Ricordando Salvatore Cantalupo

Salvatore Cantalupo nasce a Napoli nel 1959. Comincia il suo percorso artistico formandosi alla scuola di Antonio Neiwiller, con cui collabora come attore dal 1983 al 1993. Dopo l’inattesa scomparsa del suo maestro, continua a lavorare a teatro con Mario Martone, Marco Baliani, Toni Servillo, Claudio Collovà, Massimiliano Farau,  Enzo Moscato e molti altri. Ha curato la regia di diversi spettacoli teatrali come Echi Lontani (2003), Martiri (2008), O Calapranz (2012), Quegli angeli tristi e Maledetti (2016). Nel 2013 ha riallestito Titanic the end da appunti di regia di Antonio Neiwiller. Al cinema ha debuttato in Teatro di Guerra di Mario Martone (1998). Nel 2008 ha interpretato il ruolo del sarto in Gomorra di Matteo Garrone ricevendo anche diversi premi nazionali e internazionali tra i quali Il Mirto d’Oro e quello per il  Migliore attore europeo al Pantalla Miramar 2009 – Argentina. Al cinema è stato tra i protagonisti di Tris di donne e abiti nuziali (2009), Lo spazio bianco (2009), Fortapàsc (2009), TV (2009), Qualunquemente (2010), Noi Credevamo (2011), Corpo Celeste (2011), Esterno sera (2011), Dimmi che destino avrò (2012),  Song ‘e Napule (2013), Perez (2014), Il giovane favoloso (2014), Per amor vostro (2015), Sig. Buonuomo (2015), Le ultime cose (2016) A partire dal 2012,  ha diretto Memini il laboratorio teatrale rivolto ai giovani attori. Si è spento a Monserrato, in provincia di Cagliari, il 13 agosto 2018 ed è Amelia Longobardi, compagna di teatro e di vita, a ricordarlo.

Incontrare un maestro nella vita è una cosa davvero importante.

Salvatore Cantalupo era un uomo a cui la gente voleva bene. Perché il suo “essere”, lui, se lo portava sempre dietro, in tutte le cose che faceva. Sia quando andava a fare la spesa dall’ortolano, sia quando faceva il maestro di teatro o quando camminava su un red carpet. Quando si attardava ad esprimere i suoi pensieri da “pragmatico sognatore”, si formava sempre un gruppetto di giovani intorno a lui, fosse in un momento di pausa sul set di un film o di prove teatrali o nella bottega del negoziante. Aveva quella capacità di affabulare che è propria dei grandi. E non raccontava mai niente a caso. Era uno che amava leggere, studiare, ascoltare musica e che di esperienza ne aveva fatta tanta nella vita e per la strada. Ma anche e soprattutto a teatro con il suo maestro: Antonio Neiwiller. Allora, quando parlava del proprio maestro, si soffermava sugli aneddoti relativi alla quotidianità del vissuto con Antonio e sui suoi compagni, sulle esperienze delle performance, ma anche sulle lavate di capo.

Come di quella volta, agli inizi degli Anni Ottanta, che erano andati a rappresentare il Titanic the end in Sardegna e Antonio aveva cacciato via sia Salvatore che Maurizio Bizzi perché si erano messi a dare fastidio durante lo svolgimento del laboratorio. Loro, approfittando di un’ispirazione data dai luoghi che se ne erano andati a visitare, decisero di montare un’istallazione-performance nei pressi di un nuraghe: costruendo un meccanismo a pioggia e calcolando l’ora del tramonto, allestirono un’azione-rito. In breve, la performance che ne derivò ebbe un bel successo di pubblico ottenendo anche un’ottima recensione. Era la sua prima volta che Salvatore usciva senza il suo maestro, che poi gli disse di non montarsi troppo la testa: «N’ ’adda passà d’acqua sott’ ’e ponte!», gli disse. Salvatore aveva solo 24 anni.

Oppure di quando, in un laboratorio a Udine, per il progetto Beckett organizzato dal Centro Servizi Spettacolo (di cui mi ha poi parlato anche l’amica e collega di Salvatore, Vincenza Modica), il maestro aveva dato ai suoi attori il compito di scegliersi una postazione in paese e di ripetere sempre la stessa azione, agli stessi orari, per un certo numero di giorni. Gli attori, nei giorni precedenti all’avvio delle azioni, avevano fatto diversi sopralluoghi per la città e già avevano programmato il da farsi. La mattina partivano tutti dalla stazione centrale, con lo stesso autobus e ciascuno poi scendeva ad una fermata diversa.  Salvatore aveva scelto il marciapiede di fronte al negozio di un macellaio e tutte le mattine, alla stessa ora, vi si recava per richiamare ad alta voce un certo Ubaldo, come di chi invita qualcuno ad affacciarsi alla finestra. Il tutto durò per cinque giorni. Ogni mattina Salvatore faceva tre o quattro tentativi e poi se ne andava. Alla fine, il macellaio e gli altri negozianti attorno, consapevoli che in quel luogo non abitava nessun Ubaldo, erano tremendamente incuriositi da quello strano tizio. Quando scoprirono che si trattava di un attore che svolgeva la sua performance gli si avvicinarono divertiti.

