Chissà se Nina Vinchi si sarebbe mai aspettata di essere lei l’unico componente del magnifico terzetto dei creatori del Piccolo di Milano a presenziare all’inaugurazione del Teatro Strehler che corona, a cinquant’anni di distanza dalla nascita, la più fertile avventura teatrale del secondo Novecento italiano. È passata una vita intera da quando, ultima di cinque figlie di una famiglia di origini bergamasche e contadine, Nina è diventata per Paolo Grassi e Giorgio Strehler la perfetta interlocutrice per la realizzazione di un progetto politico e artistico coraggioso. Da dattilografa a segretaria generale, da organizzatrice di primo ordine ad anima imprescindibile del nuovo teatro dei milanesi e degli italiani. Colei che resta anche quando tutto sembra in procinto di franare.

Giuseppina Vinchi, detta Nina, nasce il 27 marzo del 1911 nel quartiere di Porta Venezia, a Milano.

Gli studi e la passione per il teatro la portano a frequentare i circoli culturali milanesi ed è proprio in un ritrovo di intellettuali a Brera che alcuni amici attori e il regista Remigio Paone la presentano a Grassi e Strehler. Nina accetta con entusiasmo di partecipare attivamente alla realizzazione dell’impresa promossa dai due critici e registi (un sogno, quello della regia, che Grassi avrebbe archiviato a breve). Il 14 maggio del 1947, con il debutto de L’albergo dei poveri di Gor’kij, con la regia di Giorgio Strehler e la direzione di Paolo Grassi, nasce ufficialmente il Piccolo di Milano che occupa gli spazi al 2 di Via Rovello – spazi che erano stati la scena degli orrori, durante il ventennio fascista, della famigerata legione Ettore Muti (i racconti dei primi sopralluoghi con il sindaco Antonio Greppi sono raccapriccianti) -.

Non nasce solo un nuovo modo di fare spettacolo e di rapportarsi al testo ma si afferma, soprattutto, una nuova possibilità di concepire il rapporto tra teatro e comunità che il teatro stesso deve concorrere a ri-creare, specie dopo le rovine fisiche e morali della guerra. A quel progetto Nina Vinchi ha dedicato l’intera vita, sempre dietro le quinte, senza mai condividere le luci della ribalta, fino a rimanere l’ultima testimone dell’utopia realizzata. Il carattere schivo e la proverbiale riservatezza, mantenuta fino agli ultimi momenti della sua vita, l’hanno sempre portata a sminuire il contributo che in realtà né Grassi né Strehler lesinavano di attribuirle:

Di giorno lavoravo con Grassi e la sera scendevo giù in sala e stavo vicina a Strehler; dalla segreteria alla produzione facevo tutto da sola. Se ho avuto un merito vero, è quello di essere stata un cuscinetto fra quei due così diversi, con caratteri piuttosto forti, pronti a fare scintille per un nonnulla. A quel tempo la mia sola alleata era la stima reciproca che avevano l’uno dell’altro unita alla comune passione per il teatro. I due litigavano, certo, ma dopo poco erano ancora insieme: c’era questo legame, questo volersi bene. Così succedeva anche nei miei confronti: per loro ero l’amica con cui sfogare certe loro perplessità, certe loro punte polemiche. Ci voleva molto buon senso e nessuna partigianeria. All’inizio dunque eravamo Grassi ed io a mandare avanti la “gran macchina organizzativa” del Piccolo Teatro mentre Strehler era signore in palcoscenico. Io ero la segretaria di Paolo e prendevo appunti, stenografavo le moltissime lettere che lui mandava e che poi battevo a macchina. Ma mi occupavo anche di promuovere, redigere gli abbonamenti sull’esempio di quanto in Francia teorizzava Jean Vilar

(N. Vinchi Grassi, Nel 1947, noi tre…, in M.G. Gregori, a cura di, Il Piccolo Teatro di Milano. Cinquant’anni di cultura e spettacolo, Milano, Leonardo Arte, 1997, p. 24).

