Flavio Albanese: la ricerca del principio comune

Conversazioni al presente sono incontri pensati per avvicinare lettori e lavoratori dello spettacolo, per vivere insieme il qui e ora oltre le sofferenze e le costrizioni, le mancanze e le privazioni. Riflettere sul tempo presente apre le porte al futuro, è un’occasione di studio.

Flavio Albanese si diploma nel 1990 alla Scuola di Teatro del Piccolo di Milano diretta da Giorgio Strehler, corso Coupeau e con lui si forma seguendo gli insegnamenti, tra gli altri, di Ferruccio Soleri, Marise Flash, Dario Del Corno. Prosegue il suo percorso di formazione diplomandosi al GITIS – Eatc Laboratorio triennale per pedagoghi, registi e attori diretto da Jurij Alschitz. Dal 1986 ad oggi ha portato in scena come attore, regista, curatore varie traduzioni ed adattamenti, da Omero a Molière, da Plauto a Shakespeare, da Čechov a Kane. Flavio Albanese è fondatore, attore e regista della Compagnia del Sole dal 2010.

Da cosa cominciare? Forse dal disordine, me ne hai parlato proprio prima di cominciare la nostra Conversazione.

Il disordine. Sì, il disordine è il territorio del paradosso, di ciò che è fuori dalla norma. Qualsiasi sistema si basa su una norma o su un sistema di norme e qualunque sistema periodicamente entra in un disordine per ritrovare un altro ordine. Questo è nella struttura delle commedie, è nella Genesi, lo spiega Esiodo. Questa perdita ciclica di ordine è una struttura all’interno delle cose umane e anche di quelle universali. È evidente che questo è un momento di disordine: spirituale, politico, economico, affettivo, familiare. Però è anche vero che in questo momento è come se ci fossero tutte le possibilità a disposizione.

Dicevi che il disordine è nelle cose umane, nella struttura della Commedia ed è anche nell’attore in scena.

Sì, esiste uno squilibrio dello stare in scena, più che un equilibrio. L’attore lavora sul corpo, sulla voce ma poi in scena deve diventare uno, tutto uno, come nelle arti marziali. Nella Commedia dell’Arte non esiste una sola posizione in equilibrio, così come nei personaggi non esiste posizione mentale che non sia conflittuale. In Accademia, ai miei allievi, chiedo sempre di mettere tutto in ordine perfetto in sala, chiedo un’ora di lavoro per mettere in ordine lo spazio di lavoro, perché poi si lavora nel disordine.

E adesso? Adesso che il disordine è fuori dal Teatro e dentro sembra essere tutto immobile?

Il sistema teatro è lo specchio di quello che succede nel sistema società, abbiamo avuto un periodo in cui credevamo di avere dei riferimenti e li abbiamo avuti davvero. Alludo a Giorgio Strehler, Peter Brook, a Pina Bausch, al Living Theatre e a Grotowski, alludo alle grandi rivoluzioni teatrali. Newton disse “Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti”. Ecco ora è tutto immobile perché forse il teatro ha perso la sua funzione in una comunità, quella funzione che aveva prima grazie alle battaglie dei grandi maestri. Bisogna tornare a guardare quei giganti, ad avere il coraggio – come Newton – di sostenere il proprio lavoro con tutta la propria capacità, con tutte le proprie risorse. Bisogna studiare e prepararsi molto e rischiare anche di essere presi per matti, da tutti… proprio come accadde a Newton, Bruno o Galilei al loro tempo. Oggi più che altro, mi sembra che si giochi a fare i pazzarelli, in accordo con tutti, simpaticamente, in comitiva.

Mi dicevi che hai usato questo tempo per studiare. Penso che sia una cosa importante di cui parlare, oltre la retorica del fermarsi che ha assuefatto questi mesi. Un conto, del resto, è fermare il capitalismo quotidiano, un altro è fermare l’essere umano, il suo desiderio di sapere.