Ecco, il lavoro sulle improvvisazioni, che metteva in atto Neiwiller fondato sul Codice improvvisazione di Richard Scheckner, e che successivamente ha utilizzato anche Salvatore con alcuni dei suoi allievi, forgia attori sempre presenti a se stessi ed estremamente creativi. Ricordo di performance costruite intorno ad una tavola imbandita per il pranzo o decise al volo a colazione tra un caffè e l’altro. La conoscenza reciproca e la familiarità certo giocavano un ruolo determinante. Una familiarità non nel senso comune del termine.

Famiglia per noi era il nostro gruppo di laboratorio teatrale. La nostra comunità, il Laboratorio Memini, non era vissuto soltanto ai fini produttivi e comunque non si esauriva nelle ore di lavoro fisico in un certo luogo. Proseguiva nei pranzi e nelle cene conviviali, nella condivisione: per alcuni della passione per il calcio, per altri della pratica musicale, per altri nella realizzazione di particolari progetti. E poi, si era presenti nella vita degli altri. Nulla capitava al singolo. Ciò ci faceva sentire meno soli, ci sentivamo parte di una comunità. Ricordo quando capii che Salvatore si era ammalato gravemente. Io ero in Trentino, dove stavo lavorando in una scuola per tentare di risollevare un poco le nostre finanze e non potei lasciare tutto subito, perché con la sua malattia probabilmente avremmo avuto bisogno ancora più di denaro. Allora, mobilitai il gruppo. Tutti, specie i più pragmatici, si occupavano di qualcosa e al mio ritorno continuarono a restarci accanto. La mitica Anna, quanti problemi pratici ha risolto, quanto conforto ci è venuto dalle care Sara e Cristina e quanta poesia necessaria da Alessia.

Le persone che lavoravano con noi divenivano fratelli.  Eppure, negli anni, quando mi affezionavo troppo a qualcuno, Salvatore mi rimproverava sempre. Perché il momento della separazione tra l’allievo e il maestro avviene sempre, immancabilmente. L’allievo deve proseguire il suo cammino e per crescere deve lasciare il suo maestro, per trovarne forse un altro. Sapeva che quando ciò accadeva, io mi chiudevo in un triste silenzio per un bel po’ di giorni e a lui non piaceva vedermi soffrire.

Non me lo sarei mai aspettato che lui, il mio coraggioso e sorridente amore, che il mio severo maestro, mi lasciasse così, presto presto. «Manco o tiempo d’ ‘o dicere» come direbbe il caro maestro Enzo Moscato.

Se ne è andato progettando una nuova vita. Nell’ultima telefonata, la sera prima di morire, mi ha detto che ci saremmo dovuti trasferire in Sardegna perché lì avremmo lavorato meglio ed io avrei avuto finalmente la possibilità di avere una casa, una casa con il giardino, per far nascere le piante, come piaceva a me.

Quando vuoi bene ad una persona non pensi mai a quando non ci sarà più, e quando però il “dopo” si realizza, ti accorgi che sono rimaste in sospeso un sacco di domande.

Forse proprio in questo consiste la morte per chi sopravvive, in una sospensione del diritto a sapere, a dialogare con l’amato. Ancora, e sono passati due anni, spero di trovare tra i nostri libri una lettera per me di Salvatore Cantalupo, per proseguire quel dialogo che, sin dall’inizio della nostra conoscenza, mi ha aperto a nuove visioni del mondo e dell’animo umano.

Forse è per questo che quei libri li custodisco tanto gelosamente.

Gli allievi. In tanti hanno considerato Salvatore un maestro ed un amico caro, per alcuni è stato un padre. In molti ha lasciato traccia del suo modo di essere, del suo modo di guardare alle cose del mondo. Molti dicono di aver imparato tutto da lui. Certamente per molti ciò è vero, mentre per altri, la lezione di vita, il suo esempio, il significato del suo “buon tutto” ai margini di una mail, sono ancora da comprendere. E forse questo è bene, perché ciò dà ancora il senso di un lavoro da portare avanti.

ARTICOLO DI AMELIA LONGOBARDI*

*Amelia Longobardi è nata a Castellammare di Stabia nel 1972. Comincia il suo percorso artistico formandosi come attrice presso il laboratorio teatrale Diffusione Teatro, che frequenta ininterrottamente per 10 anni dal 1997 e dove contemporaneamente collabora come attrice, conduttrice e regista. Approfondisce la sua formazione con Vincenzo Toma e Lello Tedeschi, con Salvatore Cantalupo, Davide Iodice, Marco Baliani, Peter Brook, Beppe Gargiulo, Enzo Moscato. A teatro ha collaborato come attrice con Salvatore Cantalupo, Enzo Moscato, Beppe Gargiulo, Eduardo Zampella, Vanessa Lepre. ha fondato, insieme a Salvatore Cantalupo, il laboratorio teatrale Memini e dal 2008 lo ha assistito in tutte le sue regie teatrali. Negli anni ha curato diversi studi teatrali, mentre nel 2012 ha curato la regia di Ti amo tanto che…, omaggio ad Anna Cappelli di Annibale Ruccello. Nel 2019 ha diretto Mal d’Hamlé, lo spettacolo omaggio a Salvatore Cantalupo.

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