Il suo ruolo principale è, dunque, quello di occuparsi della complessa macchina produttiva e organizzativa; dei nuovi sistemi di abbonamento – con l’espediente dei prezzi calmierati dei biglietti –; del reperimento delle risorse; ossia di tutte quelle operazioni “dietro le quinte” che permettono a un congegno complicato e fragile come il teatro di funzionare e di sperare di far cultura di là dai vincoli imposti dalle esigenze di botteghino. Ma il ruolo della Ninchi non si esaurisce certo qui: ce lo ricordano le numerosissime citazioni del suo nome nel ricchissimo epistolario di Grassi, che invita gli interlocutori a riferirsi a lei per ricevere opinioni artistiche e organizzative, chiedendo sempre di “passare dalla Vinchi” prima di procedere oltre. Una rapida acquisizione di competenze e un efficace sodalizio con i partner maschili, basato su rispetto e fiducia, renderanno la Vinchi capace di riparare alle fragilità e alle difficoltà che segneranno, in alcuni momenti, i rapporti tra Strehler e Grassi e di entrambi con le istituzioni. Quando Strehler si allontanerà polemicamente da Milano nel 1964 (decidendo di ritornarvi nel ’72, solo a patto di avere a fianco Nina) e quando Grassi, proprio dal 1972, sarà prima sovrintendente del Teatro alla Scala e poi presidente della RAI, la Vinchi si assumerà, anche se informalmente, l’onere di dirigere un gioiello teatrale sempre più proiettato verso l’Europa.

Nel 1978, infine, non sorprenderà molti la notizia del matrimonio con Paolo Grassi, a coronare un sodalizio e un’amicizia di lunga data. Nina era rimasta vedova tre anni prima del critico teatrale de l’Unità Arturo Lazzari. Dopo solo tre anni, Grassi morirà a seguito di un’operazione al cuore e, anche in quell’occasione, per Nina il suo teatro sarà la creatura su cui concentrare ogni energia rimasta. Il suo principale desiderio è quello di offrire al futuro del Piccolo delle prospettive sempre più ampie, da garantire attraverso spazi consoni. È lei a pressare sulle istituzioni perché si cerchino o creino nuove sale per ampliare l’offerta del Piccolo (un’intuizione raccolta dall’ultima riforma dello Spettacolo dal vivo ed estesa agli altri Teatri Nazionali). Si opta per la riqualificazione del Teatro Fossati in Corso Garibaldi, che diventerà il Teatro Studio (1987), oggi intitolato a Mariangela Melato e, infine, grazie ai finanziamenti per le grandi opere e ai lavori per la linea verde della metropolitana, per la costruzione del nuovo grande teatro in Largo Greppi, inaugurato nel 1998 e intitolato a Giorgio Strehler (morto nel 1997).

Molti i premi che le sono stati attribuiti: la Medaglia d’argento della Città di Milano, il premio Renato Simoni, la nomina a Grand’ufficiale al Merito della Repubblica, la targa Mario Bonfantini, la Medaglia d’Oro del Premio della Riconoscenza della Provincia di Milano, la nomina francese di Officier des Arts et des Lettres e il Premio Maratea per una vita nel teatro. Eppure, fino al 1993, anno del suo ritiro dal lavoro, nulla cambiò nella sua vita e nella dedizione assoluta alla causa del Piccolo anche quando con disperazione (rilanciata da un’intervista rilasciata tra le lacrime a Repubblica, il 29 novembre 1992) apprese dell’apertura di un’inchiesta giudiziaria (che lasciò qualche cicatrice) sulla gestione dei finanziamenti europei da parte del Piccolo. Fino al 1993, ogni mattina, si recherà nella sua piccola stanza di via Rovello, un ufficio non dissimile da quello angusto degli anni Quaranta, con un modestissimo arredamento e con alle pareti la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e le foto di Gramsci e Brecht. Nina Vinchi morirà nel 2009, all’età di 98 anni, circondata dall’affetto e dalla stima di molti amici.

Pare che a chi le chiedesse se le fosse dispiaciuto non avere avuto figli, amasse rispondere: “Certo, non ho avuto figli, ma ho avuto tanti abbonati!”.

ARTICOLO DI LAURA PIAZZA

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