Maurizio Donadoni, Polytropon, Voix

Apocalypsis cum figuris – Atto IV

Maurizio Donadoni firma Apocalypsis cum figuris in Voix.
Una scrittura nel suo farsi, pensiero di un attore e drammaturgo nel 2020. I primi due atti sono stati condivisi nell’ambito di E come Eresia: Le Rivoluzioni siamo noi?

Ma come evolvono le forme?

C’è una regola?

Una costante?

Un algoritmo?

Lasciamo stare i materiali. Chiaro che il calcestruzzo libera architetture impossibili ai mattoni, l’alluminio pressofuso osa l’impensabile alla ghisa colata. Ma le possibilità formali in cui verrà a progettarsi il futuro, chi le preclude al presente?

Nessuno ha impedito a Leonardo di disegnare una bella Lamborghini. A Giotto d’intuire il cubismo. A Brunelleschi d’inventare l’art déco.

Perché la maggior parte di quel che sarebbe stato e sarà, è rimasta e resta tutt’ora impreveduta?

Me lo sono sempre chiesto, senza sapermi dare mai risposta se non che ogni cosa ha il suo tempo. Siamo dunque davvero prigionieri nelle nostre gabbie spaziotemporali?

Pare di sì, e che non si abbiano falò abbastanza potenti da proiettare nemmeno ombre sui muri delle celle quadrimensionali dove siamo confinati.

Pensavo. E concludevo che non ci è dato di vedere molto al di là di un orizzonte limitato, costituito da usi e consuetudini della vita; prassi, buon senso o senso comune; inclinazioni personali, vizi e virtù; gusti del pubblico, di committenti, o anche esigenze pratiche di bottega. È quel che ci impedisce di vedere, oggi, le forme effettive delle aeronavi che strieranno di scie – si spera non più chimiche – i cieli fra duecento venti anni, nel 2340.

Non ci resta che immaginarle dunque, le forme d’un futuro, alternative a quelle del presente, col rischio di sembrare, poi, un po’ ridicoli nelle nostre previsioni. Come nella ristampa d’un libro illustrato di fine ottocento che mi capitò di sfogliare in un remainders: “en l’an deux mille”, s’intitolava. E vi era disegnato a colori in che modo, a quel tempo, si scommetteva sarebbero stati questi anni.

Il ventunesimo secolo vi appariva assai diverso e infinitamente più moderno che il diciannovesimo, eppure immedicabilmente ottocentesco. Non c’è speranza allora – mi dicevo – se non nei piccoli passi.

Poiché la mente, per modellare esattamente il dopo, dovrebbe rimodellare se stessa, prima. È la coda che morde il gatto.

Però, però. Provate ad ascoltare l’inizio del quartetto K 465 “delle dissonanze” di Mozart. Non ne sapevo una beata, prima che il genio di Mario Bortolotto, a tre anni dalla morte più vivo che mai, me ne desse notizia, – interposita Adelphi – e con che magnificente stile, nel capitolo “comedie a tiroirs” dedicato alla “neue musik” della sua raccolta di saggi “Il viandante musicale”.

Non finirei né finirò mai di ringraziarlo, ovunque si trovi, a discutere atemporale d’ogni branca dello scibile, al di là del bene e del male, con chissà quale entità, e da quali sfere discesa, per un corso d’aggiornamento musicale, da lui tenuto, sul significato recondito di armonia prestabilita.

Perché il Mozart di quel quartetto è ciò che di più quantico – ma chissà quanti altri e altro non so – abbia potuto esperire in un ascolto. È per me la dimostrazione dimostrata che il tempo non è allineato come su un righello di scuola, i momenti sono insiemi che contengono altri insiemi, contenuti in altri insiemi. Il domani, come lo ieri, è qui e ora, in un quantum d’ineschivabile (per usare un aggettivo del maestro friulano) promiscuità.

Riascoltandolo, ogni volta non riesco a capacitarmi di come gli sia riuscito, Salisburgo benedetta, di cucire trecento anni in un adesso, senza prima né dopo. Forse quetando l’umano: a lasciar parlare il divino.

Allora mi dico che possiamo, volendo, evadere dalle nostre pene, essere non più “… les esclaves martirisè du Temp…” ma, inebriati da un’insolita, diversa coscienza, riunire le forze e saltare insieme di tetto in tetto, fino alla fine del mondo di metallo in cui si sopravvive alle catastrofi dei notiziari passati a peggior vita, con sorriso da speaker, d’un altro servizio; là dove ricomincia un’altra natura, speculare a quella dietro noi, da cui proveniamo. È una questione, si sarebbe detto nei Settanta del secolo scorso, di “ottica”.

D’uno sguardo, direi, che dobbiamo sforzarci d’acquisire, lo sguardo del camaleonte. Che ha indipendenti gli occhi e può guardare, contemporaneamente dove vuole, un occhio all’indietro, l’altro di lato, sciolto dalla tirannia dell’inquadratura frontale, della visione binoculare, semplificata e semplificante l’agire quotidiano.

