Maurizio Donadoni, Polytropon, Voix

Apocalypsis cum figuris – Atto V

Maurizio Donadoni firma Apocalypsis cum figuris in Voix.
Una scrittura nel suo farsi, pensiero di un attore e drammaturgo nel 2020. I primi due atti sono stati condivisi nell’ambito di E come Eresia: Le Rivoluzioni siamo noi?

O dovremo rassegnarci ad essere (o risultare, che è quasi essere), eterodiretti?

No. Agire, questo bisognerebbe, secondo paradosso d’un poeta nato in una città piena di portici, nel 1922:”… poiché, ti ripeto, non c’è altra poesia che l’azione reale”.

Esortazione che seguì alla lettera, fino alle conseguenze di Ostia, coi casermoni dell’Ina case a far da colombari di lumini e voci, da televisioni lontane: estrema opera letteraria, omega scritta da un alfa, targata Roma, K69996.

Agire, occorre. Fare, alla  fine quel che avremmo sempre voluto e mai potuto, per via d’un qualche dovuto. Amori abbandonati, passioni sempre sopite, sentimenti incondivisi, opinioni inespresse, baci non dati, pugni mai picchiati, porte non sbattute, il catalogo dell’incompiuto, da fondo scena arriva in proscenio e oltre.

Forse quelli della mia generazione, babyboomers, hanno troppe aspettative di novità, ansia di cambiamenti, da sempre attesi,  tuttora disattesi. E al punto di stallo cui siamo pervenuti in cinquanta e più anni di sala d’ aspetto, ad articolazioni incriccate, agire come si deve, ci è forse precluso. Abbiamo aspettato troppo, troppo docili, per non dire ignavi. Il portone della legge, che era nostro destino soltanto oltrepassare, sta per essere chiuso dall’inflessibile guardiano, in redingote rossa ed alamari d’oro.

Tutto quel che di vecchia rivoluzione ci consente l’ anagrafe, è d’andarsi a fracassare il piede tra le due ante in chiusura, quel che fanno i venditori porta a porta, alle fatali cinque del pomeriggio, incombente il rientro in ditta, senza un solo aspirapolvere venduto. Far d’ingombro al requiem aeternam di serrature, catenacci e lucchetti. Non sarà il bel gesto che fa romantico l’ eroe, è roba un po’ da facchini, ma avremo almeno gettato (altra immagine d’ epoca) parte del nostro corpo, magari non la più nobile (ma tanto utile!), nella lotta. Avremo reagito.

Condizione preliminare dell’agire poi, il reagire prima.

A cosa, reagire? 

Ai mali del mondo?

Alle disuguaglianze?

Alle ingiustizie?

Alle sopraffazioni?

Alle violenze? 

Bisognerebbe, intanto non essere mai troppo sicuri nel giudicare, e in qualche caso, astenersi dal  pubblicare sentenze definitive ma prive d’istruttoria preliminare, su ciò che in assoluto è bene e male. 

Ricorda tanto l’esodo forzato, a brucior di spada michelarcangela, da un eden perduto.

Ma, non potendo proprio fare a meno di sparar giudizi a grappolo, lasciamo perlomeno in stand by l’istituto del probabilmente, dirimpetto a quello, fin troppo frequentato, del sicuramente. Reagire quando occorre; ma primaditutto, a noi stessi, a germi e infezioni di cui siamo portatori, anche asintomatici. 


Non è il caso di puntare su altro o altri l’indice accusatore, non avendolo prima rivolto ad indicare noi. Perché ciascuno di noi, in misura diversa s’intende, è responsabile di quel che accade, se e quando accade. Cosa ho fatto (o non fatto) io, perché la situazione, di condensa in condensa, si venisse a calcinare nel modo in cui è percepita oggi? 

Dei tanti mea culpa cui potrei attingere me ne indico uno (e guardo l’ errore, non il dito):  da quando ho messo il primo piede in palcoscenico, per professione (leggi anche: vocazione) mi sono sempre più convinto che fare bene il mio mestiere non mestiere, seguire il mio -Hilmann! – dàimon, perfezionare la tecnica nell’umanizzare il verosimile, non accontentarsi mai dell’acquisito, ricercare sempre l’inesplorato, mai mortificare ciò che vivo deve rimanere- il teatro- e, inoltre ma non per attitudine allo schianto, togliere la rete d’una sicurezza anche minima, avanti l’esibizione al trapezio, distrarre le poche certezze di partitura – toni, intenzioni, intonazioni – accettare il rischio di perdersi nel ritrovare nuovo, ad ogni replica, lo stesso racconto, tutto l’armamentario insomma dell’onesto attore, che cerca di dare il meglio di sé eccetera eccetera – ecco – questo pensavo bastasse ad esaurire il mio compito,  ripagare il mio debito con gli altri.

Mi rendo conto solo ora che così non poteva, non doveva essere. Che merito volete sia fare bene l’attore, o cercare di  farlo, al meglio delle possibilità?

