Attraversando Martin Eden di Pietro Marcello: l’intervista allo sceneggiatore Maurizio Braucci dal Bif&st

Martin Eden di Pietro Marcello è un film di difficile collocazione. Il regista in una intervista ad Artibuone dice di sé «Io sono per l’individuo, sono libertario». Forse la difficoltà nel collocarlo sta in questo: un regista individualista legge il libro di un marxista americano (Jack London) nato a fine Ottocento e ne trae una storia trasponendola con il proprio punto di vista in un piano temporale lungo un secolo, il Novecento, cercando di raccontare anche le teorie economiche contemporanee. Ne abbiamo parlato con lo sceneggiatore del film, Maurizio Braucci, premiato al Bari International Film Festival per la Miglior sceneggiatura con il Premio Luciano Vincenzoni il 25 agosto 2020 assieme a Pietro Marcello, che ha salutato il Festival tramite videomessaggio in Piazza Libertà, nell’Arena Piazza Prefettura.

Credo si possa definire Martin Eden un film ideologico più che sull’ideologia, il punto è capire qual è la vostra ideologia.

È sicuramente un film sull’ideologia però devo dirle che tutti i film sono ideologici nel senso che noi siamo abituati a pensare che l’ideologia è solo quella là, legata al comunismo, fascismo… ma ogni film contiene delle idee dal punto di vista della politica, quindi ogni film è ideologico. Ad esempio ci sono film che magari sono storie d’amore che contengono delle visioni molto liberal, magari molto anarchiche che quindi sono appunto ideologiche, lo è anche Martin Eden. Lo è in una maniera più evidente. Perché racconta le ideologie del Novecento ti racconta l’ideologia anarchica, l’ideologia socialista, l’ideologia liberale, l’ideologia nazista anche, se vogliamo, quindi io credo che sia un film evidentemente ideologico, dove tutti i film sono ideologici perché contengono idee, solo che noi siamo abituati a pensare alle ideologie come quelle che abbiamo imparato a conoscere dal Novecento e quindi ci sembra molto più ideologico degli altri… però le assicuro che io ho collaborato ad altri film che non sono così evidentemente ideologici ma che sono ideologici, magari sono di una ideologia liberale, magari sono di ideologia, appunto più in sintonia con lo status quo della nostra società e ci sembrano meno ideologici, però le assicuro che anche il capitalismo è una ideologia e quindi un film che non fa altro che ribadire le idee di James è comunque ideologico.

In questo film, in realtà, si può dire che voi attraversiate il Novecento, ma ideologia è anche scelta, significa anche schierarsi.

Questo perché il libro da dove abbiamo approfondito ci è parso un libro che anticipasse delle tematiche fondamentali del Novecento. Il libro è stato scritto nel 1909 e parla di totalitarismo da parte del pensiero liberale che quindi diventava nazismo e da parte del pensiero socialista che quindi diventava stalinismo, parlava di cultura di massa anticipando un altro grande tema del Novecento, parlava dell’industria culturale, parlava dell’uso strumentale che si fa della cultura, la posizione verso la cultura nel romanzo di Jack London è molto critica perché viene vista come cultura di classe… allora vede che è un film ed è libro che mette a nudo dei meccanismi ideologici, e quindi in questo senso è giusto quello che dice lei perché a noi è parso un libro che parlava del Novecento, e siccome parlava del Novecento abbiamo scelto un’ambientazione che fosse il Novecento ma non un periodo del Novecento – come magari si fa di solito – ma all’intero Novecento quindi direi che è un film che viaggia nel Novecento perché così abbiamo trovato semplicemente una forma che aderisse completamente al contenuto.

Interessante il fatto che lei mi dica che la forma aderisce al contenuto.

Ma guardi che l’aderenza fra forma e contenuto è esattamente il meccanismo attraverso cui funziona l’ideologia… non so se ha mai letto o sentito parlare del libro di Mark Fisher, recente, di qualche anno fa che si chiama Realismo capitalista: è un libro in cui dice che nella prima parte del Novecento abbiamo avuto il realismo socialista, una forma artistica che ribadiva il contenuto ideologico del socialismo… ma Fisher ci spiega in maniera molto convincente che ugualmente, per esempio, il realismo a cui siamo abituati oggi, pensi ai documentari, pensi al neorealismo, pensi a tutti i film che riproducono la realtà… non fa altro che dare forma a un contenuto assolutamente liberal-capitalista: la lotta dell’uomo contro l’uomo, la competizione, l’utilizzo della violenza come  meccanismo di controllo sociale… il rapporto forma-contenuto è tipicamente il rapporto dell’ideologia con la sua idea.