Ho studiato Fisica, Matematica, materie speculative, ho studiato anche per i miei spettacoli. Quando studiavo con Strehler avevo l’impressione di vedere un modo vecchio di lavorare, avevo l’impressione che bisognasse rivoluzionarlo, ingenuità giovanile perché i fatti e la storia ci raccontano che il cambiamento che c’è stato non è assolutamente paragonabile a ciò che c’era prima, a quel modo di fare teatro. Per esempio: non si può paragonare Carmelo Bene a nessun altro artista italiano, non avrebbe senso per una questione culturale, tecnica, non avrebbe senso da qualunque punto di vista e così vale per il livello formale di Strehler. Il suo modo di fare teatro produceva una forma legata alla sostanza e non vediamo più in teatro le luci che disegnava lui, la messinscena di un classico della drammaturgia fatto con la stessa cura che aveva lui e tutti quelli che lavoravano con lui, non vediamo più un teatro con i principi che aveva fino a qualche decennio fa il Piccolo Teatro di Milano e ciò ha una  conseguenza anche nel pubblico.

Quale conseguenza?

Nel pubblico si forma un abbassamento del livello di considerazione per uno spettacolo, per il teatro, per chi lo vive per professione. Infatti oggi ci trattano da miserabili, simpaticoni, pazzarelli, appunto. Chiunque può fare teatro!

Ecco perché ritorni ai maestri, per capire come tornare al pubblico?

Non ti senti mai risolto, sei sempre con il timore di sbagliare, di scoprire che tutto il tuo processo non ti abbia portato a nulla. Non mi sento risolto, ho fatto alcune cose meglio, altre peggio. In questo momento la mia ricerca mi sta portando a un ritorno ai maestri, sì. Sto riprendendo i vecchi insegnamenti che ho contestato e mi sto chiedendo cosa mi interessa veramente capire, adesso, di questo mestiere, del teatro. E poi torno sul rapporto tra scienza e mito. In questi anni ho lavorato a molti progetti di teatro scienza con il Dipartimento di Fisica di Milano e credo che entrando nella mentalità di questi geni rivoluzionari come Newton (che ha cambiato proprio il modo di pensare dell’umanità) si possa capire anche il senso o la direzione di una rivoluzione del teatro e della vita. Mi interessa capire il principio comune a questi geni… uso lo stesso principio delle formule di fisica che lavorano sull’uguaglianza, due cose che sembrano diverse diventano uguali attraverso la formula. Quindi cosa c’è di comune nei processi dei grandi geni che si parli di Fisica o di teatro? Non so se lo troverò, questo punto in comune, probabilmente farò uno spettacolo che sarà tutt’altro nella sua forma, ma il principio: eccolo.

A proposito di uguaglianze, adesso molti vorrebbero farci credere che il teatro è uguale alla registrazione dello spettacolo online.

Ora si confonde la performance con il teatro, capita spesso. Vediamo immagini staccate l’una dall’altra, azioni con delle allusioni alla violenza e all’aggressività … e questa performance viene confusa con il teatro. Non vedo niente di nuovo, vedo confusione tra le forme d’arte diverse che vengono rese uguali, così senza una formula, perché ci piace così, fa effetto… Ma non sono uguali, restano cose diverse. Ecco, torno agli allievi: penso che una Scuola debba trasmettere ai suoi allievi prima di tutto il lavoro dei veri maestri, quelli che hanno a loro volta fatto una rivoluzione solo così potranno capire il senso della ricerca e della grandezza del nostro lavoro. Quando mi trovo ad insegnare nelle Accademie a chi il Teatro vuole farlo di professione, gli allievi restano ancora oggi affascinati e profondamente colpiti dal mondo che vado a testimoniare. Quando guardano i video delle lezioni di Strehler quando racconto loro i suoi spettacoli, si riaccende qualcosa nei loro occhi: hanno desiderio, voglia, di capire cosa c’era di straordinario in quel modo di lavorare. Noi non vedremo questo balzo in avanti del teatro ma ci sarà, sicuramente. E nascerà dall’Amore, dal ritorno di Eros. O forse dall’acqua come Afrodite.

