Quando lo ricordano non hanno gli occhi lucidi, la voce non si incrina. C’è pura luce nelle parole di Serge Toubiana (direttore generale della Cinémathèque française e critico cinematografico dei Cahiers du cinéma) e Jean Gili nel raccontare di Bernardo Bertolucci e del suo Cinema nel primo degli incontri a lui dedicati.

Stupore, benedizione, grazia, passione, desiderio, gioventù sono le parole ricorrenti: Bertolucci appare come una costellazione maestosa. Nessuno lo nomina coniugandolo al passato, il suo Cinema è.Presente, vivissimo, proiettato verso forme nuove, un Cinema che non invecchia, ma sfugge al consumo.

Felice Laudadio

Per Toubiana l’incontro con Bertolucci è avvenuto nel 2013 alla Cinémathèque française. Lì, quando tutti avevano creduto che l’uomo provato nel corpo si sarebbe fermato, Bertolucci ha stupito e sconvolto con la sua presenza gioiosa. Ma Toubiana aveva incontrato il suo Cinema molto presto, già quindicenne, scoprendo “Prima della rivoluzione” con i suoi occhi di giovane comunista (e Gili ha sottolineato il tratto surrealista – o iper realista, forse? – del regista che diceva di avere capito di essere comunista guardando la propria madre e la luna).

Serge Toubiana

E da quel che Toubiana descrive, sappiamo che la domanda giusta non è “Chi era?”, ma “Chi è Bertolucci?”: un regista-intellettuale che conserva il ritmo feroce della Nouvelle Vague, quell’inconfondibile passo di danza vissuto su un pavimento cosparso di cocci, ma che poi sa guardare un passo avanti a sé. Un regista impegnato politicamente, che guarda alla lotta di classe e al ruolo del proletariato. Un regista in cui si trovano Marx e Freud e che ragiona sulla sessualità mostrandone il moto vitale per la strutturazione dell’individuo. Un dono del cielo. È Bertolucci: avvolto proprio da una benedizione che forse non ha nulla di misterioso, se non nella sua irriproducibilità.

Gili chiede a Toubiana di “Partner”(1968), il film sul 1968 che lui stesso come critico vorrebbe approfondire, e Toubiana rilancia citando “The dreamers”(2003) – con il personaggio sublime interpretato da Eva Green, film rispetto al quale si ripensa a Cocteau e a quella sua immagine cruda del cinema come “morte al lavoro” – fino a “Io e te”(2012) l’altro film sulla gioventù, sulla scoperta dell’amore e del desiderio e della propria coscienza individuale nella società.

Roberto Perpignani

È poi Roberto Perpignani, anche lui indossa una camicia rossa come Bertolucci nell’ultima masterclass al Bif&st 2018, a ricordare il primo incontro con il regista per il montaggio di “Prima della rivoluzione” (1964) con le musiche di Ennio Morricone dopo avere lavorato a “Il processo” (1962) con il “mutilato” (cinematograficamente parlando) Orson Wells.

Ma il talento di Bertolucci che per girare “Novecento” (1976) impiegò un anno e dopo nove mesi dovette bendare l’occhio impegnato troppo a lungo con la cinepresa (cosa che però gli dava allegria perché si sentiva come John Ford), era anche quello di saper gestire le difficoltà economiche senza sacrificare il proprio progetto. Mimmo Rafele racconta che così accadde con “Strategia del ragno” (per il quale nel 1970 chiamò l’esordiente Storaro come direttore della fotografia: non poteva permettersi una troupe di professionisti affermati, ma scoprì un altro grande talento della Storia del Cinema italiano).

Autori per la rivista “Bianco e Nero” del numero 593 dedicato a Bertolucci, Gili e Toubiana si passavano con affetto il volume come fosse il cappello che di solito il regista indossa nei celebri scatti dal set.

Come se Bertolucci fosse in segreto ascolto, magari nascosto tra il pubblico, pronto ad arrivare con il suo sorriso a chiedersi: “Com’è che eravamo così felici noi, io e tutti gli altri impegnati in quel lavoro, quando facevamo quei film?”.

Articolo e foto di Irene gianeselli

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