Il vostro Martin Eden è un personaggio rotto, spezzato più nel film che nel libro: in questo attraversamento del Novecento non si coglie la differenza tra il socialismo del proletariato e quello borghese e ancora tra quello di Rosa Luxembourg, mettiamo, e quello del fascismo e della Repubblica di Salò. È rischioso rendere a-storica la dimensione temporale del film.

L’ambientazione del Novecento in questo ci ha aiutato perché abbiamo dato sfondi riconoscibili dallo spettatore, ci sono momenti in cui vediamo il fascismo, momenti in cui vediamo il pensiero liberal, anche lì abbiamo seguito molto il libro… perché quello che nel libro è sullo sfondo, in un film diventa più evidente. Il film è visione, non è evocazione. Spesso il lettore legge la trama d’amore, il plot melodrammatico, ma rimuove lo sfondo, perché la memoria funziona così, quindi alcuni si sono sorpresi vedendo il film: ma dove sta questa roba nel romanzo, mi hanno chiesto. Io li ho invitati a rileggerlo e mi hanno detto che effettivamente quello che noi abbiamo inserito nel film, nel libro è sullo sfondo. Quello che lei propone è un tema molto scottante, lei dice “ma il socialismo di Rosa Luxembourg, ecc…” ma noi a volte ci dimentichiamo che poi l’Ottocento ha seminato delle idee, il Romanticismo, il Risorgimento in Italia, le grandi lotte per l’indipendenza che sono diventate delle posizioni che erano o il pensiero liberale o quello socialista, e da lì hanno preso delle derive… perché il liberale di allora è diventato magari oggi il liberal, radical chic. Il neoliberismo oggi è schiacciare l’altro per affermare se stessi, ma d’altra parte anche il socialismo ha prodotto altrettanti mostri: nazionalsocialismo, stalinismo… il libro anticipa il Novecento, nella visione geniale di Jack London, non può non toccare questi temi. Le idee possono subire degli sviluppi distorti e si può passare da essere con il popolo, tranquillamente ad essere contro il popolo: è esattamente questo il tema che il Novecento ci ha lasciato e se lei ricorda tante rivoluzioni sono diventate dittature, oppure tante posizioni a favore del popolo sono diventate demagogie e poi dittature e in questo penso sia anche attuale per noi abitanti del XXI secolo il XX secolo, perché è ancora vivo. Le idee che abbiamo oggi sono state seminate lì.

Eden è una grande contraddizione di uomo, c’è chi lo definisce proletario individualista il che è un ossimoro, ma fondamentalmente questo americano si vota alla distruzione, è la distruzione del sé nel suo individualismo. Perché avete scelto un finale aperto, perché Eden nel film nuota invece di suicidarsi per annegamento?

Questa è una scelta registica, è stato un modo visivo di raccontare la morte direi visionariamente. Il regista ha cercato una narrazione della morte che fosse di quel tipo, un andare verso la morte e possiamo trovare delle citazioni cinematografiche in questa scena. Poi sa, uno costruisce delle opere, poi le opere camminano con i loro piedi. Gli spettatori legittimamente hanno un loro modo di vedere l’opera in base a quella che è la propria visione delle cose… per noi quel nuotare è un suicidio, è uno che si allontana nel mare, ricalca quello che c’è nel libro dove Eden si butta a mare e si lascia annegare. Non è poi una scena felice, è un po’ un andare ad una deriva.

Certo, cambia radicalmente però il senso del suicidio in sé. La morte per annegamento è una cosa, il nuoto un’altra.

È una forma di suicidio raffinata, aristocratica. L’eroinomane si lascia morire lentamente, il suicidio ha una dimensione simbolica.

Una forma diversa di aristocraticismo borghese, allora. Il vero socialista, il poeta Russ Brissenden interpretato da Carlo Cecchi, si uccide proprio come Majakovskij.

