della seduzione. Mariangela è una delle persone più presenti a sé che io conosca, ma anche una delle più aperte al mondo. Nutre gli umani di poesia. Lascia sulla strada tanti piccoli bocconi di pane, inventa lingue e sentieri. Si fa vuoto e ricettacolo di tanta vita, di parole che sorprendono, ma è così centrata in un fondo forte da restare sempre sé: alta e bassa, pesante e leggera, vomito e cielo.

Io vomito e cielo, io parlante, nome e cognome, io, / me, chiuso nel sacco, e infangato, impotente io che so / la luce e il larghissimo delle visioni, palombaro / pesante nel rotondo del mare. Io ingannatore, / spergiuro, nomignolo famigliare, fratello, gnomo del / mondo, io divoratore, io di desiderio, io d’osso e / capelli e pieghe della pelle, io pensiero spazzatura e / capogiro della mente che ruotando alto inforca il fiato / siderale e poi si sbatte giù, da tutte le bellezze, nel / piccolo di faccende giornaliere, e poi si sbatte da / siderali bellezze sulla porta vera di una casa brutta, di / una brutta città. Io cagna e cane.

Ossicine, Quaderni del battello Ebbro, 1995

Ho conosciuto Mariangela quando aveva deciso di scrivere davvero e la sua poesia sgorgava per volti e nomi precisi, gli attori del Teatro Valdoca, ed echeggiava nelle architetture potenti di Cesare Ronconi. Renzo Martinelli (il regista con cui ho fondato Teatro i) mi aveva trascinata a vedere Antenata al Teatro Greco di Milano e l’avevo accompagnato agli incontri in cui Cesare avrebbe scelto gli attori per un nuovo progetto, Ossicine.

Era, quella di Mariangela, una poesia ancora marginale, per pochi adepti, per una stretta famiglia d’elezione che aveva presentito la forza universale delle sue parole. Nasceva per essere subito messa in voce, con le crepe, i graffi, la forza di cui ogni voce è costituita.

Sono stata totalmente rapita dalle prime voci che l’hanno balbettata (quelle di Gabriella Rusticali e di Carolina Talon Sampieri) e non mi sono mai liberata dalla fascinazione misterica della voce di Mariangela, quando lei si legge, quando si dice: una voce che viene da mondi lontanissimi, parte di noi da sempre. Forse per questo non ho mai pensato che voci strutturate, liriche o talentuose fossero adatte a dire la Gualtieri e ho tenuto cara la sua poesia come monito e cura della mia imperfezione, anche scenica. Andare all’osso. La poesia è già voce: arcaica, cangiante, sonora. Anche le sillabe mute sulla carta producono una vibrazione. C’è una sonorizzazione interna alla lingua, un’eco che giunge ancor prima di dire. La poesia è un pugnale che arriva al costato, verticalmente, colpendo il centro del respiro, che è anche il luogo da dove la voce nasce. E la spacca, la libera.

Si può leggere poesia con ritmo, con maestria, con brio, ma credo che si debba essere pronti all’erranza, allo smarrimento. Solo se la propria voce si fa ancella, solo se l’attore è disposto a zittire il proprio ego, la poesia può concedersi. Se ciò non accade lei si ribella e sono quei momenti in cui i poeti (giustamente!) se la ridono e guardano con sospetto agli attori tromboni, preoccupati di aggiungere a ciò che già riluce. Accostarsi alla poesia significa invece innanzitutto avere il coraggio del vuoto. Stare leggeri. Significa restituire.

Il mio fu un risultato fallimentare, seppur genuino ed emotivo: al provino non riuscivo a dire i versi di Mariangela senza commuovermi incontrollabilmente. Erano “troppo” per me. E questo determinò che il mio potenziale futuro da attrice del Teatro Valdoca si tramutasse nella possibilità inaspettata di essere “solo” assistente alla regia per gli spettacoli Ossicine (1994) e Fuoco Centrale (1995).

