Conversazioni, Irene Gianeselli, Polytropon

Lucia Poli, Milena Vukotic e Marilù Prati in scena con Sorelle Materassi di Aldo Palazzeschi

Sorelle Materassi ha debuttato nel 2017 nell’adattamento di Ugo Chiti per la regia di Geppi Gleijeses. Sono Lucia Poli, Milena Vukotic e Marilù Prati ad interpretare le tre donne nate dalla penna di Aldo Palazzeschi nel 1934.
In questa intervista le tre attrici raccontano il proprio rapporto con questi personaggi tragici, buffi, malinconici e ironici al tempo stesso.

Si può intravvedere un rapporto fra la Signorina Felicita di Gozzano e questo romanzo di Palazzeschi? Lo chiedo a lei, signora Poli, perché suo fratello Paolo è stato un grande interprete di Gozzano.

La Signorina Felicita di Gozzano e le protagoniste del romanzo di Palazzeschi (che ha scritto il romanzo nel 1934) sono figure novecentesche ma sono figure molto diverse perché il mondo di Gozzano intanto è un mondo poetico, completamente lirico mentre in Palazzeschi c’è proprio una storia, c’è una vicenda familiare, una serie di personaggi con le loro psicologie, le loro passioni, i loro scontri. Felicita è una serva, una donna umile che vive tra il ricamo, appunto, e le conserve di famiglia, le sorelle Materassi sono delle imprenditrici: ecco una differenza importante. Le sorelle Materassi per la loro epoca sono donne emancipate: hanno fondato una piccola azienda familiare. La cosa che può essere in comune è quest’animo semplice di Felicita che può essere avvicinato all’animo di Niobe, la serva che è molto semplice, molto umile e molto devota e innamoratissima anche lei di Remo, perché questo Remo rappresenta ciò che manca a loro, è l’eros che a loro manca, incarna tutte le figure maschili che a loro mancano: il padre – forse amato anche se cattivo -che è morto presto rovinandole, ma un padre viene sempre amato, un padre chissà quanto affascinante ai loro occhi di bambine; il marito che non hanno sposato, l’uomo che non hanno avuto, l’eros che non hanno conosciuto; il figlio che non hanno partorito, Remo quindi rappresenta un po’ tutte le figure maschili.

E poi Gozzano ha un tono crepuscolare, è molto più sereno.

Sì, mancano questa conflittualità, questi spigoli, questa crudeltà.

Anche gli uomini sono diversi tra Palazzeschi e Gozzano

Certo, in Felicita l’avvocato è lui, è Gozzano con il suo spleen di tardo romantico: è l’uomo che vive di malinconia. Gozzano era partito per una vacanza perché era malato di polmoni e poi era tornato in città e le donne cittadine più colte, più raffinate lo avevano stancato perché finte, salottiere, invece questa pulizia, questo amore così innocente, incondizionato – sei quasi brutta lui dice a Felicita – lo riporta ad un mondo antico, con le vecchie cose di pessimo gusto dei nonni. Sai, le cose di campagna rassicuranti, non così impegnative, prepotenti nella loro forza dell’intelletto, perché in città Gozzano frequenta intellettuali e quindi deve impegnarsi in un mondo al suo livello di rapporti anche di arrivismo, e invece lì c’è il riposo, la mente che può annullarsi nella natura, le api, le farfalle, un mondo bucolico.

E poi in Palazzeschi c’è l’allusione ad un futurismo prepotente: questo nipote privo di ethos non pensa che alle macchine e ai soldi.

Qui c’è un ritratto del fascismo (in Gozzano ancora il fascismo non c’era). Il mito delle automobili, il machismo, la violenza: nel mondo che descrive Palazzeschi, Anni Trenta, c’è già l’Italia del fascismo, con queste bande di maschi che si esaltano a vicenda facendo festa.

C’è anche il culto del corpo del giovane maschio.

Sì, nella scena finale ci mettiamo a guardare le foto in cui ci sono i canottieri, con i muscoli, era un ritratto preciso di quel mondo degli Anni Trenta perché le sorelle hanno comunque quel perbenismo borghese anche della religione chiusa che è tutta un segno di croce.

Signora Vukotic, le donne che incontrano questa figura maschile non sono però solo grottesche ma anche comiche e drammatiche. Rispetto alla scrittura da Palazzeschi a Chiti, come ha incontrato questa sorella, quale è stato il suo lavoro su questo personaggio?

Il mio lavoro con questo personaggio è simile ai miei preparativi in generale: fa parte del nostro lavoro cercare di approfondire, di capire bene dove sviluppare la figura che vogliamo rappresentare. In questo caso Carolina è una madre mancata, la vita l’ha portata con la sorella a vivere questa non femminilità a causa di vicende familiari e di una posizione sociale che è un destino. Ugo Chiti ha elaborato una magnifica trasposizione dal romanzo di Palazzeschi in una dimensione teatrale che era assolutamente necessaria perché occorreva un testo pensato per recitare, non per leggere, è diverso. Sì, sono cambiati i tempi ma l’essere umano non è cambiato, sono cambiate le forme e questo cambia il modo di esprimersi, però i sentimenti sono sempre quelli.

