Esattamente un anno fa, il 28 aprile 2018, Bernardo Bertolucci incontrava la città di Bari in una intensa masterclass condotta dal regista David Grieco. Quella sera al Teatro Petruzzelli di Bari venne proiettata la versione in lingua originale di “Ultimo tango a Parigi” restaurata in 4K a cura della Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale di Cinematografia con la supervisione di Vittorio Storaro per l’immagine e di Federico Savina per il suono. Proprio oggi, 29 aprile, il Bif&st 2019 ospita il tributo al maestro scomparso lo scorso 26 novembre e in questa conversazione David Grieco (giornalista, scrittore, critico cinematografico) ricorda con noi quel miracoloso 28 aprile e la sua amicizia con Bertolucci.

Come e quando hai incontrato Bertolucci?

Fu Pier Paolo Pasolini a telefonare a Bernardo Bertolucci per chiedergli di prendermi in considerazione come assistente alla regia. Quando incontrai Bernardo, lui mi disse che mi conosceva come attore. Io gli risposi che l’attore non lo volevo più fare perché mi consideravo negato, al che lui disse che mi voleva scritturare per fare ben tre lavori contemporaneamente: l’assistente alla regia (non retribuito), l’attore (retribuito) e la controfigura di Pierre Clementi, cioè il Sosia del protagonista (come dal titolo del racconto di Dostoevskij da cui il film è tratto) dietro il compenso di una stanza nello stesso albergaccio (l’Hotel del Pallaro a Campo de’ Fiori) dove aveva preso alloggio anche Pierre Clementi. Non avevo soldi, non avevo casa, e pertanto accettai senza battere ciglio.

Il 1968 è stato l’anno in cui hai sperimentato la recitazione e hai seguito da vicino tre film: “Giulietta e Romeo” di Zeffirelli, “Teorema” di Pasolini e “Partner” di Bertolucci.

Non l’ho sperimentata io la recitazione. È la recitazione che ha sperimentato me. Con risultati disastrosi. All’inizio del 1967, avevo meno di 16 anni, Franco Zeffirelli mi scelse in una sessione di provini dove c’erano migliaia di candidati. Provò ad affidarmi una parte di una certa importanza, ma dopo avermi visto all’opera cominciò a tagliarmi le battute giorno dopo giorno. 
Però fu un’esperienza fondamentale per me, che durò quasi un anno. Ho imparato tutto quello che c’era da imparare sul cinema, e ho imparato anche l’inglese perché vivevo assieme agli attori inglesi del film, che erano quasi tutti miei coetanei.

In particolare “Partner” è un film che Bertolucci rileggeva quasi con fastidio, lo definiva un film “malato”. Tu come lo vivesti all’epoca e come lo rileggi oggi (dopo un 2018 che è sembrato molto più simile al 1928 che al 1968)?