© Laila Pozzo

Parlami che / Io ascolto parlami che / Mi metto seduta e ascolto / Metto una mano sull’altra / Parlami e ascolto. […] Aspetto giù vomitando / Venendo in bocca / In terra. Correte chiudete / Le righe della mia mano / Muratemi un braccio / Voltatemi / Come volete e la mia lingua / Mettetela guardatela bene / Riponetela, non importa / L’odore la vostra faccia / Il sangue, non importa / Violate anche me / Fatemi male / Ma non poco male non poco / Fatemi quello che siete.

Antenata, Crocetti Editore, 1992

Lì è cominciata la mia osservazione profonda del lavoro che Cesare faceva con gli attori (un atletismo del cuore fatto di salti, di spaccature, di voli). Ho ascoltato come i versi di Mariangela si inserivano, accompagnavano e a volte guidavano le sue visioni. E come mi parlava persino il silenzio che restava negli intervalli, come residuo e controcanto alla sua recitazione: la potenza piena del rumore dei vestiti, degli anfibi che correvano sul cemento, dei fiori nel vento.

Lì, in quella colonia a Cervia, che abbiamo abitato in quaranta persone in una primavera memorabile, è capitato che il mio male di vivere di giovanetta tendente al nero smettesse per un attimo di specchiarsi nei versi più passivi e disperati e si mettesse alla scoperta del portato inaspettato di bellezza e di leggerezza, di gioco, di riso che la parola poetica poteva portare in dono. Percorrevo corridoi metaforici, aprivo porte inimmaginate e mi imbattevo in un caleidoscopio di figure: angeli, fiori, ossa, capelli, cieli, carne, re e regine. E insieme a loro Mariangela, una guida che mi insegnava che potevo essere anche stupida, persa. E che, da quei giorni, non ha mai smesso di manifestarsi sul mio sentiero artistico, sempre cangiante e preziosa. Mariangela bambina, con il sorriso scrosciante cascatelle, che vola sull’altalena, sotto lo sguardo di un papà tanto amato. Mariangela vecchina, che deambula lenta, con le spalle curve alla ricerca di una zucchina nell’orto.

© Noemi Ardesi

Mariangela animale, con antenne alzate e denti aguzzi e sulle zampe le tracce del sangue. Mariangela vasaia che modella creta equilibrando pieni e vuoti. Mariangela in Africa e in India. Mariangela che scrive fiabe nere con bambini dai corpi mozzati. Mariangela maestra, aperta alla meraviglia delle giovani parole. Mariangela amica e confidente, che mi legge, mi sprona, mi vede in scena, ascolta i miei grandi e piccoli tormenti. Mariangela poeta, devota alle parole e dalle parole costantemente delusa.

Io sono senza aggettivi, io sono senza predicati, / io indebolisco la sintassi, io consumo le parole, / io non ho parole pregnanti, io non ho parole / cangianti, io non ho parole mutevoli, non ho parole perturbanti, / io non ho abbastanza parole, le parole mi si / consumano, io non ho parole che svelino, io non ho / parole che puliscano, io non ho parole che riposino, / io non ho mai parole abbastanza, mai abbastanza / parole, mai abbastanza parole // ho solo parole correnti, ho solo parole di serie, / ho solo parole del mercato / ho solo parole / fallimentari, ho solo parole deludenti, / ho solo parole che mi deludono, / le mie parole mi deludono, sempre mi deludono, / sempre sempre mi deludono, sempre mi mancano.

Fuoco Centrale, Quaderni del battello Ebbro, 1995

Mariangela che incontro tra poco al di là dei confini conosciuti. Le nostre due voci. Qualcosa che manca sempre. Un pezzo di cielo.

ARTICOLO* DI FEDERICA FRACASSI

*Questo articolo è stato pubblicato su La Lettura del Corriere della Sera in una prima versione il 28 luglio 2019 in occasione dell’incontro tra le voci di Gualtieri e Fracassi al Radicondoli Festival alla Pieve vecchia della Madonna di Radicondoli (Siena) il 31 luglio 2019

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