C’è anche un aspetto tragicomico molto marcato.

Come nella vita, c’è sempre il contrappeso: nelle situazioni drammatiche c’è sempre qualcosa di parodistico che fa da contraltare a quello che può sembrare una tragedia. Come il finale: è veramente una tragedia, Remo se n’è andato, Giselda ha distrutto la casa, sono senza un soldo, e poi Niobe trova le fotografie ed ecco che improvvisamente Carolina e Teresa trovano la gioia di rivedere il nipote, di poterlo sognare. C’è subito e sempre un contrappeso.

Tornando alle forme: dal romanzo di Palazzeschi fino all’adattamento di Chiti, c’è stato anche uno sceneggiato molto apprezzato nel 1972 con Sarah Ferrati, Rina Morelli e Nora Ricci. C’è qualche aspetto che vi ha colpito?

Io non l’ho visto, ho visto solo un pezzetto. Sì, era un cast meraviglioso, io sono stata
con Rina Morelli in compagnia e naturalmente ero in ammirazione e molto affezionata a lei.

Siete molto affezionate a queste sorelle, ne parlate come se fossero vive.

Questo capita quando si fa un personaggio, un ruolo, si convive con questi personaggi, alla fine ne se parla come se fossero vivi. Mi ricordo una volta sono stata a Recanati, sono andata a vedere la casa di Leopardi e c’era il guardiano che parlava di lui come se lui fosse ancora lì. Diceva: “Ecco, Leopardi usciva fuori da quella porta, poi lo si vedeva qua…”. Diventiamo una parte dell’altro, tra personaggio e attore è una cosa che viene naturale a un certo punto. Io sono abbastanza dentro, mi è difficile fare questa recitazione cosiddetta straniata in cui si parla come se fosse un altro a parlare, io preferisco concentrarmi… cosa che adesso farò.

Signora Prati lei interpreta la sorella minore, Giselda, che forse tra le tre è quella più moderna, una femminilità più vicina a quella contemporanea.

Sì, io ho lavorato su questo lato molto attuale anche e che mi appartiene come storia mia personale insieme a Geppi Gleijeses che ha fatto la regia. Abbiamo lavorato su questa verità che manifesta fin dall’inizio: Giselda tratta le altre da stupide, sarà perché lei ha avuto un marito, una storia un po’ misteriosa, sarà che ha avuto le sue esperienze. Giselda tenta anche di salvarle, lo dice molto chiaramente che questo Remo è un farabutto. Nell’ultima scena di Giselda, prima della sua uscita definitiva, c’è una rottura, è passato del tempo, un anno, e un anno significa ipoteche, Remo lontano e tutto in rovina. Per questo io strappo le pareti, ogni battuta ha la sua parte e quindi rientra in questo schema di distruzione.

Rispetto al fascismo, Giselda è un personaggio difficile da collocare: potrebbe benissimo essere una donna indipendente, che non accetta la passività della femminilità da regime.

È vero, questo non si è capito bene, perché in realtà nel romanzo lei è una femminista, però in effetti c’è una battuta in cui le due sorelle dicono che potrebbe andare in sezione a denunciare Remo per gli schiamazzi notturni. Credo sia più che altro un piglio assertivo che fa parte del tentativo di svegliare le sorelle che stanno andando in rovina. Questo è il mio modo di vedere Giselda: una femminista. Del resto ogni attore dà al suo personaggio la sua interpretazione e io voglio dare un’interpretazione “positiva”.

Giselda è l’unica sorella che per esprimersi canta, usa questo mezzo liberatorio. 

È l’unica che canta, che commenta le cose col canto e nel romanzo di Palazzeschi ancora di più: addirittura lei commenta con i brani d’opera, dall’alto, perché lei controlla dall’alto della sua stanza quello che succede.

E Giselda è anche l’unico personaggio che ha profonda questa idea della famiglia matriarcale.

Forse più una sorellanza anche se sono cose vicine fratellanza e matriarcato. Ha una cultura femminile di accoglienza, di sorellanza, anche se in questo caso lei è un’oppressa, va via, sicuramente offre l’immagine di un riscatto femminile, è l’unica sorella ancora fertile… poi le fanno schifo gli uomini perché ha avuto delle esperienze negative e infatti lo dice a Remo per polemica, perché lo vuole offendere. Teresa e Caterina invece sono più affettuose a questo nipote che a lei, e questo la delude, la trattano come una mezza serva – e questo lo dice Palazzeschi – lei si sentiva un anfibio fra una sorella e una serva.

ARTICOLO* DI IRENE GIANESELLI

*Quest’articolo è stato pubblicato in una prima versione su Globalist.it il 18 dicembre 2017

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