“Partner” è un film veramente folle, pensato e realizzato applicando alla lettera la celebre frase del Maggio ’68 francese “L’imagination au pouvoir” (“La fantasia al potere”). La prima versione che Bernardo montò durava circa 4 ore e mezza. Fu così che venne tagliata tutta la parte che riguardava la classe degli studenti del professor Pierre Clementi, in cui comparivo come allievo nei banchi insieme a Ninetto Davoli, Manuela Kustermann, Giancarlo Nanni e tanti altri giovani matti dell’epoca. Eppure, l’immagine di quella classe, con me purtroppo in primo piano, appare ancora nelle locandine del film. Questo per dire che non c’era nulla di veramente programmato, tutto avveniva quasi per caso.
Forse è per questo motivo che Bertolucci lo ha definito un film “malato”. Ma forse c’è un’altra ragione, più seria e più profonda. Bernardo era come tutti perdutamente  innamorato della ventata di libertà del 1968. Poi però, nel 1969, decise di iscriversi al Partito Comunista Italiano, con la seguente motivazione: “Questi sessantottini, a pensarci bene, mi spaventano un po’ perché somigliano troppo ai loro coetanei fascisti, non vedo grandi differenze”.
Riguardo al paragone storico fra ieri e oggi che tu mi proponi, a mio avviso troppe cose sono cambiate e non è detto che siano cambiate in peggio. 
Cinquant’anni fa, tutti i giovani sembravano di sinistra anche se non lo erano. Negli anni successivi non a caso è nata la strategia della tensione, è venuta fuori l’esistenza di Gladio prima e della P2 e poi, mentre ogni anno, fino al 1975, c’era sempre chi tramava per realizzare un Colpo di Stato militare in Italia.
Ora ho l’impressione di vivere nella situazione opposta. Tutti sembrano fascisti ma non lo sono. Il cosiddetto sovranismo che cerca di imprimere una svolta autoritaria e oscurantista alla vita degli italiani mi pare si stia sfracellando a velocità supersonica. Se i vecchi, tutti i vecchi me compreso, si faranno da parte, l’Italia potrebbe finalmente rinascere. Perché i vecchi non capiscono più la realtà in questa radicale trasformazione della società che non ha precedenti nella storia dell’umanità e la temono, al punto da diventare beceri conservatori ma anche orrendi fascisti. Molti di questi vegliardi spesso un tempo votavano comunista. Oggi stanno tutto il giorno su Facebook a sputare veleno, soprattutto all’indirizzo dei giovani che secondo loro stanno troppo su Facebook.
Va dato presto il potere ai giovani, senza se e senza ma, ma i giovani in gamba, i giovani studenti, devono prima occuparsi di una cosa molto importante e molto urgente: aiutare i giovani che studenti non sono, e che si lasciano manipolare da oscurantisti e fascisti, a capire che il futuro è anche loro e che non devono sentirsene esclusi.

Tu hai davvero tanta fiducia nei giovani, forse ne hai più tu in loro di quanta ne abbiano loro in se stessi. Quando lo dici ci costringi sempre a ragionare su questo. Ma tornando a Bertolucci, qual è il suo film che in assoluto ti ha colpito e perché?

I film di Bertolucci mi hanno sempre colpito, anche in negativo. Come “Partner”, anche “Piccolo Buddha” secondo me era un “film sbagliato”, scaturito dal “periodo buddista” di Bernardo.
Su “Ultimo Tango” all’epoca ero troppo scettico perché ero condizionato dal parere negativo di Pasolini. 
“Novecento” rappresentava e rappresenta ancora un’utopia straordinaria, quella di fare un film hollywodiano comunista.
“L’Ultimo Imperatore” ha vinto 9 Oscar del tutto inaspettati e ha spalancato le porte al cinema cinese che sarebbe venuto in seguito. 
Bernardo Bertolucci è stato il più grande visionario del cinema italiano. Più di Fellini, più di Sergio Leone. Ma il suo film che scelgo è ancora e sempre “Il Conformista”, un film che definirei “perfetto”. Lo vidi in una proiezione privata, ero seduto accanto ad Alberto Moravia, e quando si accesero le luci dissi a Moravia, con la mia notoria sfrontatezza, che il film era persino più bello del suo bellissimo romanzo. 
Quando Bernardo si avvicinò, Moravia gli disse: “David ha appena detto che il tuo film è più bello del mio libro. Vorrei aggiungere che sono d’accordo con lui”.

Come racconteresti o definiresti il suo Cinema se dovessi raccontarlo a chi non lo conosce o comincia a conoscerlo?

Ho già detto che secondo me Bernardo Bertolucci è il più grande regista italiano di tutti i tempi. Non ho mai conosciuto nessuno che possedesse tanto candore e tanto coraggio allo stesso tempo. Per Bernardo, nulla era impossibile. Gli usciva dal cervello un’idea folle e contagiava tutti, senza un briciolo di autoritarismo. In fondo, a pensarci bene, il famoso slogan del 1968 “La fantasia al potere” lui lo ha semplicemente messo in pratica. Il 1968 è stato lui ad impersonarlo come nessun altro.

Cosa mancherà al cinema italiano di Bertolucci? Segretamente, dopo “Io e te”, in molti aspettavano un nuovo progetto.