Sperimentare (come non si stanca mai di ripetere, nei suoi laboratori, un’altra eccellenza eretica, Francesca della Monica, cantante, paleontologa e antropologa della voce) la visione periferica, laterale, retrostante, che insieme formano un nuovo vedere.

D’una nuova mente.

Nelle dimensioni del dopo, oltre le esperibili ora, quando non ci sarà, d’un dopo e d’un prima, nemmeno nozione, la mente creerà il mondo, della stessa materia di cui siamo fatti, i sogni; ma anche adesso qui, mentre valgono ancora avverbi quali mentre – e categorie d’un sentire al tramonto – una mente nuova, sia pur ai primi tentativi, può suggerire una nuova versione del mondo, creare lo spazio indispensabile al suo costruirsi. Rimozione di macerie, processo di sterro non istantaneo, anzi lungo, faticoso, poco gratificante e che richiede animo, passione, devianza, sincerità, amore del prossimo, empatia, forza fisica e fede. Tutto ciò che serve ad affrontare il bivio pitagorico in cui decidere tra due strade: in salita, stretta, ardua, d’inciampo ma salvazione; in discesa, larga, comoda, d’agevolissima dannazione.

Che altro fare, se non, con qualche difficoltà, ascendere?

Prestare orecchio, buona volontà e braccia al cambiamento?

Alla parte migliore di noi, al meglio delle proprie capacità?

Al vivere non più solo per sé, ma ciascuno al posto degli altri, autori infine responsabili del proprio operato?

Tanto, in varianti più o meno evidenti, siamo fatti tutti e tutto, animati, inanimati, d’identici elementi, partoriti nei primi minuti del neonato tempo, dopo l’esplosione dell’inusitato creativo. Veniamo dalla natura, siamo natura, alla natura torniamo. Faceva parte della nostra natura, la cultura della natura. Natura culturale d’una cultura naturale.

Ma.

Calembour a parte, che fare?

Come vincere la percezione, acuita da decenni d’assurdità manifeste, poteri prevaricanti, vessazioni d’ apparati sugli strati più deboli e meno organizzati della società, o più ligi alle regole: la percezione di non contare mai nulla in questa se dicente nazione?

Penso a tanti lavoratori stagionali, precari costretti a prestare la loro opera a condizioni di semischiavitù; tanta brava gente che si vede recapitare cartelle esattoriali ingiuste, ingiustificabili, palesemente errate, ma contro le quali, per opporre ricorso, la vittima deve pagare cifre che non ha mai visto in vita sua, cariche di spietati interessi di mora; o anche tanti onesti imprenditori che hanno a cuore impresa, benessere delle maestranze, ambiente e territorio dove le loro aziende insistono e che pagano ogni anno – se non è malaffare questo! – fino al 70 per cento del loro guadagno in tasse, e quando hanno un calo di fatturato, poniamo del 40 per cento – come nella crisi del duemilaotto – e chiedono com’è loro diritto, un rimborso delle tasse correnti, pagate in anticipo Irap il dicembre dell’anno prima, ricevono come tutta risposta, dal loro socio, lo stato malfidente – ahi, serva Italia – non la dovuta compensazione, ma sei ispezioni tra Agenzia delle Entrate, guardia di finanza, Asl e altre amenità fiscali; per non dire dei tanti ricercatori, architetti, liberi professionisti costretti ad emigrare per vivere e lavorare in dignità e con qualche prospettiva di riuscita, senza passare per camarille, forche caudine o prostituzioni varie; oppure allo sguardo dei parenti d’uno dei tanti operai morti per mesotelioma contratto in una fabbrica d’amianto; dei figli d’una delle vittime di stragi rimaste senza colpevoli, magari per vizi di procedura; padri e madri di ragazzi falciati per strada da ubriachi senza patente; coppie di coniugi massacrate in casa loro a colpi di bastone per pochi spiccioli; anziani presi a calci e pugni nelle case di riposo.

E tanta e tanta umanità dolente, prevaricata, che vede i propri aguzzini, carnefici delle loro vite, assassini delle loro esistenze rilasciati, tranquilli al bar, a farsi uno spritz o intervistati, a pagamento, in uno dei tanti programmi trash, della tv degli orrori.

La sensazione – comune a tutti gli italiani che campano, per quel che si può, in tutta onestà – di non riuscire a cambiare mai niente nel nostro Paese, ma solo di sopravvivere nell’eterna paura d’un controllo, una verifica, un invito a presentarsi nella sede di qualche organo, corpo separato, ufficio centrale o periferico, a spiegare quel che non ti sai spiegare, per essere da lì in poi precipitato in un labirinto kafkiano, da cui esci, equivalente umano d’una pallina da flipper, sderenato o morto: questo sentimento di castrazione civile per coagulo atomico della società, i cui componenti solo per tramite tecnologico riescono a sentirsi vicini, e a patto d’essere fisicamente lontani: da questa palude d’impotenza, che imprigiona l’Italia e noi in Italia, dalla nascita, come ci si libera?

(continua)

ARTICOLO DI MAURIZIO DONADONI

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