La matta di Piazza Giudia: se si inciampa in Elena Di Porto nel 2023

Mia madre non la presero subito, scappò per i tetti, mentre scappava vide la cognata e i tre bambini. Mentre mia madre scappava, la nipote la riconobbe e gridò: “Zia, zia, non lasciarci in mano ai tedeschi, vieni con noi!”. Non pensando che lasciava due bambini, io avevo 11 anni e mio fratello 14 e mezzo, fermò il camion tedesco e disse: “Fermo, fermo, anch’io sono ebrea”.

La matta di Piazza Giudia. Storia e memoria dell’ebrea romana Elena Di Porto di Gaetano Petraglia

Quando si passa davanti al Teatro Marcello al Ghetto di Roma non è difficile figurarsi nella mente l’immagine dei camion fermi durante i rastrellamenti del 16 ottobre 1943. È una immagine violenta che ci può fare tremare fino dentro alle ossa, dovrebbe farlo in verità, specie dopo avere letto “La matta di Piazza Giudia. Storia e memoria dell’ebrea romana Elena Di Porto” di Gaetano Petraglia edito da Giuntina nel 2022.

Il 9 gennaio 2023 a Roma alle 10:15 in Via Portico d’Ottavia 1 sarà apposta una pietra d’inciampo in memoria di Elena Di Porto. Petraglia ne ha ricostruito e restituito la biografia con un ritratto vivido, raccogliendo testimonianze e documenti in modo puntuale e rigoroso, alcuni dei quali sono riportati nella preziosa appendice.

Elena si impone con le sue spalle forti e la sua indole ribelle, con una forza tutta umana, creaturale proprio perché non addomesticabile. «Elena era una ragazza piccola di statura e dalla corporatura forte e robusta. Aveva grandi occhi scuri, delineati da lunghe e folte sopracciglia, il naso regolare e largo, le labbra piene. Tanti capelli, ricci e crespi, incorniciavano il viso allungato, di un colorito bruno» questa descrizione, in effetti, ce la fa immaginare mentre corre a comunicare la notizia dell’imminente rastrellamento proprio come Vilma ne La Storia di Elsa Morante. Elena, che somiglia tragicamente a Cassandra, non verrà creduta, proprio come la Celeste di cui racconta Giacomo Debenedetti, eppure a lei ci si poteva affidare: sempre pronta a gettarsi nella lotta quando i fascisti entravano nel Ghetto, sempre pronta a offrirsi da diversivo per permettere ai giovani ebrei di fuggire.

Nel 1940 in un documento della Regia Questura di Roma si legge di Elena – che è entrata e uscita dal manicomio già prima del matrimonio infelice e sempre sconfessando le diagnosi dei primari – che è: «Vigilata perché di sentimenti avversi al regime e quale squilibrata di mente. Essendo capace di turbare l’ordine pubblico si propone che venga avviata in località di concentramento. Recentemente venne ricoverata nella clinica psichiatrica in osservazione perché diede luogo ad incidenti con elementi fascisti». Sono “matti” questi antifascisti: il 10 giugno viene arrestata e vivrà gli anni della guerra tra Lagonegro, Gallicchio, Terranova di Pollino, Pietrapertosa, Pollenza, Lanciano, Castel Raimondo, Fiuminata, Mogliano, Appignano, Sarnano, Piastra sospirando la “Roma bella” che rivedrà solo dopo l’8 settembre del 1943, quando ci si illuderà che, caduto il regime, sia giunta “’a liberazione”. Ma la liberazione è lontana, troppo, bisognerà aspettare il 1945: nel frattempo i nazisti, con il sostegno e la collaborazione dei fascisti, organizzano minuziosamente la deportazione degli ebrei, liste di nomi e cognomi (uomini, donne, bambini di qualsiasi età), non prima di averli ricattati ottenendo dalle famiglie 50 kg di oro in cambio della millantata salvezza.

Generosa e indomita, ma piena di rabbia, Elena è pericolosamente simbolica: è una donna che deve accedere alla componente più brutale in sé per sopravvivere alla violenza, alle ingiustizie, al male che gli uomini fanno alle donne fino all’epilogo che sembra essere scritto da un grande romanziere. Lei, emarginata e additata, ben consapevole di andare incontro alla morte sceglie un sacrificio evitabile e lascia i due figli per andare in aiuto del resto della famiglia arrestata dalle SS: è tra i 23 Di Porto che non torneranno dalla deportazione.

Elena non è una protofemminista perché fumava o perché picchiava come un uomo, ma diventa una figura storicamente emblematica perché due volte discriminata dalla Storia: prima come donna e poi come ebrea, divenne infatti la “paladina degli ebrei di piazza” ma era una donna che aveva un forte senso della dignità, aveva già detto “no” a un fascista, scampata a uno stupro, con un matrimonio fallito sulle spalle. L’epiteto di “matta”, quindi, è una etichetta moderatista: serviva a isolare, spaventare e arginare la sua forza, eppure questa donna era effettivamente un punto di riferimento per la sua comunità.

Elena ci costringe a riflettere fuori dalla Storia su cosa sono le donne nel mondo: perché per essere accettate le femmine hanno solo due possibilità, cioè diventare docili e mute oppure fare propria la violenza del maschio squadrista e fascista? Sono tante le domande che Elena ci porta, una su tutte: il fascismo è solo il nome che diamo a un male ontologico dell’italiano medio? E chi è l’italiano medio, un concentrato di luoghi comuni che però ha un corpo e dei pensieri, vive, respira e uccide e per queste ragioni lo ammettiamo tra gli esseri umani tollerando la sua esistenza anche nei nostri amici, magari nei più insospettabili? Insomma, il fascismo storico ha avuto un termine, ma esiste un fascismo ontologico di cui non siamo perfettamente consapevoli?

Le donne poi ancora vivono con la costante certezza che prima o poi saranno etichettate come “matte”, “streghe” e quanto di peggio si può immaginare quando diranno un semplice “no” e ben scandito. Cominciare l’anno con Elena Di Porto significa prendere atto che storicamente le donne che dicono “no” non devono essere lasciate sole perché di solito sono quelle che non abbandonano e non lasciano indietro gli altri. Le donne uccise in Italia nel 2022 sono state oltre 100, chissà quante di loro si sono sentite apostrofare come “matte” o peggio prima di essere uccise. Elena Di Porto è stata la vittima di un sistema sociale condiviso dalle maggioranze, dentro e fuori dalla sua piccola storia, ma il dramma è che la sua è una storia che non smette di ripetersi: è quella della nostra vicina di casa o della studentessa bullizzata dai compagni di classe.

Però esistono i libri e le pietre che sono luoghi magnifici per inciampare. Che l’inciampo ci lasci almeno un po’ meno indifferenti visto che, ora più che mai, gli indifferenti si possono solo gramscianamente odiare.

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI

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