“Io e te” è lo specchio dell’impotenza di Bernardo, causata dalla sua grave malattia. Quel film è un controsenso. Bertolucci, con la sua fantasia, non poteva chiudersi in uno scantinato a fare un film. È stato costretto a farlo, ma ha anche capito che a quel punto era finita e da quel momento ha scelto di incoraggiare gli altri, i giovani, a fare film sempre più sperimentali, sempre più coraggiosi.
Bertolucci manca e basta, e non soltanto al cinema italiano. Non nascerà mai un altro come lui, perché Bernardo aveva un DNA incredibilmente complesso ma allo stesso tempo incredibilmente armonioso.

Negli anni il tuo è stato un rapporto di amicizia e di cinema con Bertolucci. Come ti appare la generazione dei registi di oggi?

Purtroppo, la generazione dei registi di oggi ancora non esiste perché ci sono forse un milione di giovani oggi che vogliono fare i registi. Un tempo, questo mestiere non era così ambito perché è un mestiere faticoso e precario. Oggi i giovani nascono precari, quindi vogliono fare i registi perché un lavoro normale non lo trovano più, e allora tanto vale tentare di fare il regista, l’attore, il cantante, il calciatore, o alle brutte il Gratta & Vinci che se ti va bene diventi ricco e famoso…
È tutto assurdo. Anche perché un tempo la gente andava al cinema, i film incassavano e uno poteva anche diventare ricco, mentre oggi tra pirateria e tagli ai finanziamenti per la cultura come si dice non c’è proprio più trippa per gatti. Fra qualche anno si ritroverà un equilibrio e i registi torneranno ad essere quelli che hanno le tante qualità che occorrono per fare questo mestiere ma soprattutto hanno qualcosa da raccontare, un’esperienza da trasmettere.

L’ultimo incontro al Bif&st è stato emozionante e ha lasciato un segno profondo in tutti i presenti. Cosa puoi raccontarci di quel giorno?

Di quel giorno ricordo soprattutto l’ansia, perché pensavo che Bernardo non sarebbe riuscito a stare per più di 10 minuti sul palcoscenico del Petruzzelli. Pochi minuti prima, in auto, gli dissi: “Non facciamo programmi. Parlo solo io, racconto tutto quello che c’è da raccontare, ti spiano la strada, distillo via via le informazioni necessarie e tu mi interrompi quando ti pare per dirmi qualsiasi cosa tu voglia dire”. 
Lui era preoccupato come raramente l’ho visto preoccupato e mi ha risposto: “Ok, guidi tu”. 
Quando abbiamo cominciato questa conversazione pubblica, ho voluto premettere al pubblico che ci saremmo interrotti in qualunque momento, anche all’improvviso. Poi, mi sono subito dimenticato, ma veramente dimenticato, del pubblico. Bernardo ha cominciato ad ascoltarmi con la sua pazienza sorniona che conoscevo bene e ogni tanto interveniva anche per prendermi affettuosamente per i fondelli, cosa che ha sempre fatto per 50 anni. 
A quel punto, mi sono rilassato anch’io ed è venuto fuori quello che è venuto fuori. Quando è apparso Felice Laudadio, il direttore del Festival, io non sapevo più dove mi trovavo né quanto tempo fosse trascorso. Poi il pubblico si è alzato in piedi e ha cominciato ad applaudire. In quel momento sono rimasto sorpreso e mi son detto: “Cazzo, quanta gente c’è qui dentro…”
La sera, dopo cena, ero stremato. Bernardo invece era più in forma che mai. Prima di andare a dormire, ha detto a me, a Felice Laudadio e ad Alberto Crespi: “Ragazzi, mi avete ridato la vita”. Io gli ho letteralmente risposto: “Mortacci tua, io non riesco nemmeno ad arrivare al letto e tu ora saresti pronto a ricominciare tutto daccapo…”
Il giorno seguente, a pranzo, Bernardo mi confidò che gli era tornata la voglia di lavorare e che si sarebbe messo a scrivere subito una sceneggiatura. Prima di morire l’ha terminata. Non vedo l’ora di leggerla.

ARTICOLO E FOTO DI IRENE GIANESELLI

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