Polytropon, PPP, Rita Ceglie

Piccolo Prosimetro della Provvisorietà_Ungaretti e la Terra Promessa. Una riscrittura virgiliana: il Recitativo di Palinuro

Car* voi che ci leggete, abbiamo continuato a lavorare per proporvi nuovi incontri, nuovi viaggi. Non abbiamo mai smesso di cercare e di usare parole sincere e oneste, di storie e persone che con il loro prezioso studio sono rimaste con noi, portandoci ad aprire lo sguardo, ad accogliere questo come tempo di riflessione attiva e creativa.

Così abbiamo pensato a questa rubrica: PPP – Piccolo Prosimetro della Provvisorietà.

Abbiamo deciso che il Piccolo Prosimetro della Provvisorietà continuerà ad esistere come spazio culturale attivo del nostro giornale: i vostri contributi continueranno ad essere scelti e selezionati con cura per fare parte di PPP. Potrete continuare a scriverci a polytroponmagazine@gmail.com e redazione.polymag@gmail.com e sui nostri social.

LA REDAZIONE DI POLYTROPON MAGAZINE

Per ognuno di noi esiste, in qualche parte, una Terra Promessa, esiste come approdo dopo una difficile navigazione, esiste come pausa prolungata, come Nulla, come Tutto, come Dissolvenza: la Terra Promessa emerge (o comunque è questa la nostra speranza) proprio  quando il Dolore ci sprofonda negli abissi.

Così deve essere stato per Enea che, sbarcato su una costa dopo una furiosa tempesta, ha visto la Terra Promessa, ha provato l’allegria dopo il naufragio.

La saga di Enea in cerca di una nuova terra ci conduce direttamente a una delle massime riscritture di questo materiale virgiliano: quella di Giuseppe Ungaretti, con il poema incompiuto La Terra Promessa (prima edizione nel 1950 e una seconda nel 1954), ove il topos omerico-virgiliano del viaggio si contamina con la tradizione veterotestamentaria, come il titolo evidentemente richiama. In quest’opera i personaggi e gli episodi dell’Eneide conoscono una risemantizzazione simbolica che punta su alcuni concetti cardine della poetica ungarettiana, quali il rilievo dell’innocenza e quello della memoria, l’opposizione fra la precarietà, propria di questo mondo, e una stabilità collocata altrove, in una terra promessa che coincide, per forza di cose, con l’aldilà.

In questo quadro di riferimento, il viaggio degli Eneadi verso una meta designata dal Fato assume per Ungaretti due significati: viaggio nella memoria, per salvare ciò che si può di questa vita, anche la Bellezza stessa, soggetta alla disgregazione e all’oblio e viaggio verso un’altissima meta, per raggiungere la quale occorrono splendidi eroi di bellezza, Enea, e d’innocenza, Palinuro, il pilota “insons”, tragico sognatore di “un luogo armonioso, felice, di pace. Un paese innocente”. In questa rivisitazione virgiliana si riflettono le incertezze e le aporie del tempo presente, diviso tra speranza di rinnovamento e senso della fine di un’epoca, tra rinascita e rovine.

Il mito, di cui si parla è, come è noto, quello raccontato da Virgilio nel quinto e sesto libro dell’Eneide e che ha per protagonista Palinuro, il fido nocchiero di Enea che guida la sua nave dall’Africa verso le terre d’Ausonia, l’Italia, la terra promessa, destinata a Enea dal volere divino. Palinuro, ingannato durante il viaggio dal Sonno e caduto quindi in mare, vanamente tenterà di attrarre l’attenzione dei compagni e, giunto poi faticosamente a terra, trova ad attenderlo non la salvezza ma una fine crudele: sarà ucciso dalla gente del luogo che, in seguito, secondo la profezia della Sibilla, ne raccoglierà le ossa edificando per lui un monumento funebre che darà per sempre al luogo il suo nome (Eneide, VI 378-381).

In un’umida notte accompagnata dalle tenebre, dalle ombre, dal sonno, dai sogni un torpore funesto avvolge Palinuro:

Iamque fere mediam caeli Nox umida metam / contigerat, placida laxabant membra quiete / sub remis fusi per dura sedilia nautae, / cum levis aetheriis delapsus Somnus ab astris / aera dimovit tenebrosum et dispulit umbras, / te, Palinure, petens, tibi somnia tristia portans / insonti

Virg., Aen., V, vv 835-841

Ormai l’umida Notte / aveva quasi toccato la meta nel mezzo del cielo, / i marinai rilassavan le membra nella placida quiete / sdraiati sotto i remi lungo i duri sedili, / quando il Sonno scivolando leggero dagli eterei astri / smosse l’aria tenebrosa e cacciò le ombre, / cercando te, Palinuro, portando a te innocente i tristi sogni. /

Lo stesso torpore  avvolge il nocchiero di Enea nel Recitativo ungarettiano

Per l’uragano all’apice di furia / Vicino non intesi farsi il sonno; / Olio fu dilagante a smanie d’onde, / Aperto campo a libertà di pace, / Di effusione infinita il finto emblema / Dalla nuca prostrandomi mortale.

In questi versi  Palinuro diviene il simbolo dell’innocenza e dell’oblio, nel folle  tentativo di raggiungere un paese innocente, utopia della purezza incontaminata, che deve  soccombere, purtroppo,  a forze oscure:

Tale per sempre mi fuggì la pace; / Per strenua fedeltà decaddi a emblema / Di disperanza e, preda d’ogni furia, / Riscosso via via a insulti freddi d’onde, / Ingigantivo d’impeto mortale, /Più folle d’esse, folle sfida al sonno.

Giuseppe Ungaretti fotografato da Ugo Mulas, 1964

Nel rigore geometrico della sestina, che tuttavia contrasta con la struttura frammentaria e incompiuta della Terra Promessa, il ripetersi in ogni stanza  delle parole rima  (secondo lo schema classico della retrogradatio) «furia», «sonno», «onde»,«pace», «emblema», «mortale», sottolinea l’intreccio complesso di variazioni in un movimento sinuoso che non sortisce sviluppo, né vero progresso,  ma si offre come musica  cadenzata e lenta, quasi ipnotica,  di immobilità allucinata; ciò dà vita al fenomeno spiegato dallo stesso Ungaretti (Note alla Terra Promessa) con il termine arabo «kief»,vale a dire «l’assopimento agognato, assaporato negli ozi, il diletto assopente degli ozi».

In Palinuro sia di Virgilio, sia di  Ungaretti si incarna il  naufrago  di ogni tempo, creatura precaria che muore nel miraggio dell’impresa da compiere e  nella stanchezza del proprio dovere compiuto; metafora  dell’uomo di ogni tempo, impegnato  nello sforzo vano di contrastare l’urto del destino.

Palinuro: figura di una struggente quanto dolorosa bellezza.

ARTICOLO DI RITA CEGLIE

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