Umberto Saba e il suo viaggio agonistico della vita: tra Entello e Ulisse

Per una donna lontana e un ragazzo
che mi ascolta, celeste,
ho scritte, io vecchio, queste
poesie. Ricordo,
come in me lieto le ripenso, antico
pugile. Entello era il suo nome. Vinse
l’ultima volta ai fortunosi giochi
d’Enea lungo le amene
spiagge della Sicilia, ospite Anceste.
Bianche si rincorrevano sull’onde
schiume che in alto mare eran Sirene.
Era un cuore gagliardo ed era un saggio.
“Qui – disse – i cesti, e qui l’arte depongo”.

Umberto Saba, Entello

In apertura di lirica, che ha valore proemiale della sezione Mediterranee del Canzoniere, Saba rammenta il punto di avvio di quest’ultima  scrittura poetica: una donna lontana e un ragazzo/celeste, luminoso, bello come il cielo. Ma è il tema della vecchiaia a far scattare la transizione verso il mito, il ricordo di Entello, a cui Saba  affida la funzione mitigatrice e consolatoria nei riguardi di una scelta che, malgrado le apparenze, sente drammatica e lacerante: il congedo dalla scrittura.

L’identificazione con l’eroe virgiliano, colta quasi casualmente, prende forma  fino a restituire non solo  la figura dell’ antico pugile, ma anche il paesaggio delle amene spiagge della Sicilia laddove bianche onde sembrano Sirene e infine la situazione: sbarcato nell’isola e ospitato dal re Aceste, antico amico di Anchise (nella lirica divenuto Anceste, forse in consonanza con Anchise), Enea per onorare la memoria del padre morto, indìce dei giochi, ai quali partecipano i Troiani della sua flotta e i Siciliani del luogo. 

Spinto proprio da Aceste, Entello, vecchio pugile dal cuore gagliardo, ma saggio, consapevole cioè dei limiti derivanti dall’età, combatterà un’ultima volta, riportando la sua ultima vittoria: Qui – disse – i cesti, e qui l’arte depongo. Quest’ultimo verso, che riprende quasi  alla lettera il testo virgiliano (hic victor caestus artemque repono)  diviene l’epigrafe con cui Saba sembra annunciare il silenzio che avvolgerà gli ultimi anni della sua vita e lo fa rinunciando a ogni compiacimento sentimentale: grazie alla portata universalizzante del mito. Saba riconosce non solo il proprio scacco individuale ( non a caso, agonisticamente, lascia i cesti, cioè i guanti dei lottatori), ma il ripetersi di una vicenda universale connessa con i cicli della vita.

Inaspettatamente, però, l’ultima poesia di Mediterranee capovolge la parola di Entello. Eccola:

Ulisse

Nella mia giovinezza ho navigato / lungo le coste dalmate. Isolotti / a fior d’onda emergevano, ove raro / un uccello sostava intento a prede, / coperti d’alghe, scivolosi, al sole / belli come smeraldi. Quando l’alta / marea e la notte li annullava, vele / sottovento sbandavano più al largo, / per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno / è quella terra di nessuno. Il porto / accende ad altri i suoi lumi; me al largo / sospinge ancora il non domato spirito, / e della vita il doloroso amore.

Umberto Saba, Ulisse

La memoria dell’antico eroe, racchiusa nel solo titolo, rappresenta un “ altissimo testamento spirituale” (Barberi-Squarotti),  in cui Saba rievoca la sua giovinezza: novello Ulisse, desideroso di avventura, aveva esplorato le coste dalmate, costellate di isolotti, ove raro/un uccello sostava intento a prede,  pericolosi ma belli come smeraldi che costringono le imbarcazioni, durante l’alta marea e la notte, a tenersi lontane dal porto.

Lo sguardo dell’ulissiaco Saba, la cui prospettiva viene identificata nel testo dai verbi usati all’imperfetto, produce una visione carica di meraviglia e fascinazione,  tanto che  ancor oggi egli sente che  quella terra di nessuno è il suo elemento naturale:  le coste dalmate, infatti,  sono il suo universo umano (il mio regno), uno spazio anche interiore in cui si incontrano e si fondono le età lontane della sua vita inquieta, dominata dalla solitudine (nella bellezza insidiosa dei paesaggi, infatti,  non c’è traccia umana)  e da un moto di continua ricerca.

Saba-Ulisse  non è approdato in alcun porto e alla soglia della vecchiaia il suo viaggio continua ancora, sospinto dal suo carattere indomito e dal profondo amore per la vita di cui accetta, come inevitabile,  la componente dolorosa.

ARTICOLO DI RITA CEGLIE

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