Tu parli di entusiasmo nei tuoi allievi nell’ascoltare Strehler e parli del rapporto tra allievo e maestro, del contatto tra esseri umani attraverso l’arte. Non posso fare a meno di pensare al fatto che il teatro online perde la sua aura. La perde in modo irreversibile nel momento in cui diventa solo uno dei tanti contenuti da dimenticare in una piattaforma a portata di click. E senza aura muore la sacralità, muore l’umanità e, non a caso, le parole ci sembrano tutte inadeguate per comunicare in questo momento.

Attraverso la tecnologia si possono fare opere d’arte? La risposta è sì. Si possono fare online cose meravigliose? Certo. Ma l’online non c’entra nulla con il teatro, il teatro ha nella sua natura il rapporto dal vivo, se manca il rapporto dal vivo possono chiamarlo come vogliono ma non teatro, non è teatro. Purtroppo questa è una questione culturale, se come mi sembra di capire, il Ministro della Cultura ipotizza di poter spendere dei soldi per fare una piattaforma come Netflix per aiutare il teatro, allora è un problema culturale, per chi ha un minimo di conoscenza del settore una piattaforma non significa assolutamente fare teatro. Se dobbiamo fare le riprese di uno spettacolo allora servono uno studio televisivo, le professionalità del mondo cinema e della televisione che sono altre da quelle del teatro, budget differenti. Ma uno spettacolo teatrale ripreso con le tre telecamere non può competere con la serie televisiva pensata, nata e girata come tale. Battistoni, assistente di Strehler e operatore televisivo, riprese Il giardino dei ciliegi e usò tecniche di ripresa televisiva ma un confronto tra quella ripresa e lo spettacolo in sé non si può fare, né un confronto tra quella ripresa e una serie di Netflix. E guarda, stiamo perdendo le cose e le parole. Carmelo Bene diceva “Attenzione, ché l’orecchio se ne è andato”: ma l’orecchio se ne è andato perché le parole perdono di significato, una parola oramai vale l’altra. Vedi, si finisce per dire che il teatro e il cinema sono la stessa cosa, si perde il senso delle cose in sé. Bisogna farci caso: oggi non si insegnano più spettacoli in versi, in media gli allievi attori non sanno leggere in versi e questo perché? Perché la Poesia è un modo diverso, più complesso di pensare e di parlare. Ma è complesso perché costringe a pensare a quello che si vuole dire e a come lo si vuole dire.

Strehler e l’umanità. Hai pensato molto al tuo primo maestro in questi mesi, c’è una prova o uno spettacolo che ricordi in particolare?

Compagnia del Sole

Non dimenticherò mai quando guardando le prove del Servitore dei due padroni: c’era un attore, Mario Valdemarin, che doveva sostituire un collega nel ruolo di Florindo che aveva interpretato dieci anni prima. Erano in prova e Ferruccio Soleri, l’Arlecchino, mal sopportava che Valdemarin non ricordasse perfettamente tutte le azioni e le battute e lo trattò evidentemente un po’ male. Ad un certo momento Strehler scattò, salì sul palcoscenico e difese Valdemarin dicendo a Soleri “Non è ammissibile che un collega si comporti così con un altro che è in difficoltà sulla scena”. Quando si fa teatro, se non si capisce l’elemento umano prima di tutto, non si è capito cosa è il teatro. Soleri fu apostrofato da Strehler in modo quasi comico per quanto fu forte. Le prove proseguirono, il giorno della prima, agli applausi, Soleri si avvicinò a Strehler e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Strehler lo abbracciò davanti a tutti, penso Soleri avesse trovato il coraggio e l’umiltà di chiedere scusa sinceramente. Strehler ti massacrava in scena ma non sentivi mai addosso l’isteria personale del nevrotico. Sentivi il suo affetto invece ed esisteva un accordo tacito tra attori e regista di fare il massimo che si poteva e questo valeva e vale sempre più di tutto. Il teatro è un atto d’Amore.

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI

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