Basta recitare. Basta recitare!

A parlare di ritorno al teatro, oggi, lasci anchilosato più d’un sopracciglio.  Il momento – chi lo discute – è gramo. L’alluvione ha fatto pochi sconti. Il teatro poi, coltivazione da sempre in area golenale, cioè a rischio inondazione, ha pagato la crisi a prezzo pieno. Certo, l’emergenza, prima o poi, (fosse pure d’una terza guerra mondiale mai dichiarata) comunque finirà. E dal disastro, inevitabile, c’è, al solito, da rialzarsi. Come testimoniano a strati di macerie le nostre città, ogni volta fondate su fondamenta precedenti.  In genere – eccettuati sversi di qualche vasca di liquami industriali improvvidamente dislocata e travolta – l’acqua di piena, quando si ritira a far pace con l’alveo del fiume, lascia sul terreno, a ricompensa, una grassa di sedimenti, premessa e promessa di fertilità. Stavolta però la catastrofe ha avuto dell’epocale. Ricominciare da dove ci si è interrotti, non si può. La vecchia strada è sepolta per sempre sotto metri e metri di fango indurito: sul quale, giocoforza, ne va distesa un’altra, futura, tracciata a memoria, dove si vuole, della passata. 

Antico e moderno possono convivere, nuova traduzione d’antica tradizione.

L’estremamente lontano e l’estremamente vicino, sono i due punti più distanti d’un percorso. Ma se il percorso è circolare la distanza si annulla. In attesa che la razza umana, nanotecnologia quantica permettendo, faccia un salto esplosivo di specie, dal biochimico al bionico, trasumanando in flussi di dati innestabili a piacere su intercambiabili hardware di calcolo (una volta detti corpi) annullando indifferente ogni differenza al presente tocca, io credo, il compito di traghettare quel che eravamo in quel che saremo.

Se sarà teatro, sarà teatro d’emergenza, in cui diviene comandamento fondante trasmettere le competenze d’un tempo – i cosiddetti “skills stagionati” – a giovani e giovanissimi, che possano, volendo, sostenere la necessaria contemporaneità, con altrettanta e necessaria primordialità, in una specie di (ben inteso) primitivismo coniugato con (ben intesa) tecnologia: socialità “digitale” che non nega, si integra con socialità “analogica”, in distanza e presenza.

Perché non si tratta, per essere moderni, solo di adattarsi all’attuale vigente, come un liquido che prenda la forma d’un contenente divenendone contenuto; si tratta anche di deformare, fosse anche per sbaglio, le forme a noi destinate, per gravità e peso specifico – cioè serietà – d’intenti; come un corpo celeste deforma lo spazio tempo, deviando (pacchetti d’onda / particelle)  i raggi di luce che lo sfiorino.

La capacità d’errore sarà il nostro bypass più creativo, per andare oltre la rincorsa al consenso, da pura gestione dell’esistente; e forzare il presente, dai like più numerosi che stelle in firmamento; e per saltare in tutt’altra dimensione ante like, antilike, as you like (it). Eravamo o no, noi giovani nei ’70, capaci di trasfigurare una barca origami, in bilico di dito in dito, nella nave de “La tempesta”, alla deriva in un mare di mani, senz’altro aiuto che la suggestione pura, e la semplice sospensione d’incredulità?

D’ora in poi il divario – in ogni campo – tra chi avrà, per merito o demerito, talento o ufficio stampa, i mezzi economici necessari ad imporre le proprie visioni, e chi no, aumenterà. Ma la possibilità di fare e di fare bene, di esprimersi nonostante  le poche risorse ( e forse in loro virtù), va preservata almeno come indicazione d’una via d’uscita espressiva e guerrigliera, via di fuga da sovraccariche linee editoriali di piattaforma, dittatura del  divertito a forza, tik-tok timing macinatutto, in retorica da soufflé al degrado, che non si vede mai abbastanza l’ora di sgonfiare, buttando il proprio spillo nella lotta.

Rimettere piede in teatro non sarà facile per nessuno, di qua o di là del palcoscenico. Ma la congiuntura, straordinaria, ce ne dà, straordinaria l’occasione. Di riscrivere i patti. Di riappropriaci, teatralmente, della vita. Vitalmente del teatro. Di ricollegarsi, terapeuticamente, interpreti e testimoni, all’ancestrale: invasati multiverso, multiforma, al di là delle parti consapevolmente o inconsapevolmente recitate. 

Per non essere, come rischiamo, solo schiavi martirizzati dall’economia del tempo. Dovremo essere, noi interpreti per primi, leggeri e profondi, agili e resistenti, di fuoco, di sale, d’argento, di piombo, d’oro, vetriolo e mercurio. Inafferrabili, devianti, eretici, inclusi ed esclusi. Ognuno di noi un teatro. Ognuno di noi un caposaldo, del restare e del mutare.

Dovremo rivendicare, con la necessità delle vittorie, la nobiltà delle sconfitte. Col transumanesimo, l’essere umano, l’essere umani. Coi megaschermi intimidatori, da 50 metri per 25, il semplice tappeto srotolato di Peter Brook; coi bombardamenti visuali a tappeto, lo spostamento d’aria con cui, in corsa, gli attori di Jerzy Grotowski spegnevano le candele in sala. Sotto attacco non c’è solo il teatro, dal vivo. C’è la vita, dal vivo, sotto attacco. Ma anche i colossi, dal fatturato continentale cadono, così come nascono e muoiono imperi, galassie, universi. Basta a volte far da dislivello, anche minimo, all’inciampo.

C’è modo, eccome, di riconfigurare la sceneggiatura ferrea dell’oggi, dall’effetto calcolato ad algoritmo, in una riscrittura più eversiva, declinata per affetto, non per effetto. E c’è modo che non diventi maniera. Perché il teatro, nella sua umiltà estrema è di cuori, voci, grida, risa, lamenti, pianti, anime, corpi, passioni, idee, illusioni, anche estrema potenza. E l’interprete – attore, attrice – è un mulino a vento che intercetta correnti per pompare acqua di sottosuolo deserto; è il trasformatore elettrico che rende l’alta tensione dei classici fruibile ai 220 V quotidiani; è il vetro posto tra l’opera d’arte e il fruitore dell’opera d’arte, null’altro compito avendo che di rimanere pulito; è, infine, l’artificiere che disinnesca l’ordigno nucleare, al posto tuo. E che tu osservi, a una certa distanza, fare la tua parte, e farla bene. Perché l’atomica alla fine non scoppia.

Ma, per tutto il tempo, non ha mai smesso di esplodere, di secondo in secondo, senza troppi danni, laggiù in fondo, dentro la tua testa. In teatro basta poco, basta recitare. Ma ad una condizione: basta recitare!

ARTICOLO DI MAURIZIO DONADONI

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