Se uno si ritrova un qualche talento, farlo fruttare, essere sempre più funambolico è questione d’applicarsi con relativo impegno alla propria ossessione. Ma ad un ossesso, l’impegno, si sa, non costa affatto. Pesa di più rispondere alla chiamata d’un collega che, a spasso da tempo, ti chiede, sordina alla disperazione, se per caso sai di qualche lavoro… e casomai di farglielo sapere. No che non basta, il 100% dedicato a diventare un eccellente, un virtuoso, e nemmeno un poeta, nell’arte. Oggi, non basta più. 

Nell’inversione di paradigma che adesso si impone non è più sufficiente nemmeno un 70/30, nella rapporto arte fratto vita. Andrebbe anzi rovesciata, la proporzione, a tutto interesse della seconda.

E se proprio si vorrà continuare, se richiesti, a siglare foto con dedica, lo si faccia come l’Abbè Pierre, che domandato d’un autografo, firmava in bella evidenza:”e gli altri?”

Chiaro, nelle ceneri presenti e future, la nostalgia d’un pensiero che è agire di per sé, d’un arte equivalente all’azione, d’una poesia come musica, indefinibile, nel suo distacco dalle cose, ma alta ed espressiva, come la realtà, rimarrà tatuaggio indelebile in chi se non i mezzi, ha l’animo del poeta.

Ma la realtà ora non ha bisogno di cantori. Di descrizioni di descrizioni. Bisogna comporre con l’esempio. Altro spazio di manovra non rimane. Parliamo troppo, diciamo troppo, noi italiani, sui guai della penisola (e questo scritto ne è agile conferma). Sono almeno cinquant’anni, secondo mi ricordo, che cincischiamo di ricette per guarire il nostro Paese, senza riuscirci mai.

Un consulto mai finito di dottori che s’avvicendano al capezzale d’Italia, espongono, propongono, si contrappongono e alla fine dispongono, tanto per disporre, protocolli di blandissima efficacia, ma dagli effetti collaterali esiziali, sì da dover ricominciare a discutere da capo tutto quanto del morbo, diagnosi, prognosi, terapia; mentre la malata, salasso dopo salasso, deperisce e muore, di chiacchiere circa la cura.

Cinquant’anni che si parla di riforme. Messi uno sull’altro i faldoni che ne contengono, stenografati, i progetti – completi di emendamenti e controemendamenti, di maggioranze e opposizioni, osservazioni di commissioni, relazioni di task force d’esperti,  invii e reinvii da camera a senato e viceversa, approvazioni, stralci, bocciature d’inconcludenti e inconclusi iter parlamentari, interventi di ministri segretari, sottosegretari, vice e vice di vice, con o senza portafoglio – costituirebbero una torre di cacofonie che Babele al confronto è patria dell’esperanto. Parole ed echi di parole tra sbadigli  bipartisan, impasti di voci che gridano nei desserts, noiose come quelle di certi preti, che non credono più all’eucaristia, ma ne mimano i riti.

Basta discutere. Facciamo qualcosa che abbia l’evidenza d’un fare.

Seguitando ad intedere la democrazia una mai finita lotta per le competenze e se, avendo da sollevare un monolite con sforzo collettivo, invece d’applicarci ognuno al suo tratto di fune, ci perdiamo in discussioni su come andrebbe sollevato, il nostro Moai resterebbe per sempre tutt’uno col pavimento della cava, nella nostra Rapa Nui a forma di stivale, altro che resurrezione di Pasqua (isola di). Onde evitare di  finire nelle barzellette di mezzo mondo, a sinonimo  d’imbecillità sproloquiante, perché rifunzioni una volta per tutte e in fretta quel che ha smesso di funzionare o non ha mai funzionato – non è affare da funzionari, se non di quelli avvertiti – dobbiamo cambiare noi stessi, la nostra indole parolaia. Delegare compiti non funziona. Dobbiamo occuparcene di persona, dei cambiamenti.

D’accordo, ma come? 
Lasciandoci, innanzitutto sorprendere, noi da noi.

“Io non sono, quello che sono” è una battuta di Jago su cui sono state scritte migliaia di pagine. Sei parole che dicono quel che non dicono, o non dicono quel che dicono. A me fanno l’effetto quasi magico d’un palindromo da ricerca della pietra filosofale “In girum imus nocte et consumimur igni”.

Ma l’oro in cui il processo alchemico trasforma il piombo in beute, forni e pellicani, da nigredo e putredo, ad albedo e rubedo, l’opera che, a botte di solve et coagula, si perfeziona è tutta interiore, noi il metallo vile, noi l’oro, noi trasformanti e trasformati.

Sarà deformazione d’attore, ma quanti noi ci sono in noi, prigionieri?

E non esiste forse una pratica, lo Zen, che insegna a vedere, nel cielo australe, la stella polare?

Marisa Fabbri, maestra la cui scomparsa mai si rimpiange abbastanza insisteva, circa la recitazione, nell’andare oltre il dato  immediato “Mettete un bicchiere sul tavolo della cucina, guardatelo ogni mattina: e un giorno vi accorgerete di non averlo mai visto”. La stessa cosa vale per noi. Ci diamo troppo per scontati.