Sì, esatto. Sicuramente Eden è un anti-eroe, è una persona che perdendo l’amore perde il senso della vita, perde la rotta e diventa un individualista sfrenato, un nichilista, non gli interessa più della collettività. Gli interessa solo il suo dolore e questa è stata la nostra linea guida e quando abbiamo costruito la seconda parte, abbiamo pensato a molti artisti. Majakovskji è stato molto citato. Abbiamo tradito il romanzo per essergli fedeli. Per esempio, la scena della festa non esiste, la scena dell’arringa ai socialisti è accennata, l’abbiamo dovuta evincere da una sintesi che ne fa London (perché come dicevo, gli aspetti politici sono sullo sfondo nel romanzo). Abbiamo dato una forma che non è corrispondente al romanzo, ma al suo contenuto. Perché usavamo un altro media.

Questa cosa che mi dice sul tradimento è interessante. In effetti si riscontra anche nel Pasolini di Ferrara alla cui sceneggiatura lei ha collaborato.

Ma questo meccanismo è un meccanismo che tutti i traduttori dei poeti stranieri conoscono, si traduce per restituire un senso. Come si fa a restituire il senso dei versi di Eliot in italiano? Allora io cerco un modo che formalmente è lontano dall’originale, ma che mi rende il concetto.

Sì, certo, la lezione è: tradurre è tradire. Ma intanto certe volte la traduzione è possibile solo perché il contenuto è forte e ha valore in sé.

Sicuramente è il valore dell’opera che comunque guida l’adattamento. Non è il primo romanzo che adatto e quando si adatta un romanzo io penso che si debba leggerlo e studiarlo a fondo, ma anche sorprendere un po’ il pubblico. L’arte è ambientata sempre nella percezione che ognuno di noi ha. E le percezioni, ormai lo sappiamo, dipendono dalla persona che guarda.

E come metterà la sua percezione a servizio del film che vuole girare? Ci ha parlato dal palco del Bif&st di un film sull’amore nella vita delle persone disabili.

Sarà uno sguardo molto forte, io ho enormi problemi con questo film. È un Paese, il nostro, con una grossa presenza censoria. Lei ha citato Pasolini, lui diceva che la tolleranza è una forma di discriminazione. In teoria siamo tutti d’accordo sui diritti per tutti, però poi nei fatti siamo discriminanti. Questa idea di un film sul diritto all’amore delle persone disabili nasce del 2011, un Ente mi ha chiesto di affrontare questo argomento, è importante per le persone disabili, non se ne parla.

È importante per tutti, disabili o meno.

Sì, sa come i disabili definiscono quelli come lei e me?

Non ancora disabili.

Esatto. Due giorni fa ero al Festival e proprio ieri ho ricevuto una risposta discriminatoria da un’altra casa di produzione che mi ha detto che non si può girare un film come il mio, che è un film sbagliato, perché non bisogna raccontarle queste cose. Il nostro Paese è un Paese moralista. Ma attenzione, perché guardi che una persona che mi ha assistito nella costruzione del film è un prete che lavora a Lamezia Terme. Io ho problemi con i laici di sinistra, perché non accettano un punto di vista che non è il loro. Si rifiutano di farmi fare questo film perché è lo sguardo della disabilità sull’amore e sulla sessualità e questo sguardo non coincide con il loro. Torniamo a Martin Eden: in Italia l’individualismo è sempre stato persecutorio, sempre stato letto come una forma di prevaricazione sull’altro: uno che domina tutto. Il disabile è quindi un debole, uno che non ha avuto la grazia per i moralisti che così mostrano tutto il loro micro-fascismo. Quando parlo a persone disabili di queste discriminazioni non si stupiscono nemmeno più. Ma questo si deve sapere, bisogna dirlo.

E allora diciamolo. Braucci, lei prima citava Pasolini. Pasolini è stato premiato per il suo Vangelo secondo Matteo da uomini di Chiesa e attaccato dalla sinistra italiana tanto quanto dalla destra per i suoi film e i suoi articoli. Questi moralisti di cui mi parla, quelli di oggi, tempo fa dicevano e ancora oggi dicono, magari in libri e film, che Pasolini è morto perché era omosessuale. Punendolo così moralisticamente per la sua omosessualità, quando lo volevano e lo vogliono punire per la sua ideologia, che era la sua diversità. Le storie si ripetono.

Il nostro Paese, lo ripeto, discrimina la diversità. Io invece sono anche a favore della morale, se prevale il neo-liberismo, ma sono contro i moralisti, quelli che vogliono mantenere lo status quo. Proprio come Pasolini diceva di essere contro i tradizionalisti, non contro la tradizione e lo citano spesso male.

Sì, in effetti non farebbe mai male rileggere Le ceneri di Gramsci.

ARTICOLO E FOTO © DI IRENE GIANESELLI

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