E invece, per tornare a Shakespeare (forse siciliano, di Messina, mizzica!) stiamo pur certi che “esistono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”. Concediamoci tutti quanti – Orazi e Curiazi – il lusso di scoprire variazioni del nostro canone; di trovare dove non abbiamo mai cercato; di non privilegiare solo quel che ci suona consueto; familiarizzare con l’altro, che sulle prime comprendiamo a fatica, e che identifichiamo come avversario.

Come, in un’inarrivabile monologo di Aiace – “monologo dell’inganno” (altre migliaia di saggi a spiegarlo) –  Sofocle fa dire al suo protagonista:”… ora ho capito: il nemico va combattuto, ma non tanto da arrivare ai confini dell’odio”. Frase memorabile che, se fortuna decreta e ti concede il privilegio di pronunciare poniamo nel teatro greco di Siracusa, in un giorno tra maggio e giugno, venticinque secoli distante da quello in cui il drammaturgo l’ha scritta, diventa unione mistica di carne con carne, per sempre tua.

E aggiungerò che, in un altro pomeriggio del nostro presente, un grande collezionista d’arte contemporanea, di Bergamo, mi confessò:”Sono attratto da quello che non capisco. Lo compro per quello”. Grande lezione anche quella.

Riprendersi le proprie idee, alla fine di uno scambio di vedute, un confronto aspro, va anche bene, ma lasciarsi sorprendere prima da quelle altrui, per un istante senza pregiudizi, come fossero tue, nemmeno quello è male. Dare dignità d’interlocutori ai propri avversari, primo requisito d’una buona dialettica, disposizione d’animo migliore per giungere, tra tesi e antitesi, ad una sintesi. O, nel caso, perfetto incipit per poi agire a contrasto. Imparare ad ascoltarle le idee di chi ci si oppone. È la prima mossa per far valere, e poi sostenere convinti le proprie. Così come sarebbe utile non accomodarsi nelle prime parole che ci si incatenano in mente, in genere al ribasso; la retorica indiscussa di certi “ismi” o anti “ismi” da pantofola, in cui si è accomodati per partito preso, o presa di posizione, o presa per il culo, invece che, come in un tempo remoto, per presa di coscienza, e a rischio della propria incolumità; le frasi fatte, da lasciare senz’altro, come soma, a chi le ha fatte.

Una delle basilari avvertenze di cui l’insegnante di recitazione certifica l’allievo attore è, o dovrebbe essere, che lo scontato, nella professione, non esiste. Dunque il primo strumento di cui dotarsi, nell’avvicinare un testo, è il vocabolario. Il secondo un buon libro di grammatica.

Siamo proprio sicuri, infatti, di sapere ancora cosa significhino esattamente le parole che da eoni  definiscono alcuni argomenti su cui  ci si intestardisce a dibattere?

Tanto per spararne una: democrazia. Sempre, certo. Ma che significa, per noi, adesso?

Non quel che significava nell’Atene del quinto secolo, quando un neonato poteva essere abbandonato in un vaso, la notte, fuori la porta di casa, in custodia alla notte, alla morte e ai morsi dei cani, comportamento non punibile, se il bambino non era ancora cittadino della polis (poi no, registrato ateniese all’anagrafe, gli torcevi un capello e passavi un Egeo di guai).

Tanto per dirne un’altra: antifascisti. Sempre, d’accordo.

Però chi, di chi, può stabilire che? 

Cos’è precisamente per noi “antifascismo”, adesso?

Certo non quello che poteva rappresentare per un ragazzo di Belluno nel ’43 / ’44,  quando in piazza, appesi a ganci da macellaio, pendevano i corpi straziati di una dozzina di “banditen”, giovani partigiani della sua età, lasciati esposti, a punizione esemplare, dei loro ideali di libertà.

A me sembra sia necessaria una ridefinizione delle definizioni, se vogliamo uscire dalle paludi dove si arranca, da non si sa quante più legislature e governi, mai veramente in movimento, sentendoci “un po’ troppo avanti”, “un po’ troppo indietro”, “un po’ troppo a destra”, “un po’ troppo a sinistra”:  “fin de partie” da teatro dell’ assurdo, con palette e secchielli, i primi a far da remo, i secondi da svuotatoi di sentina e senza alcun timone.

Domandiamoci cosa tiene uniti noi italiani, oramai, a parte viadotti e ponti autostradali (quando non crollano, di micidiale incuria). E, così, per non illuderci di poterci illudere: l’uragano è qui, e abbiamo solo qualche ombrello tardo ideologico, come riparo. Mentre scrivo, il prezzo di un barile di petrolio è zero. Mentre scrivevo zero è andato sottozero. Costa di più un caffè. 

Questo non è un segno, è l’ottava tromba d’Apocalisse.

(continua)

ARTICOLO DI MAURIZIO DONADONI

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