Cinemà, Irene Gianeselli, Polytropon

Dalla battaglia delle idee alla confusione delle opinioni: il volume “Ritratti e autoritratti” di Felice Laudadio al Bif&st 2020 parla al presente raccontando il passato

Che tempi confusi questi. E non è perché ci amiamo, anche se sarebbe comodo chiuderla prima ancora di cominciarla, con una canzonetta. In fondo, noi italiani siamo anche così. Cantiamo e ci passa.

Confusione: ideologica, (anche se, per carità, questa parola meglio non dirla a voce troppo alta), politica e poetica (dalla letteratura al cinema).

In pochi decenni (o ventenni?) si è passati dalla battaglia delle idee alla confusione delle opinioni. Felice Laudadio, con il suo ultimo progetto editoriale organizzato durante i mesi del lockdown, ci mette davanti a questa constatazione triste, un poco, arrabbiata, anche, come lo direbbe Pasolini che sapeva cosa significava la parola ideologia e conosceva bene anche quella passione, due parole sacre che ci mancano più del pane.

Nelle 239 pagine del volume Ritratti e autoritratti. Cinema Teatro Tv e la battaglia delle idee (Centro Sperimentale di Cinematografia; Rubbettino) Laudadio mette ordine nelle sue interviste del lunedì per L’Unità, resoconto di incontri originali che penetrano l’intimità intellettuale di donne e uomini della Cultura italiana (mettiamocela, ogni tanto, una maiuscola) negli Anni Settanta e Ottanta.

Laudadio presenta il libro nell’ambito del Bari International Film Festival 2020 il 24 agosto al Teatro Margherita che alle 19 ha raggiunto la sua capienza massima permessa dalle attuali restrizioni, 40 posti come da norma, e nel frattempo scende la sera umida su Bari. Ad aprire l’incontro con l’autore è il regista e giornalista David Grieco, i due sono testimoni di una amicizia leale e intensa, hanno vissuto insieme gli anni di lavoro per L’Unità, un giornale che oramai non esiste più, proprio come il suo partito di riferimento, quello Comunista. E questa non è un’altra storia, è proprio la Storia.

Perché, per quanto ci si sforzi di tenere separati gli uomini dalle idee – come si fa oggi un po’ ovunque con tracotanza snob e un poco vagamente fascista da qualsiasi direzione arrivi lo sguardo – gli uomini e le idee si appartengono reciprocamente. Perché agli uomini, le idee servono per avere dubbi e per superare crisi.

A Laudadio, la grande idea di mettere ordine in ciò che ha scritto, la grande idea di organizzare un libro che possa essere memoria storica di un giornalismo che non esiste più e di un momento storico sul quale regna ancora oggi la confusione, è servita (complice la curiosità di sua moglie Orsetta Gregoretti) per superare con una progettualità nuova i mesi di lockdown. Mesi complessi che, confida il direttore del Bif&st, si augura possano portare, come accadde negli Anni Cinquanta, ad una nuova consapevolezza autorale e tecnica nel Cinema e nella scrittura italiani attualmente soffocati da una iper-produttività carente di contenuti e concetti, immagini e storie.

Ha senso sfogliare il volume nella sala che gocciola sudore e si sventola mentre Laudadio ricorda l’articolo splendido di Grieco sullo Stalker (1979) di Tarkovskij o quello di qualche anno prima, memorabile, sulle condizioni terribili del proletariato sovietico, articolo che fu pubblicato con pesanti modifiche perché tra il Partito Comunista Italiano di Berlinguer e l’URSS già c’era una frattura e non si era ancora arrivati al 1977: «Si rischiava una rottura definitiva a causa del pezzo di David» scherza (ma non troppo) Laudadio. Ha senso sfogliare questo libro mentre il suo autore dialoga con Enzo Augusto e Michele Laforgia perché questo volume parla al presente ma viene da un passato.

Rinnegare e dimenticare ciò che è stato, politicamente e culturalmente, è solo un errore fatale e questo emerge in modo evidente dagli incontri che animano queste pagine, perfino troppo evidente per una società come la nostra che tende ad appiattire qualsiasi slancio intellettuale e qualsiasi complessità e a ridurre le discussioni sul piano dello “io penso che”.

Lea Massari, Carla Gravina e Mariangela Melato e le altre (tra le donne, tra le attrici non più solo bikini da piazzare nel Menabò per vendere qualche copia in più, ma grazie a Laudadio protagoniste di ritratti nella rubrica del Lunedì) e poi Bernardo Bertolucci, Dino Risi, Ugo Gregoretti e gli altri, donne e uomini che con genialità e consapevolezza affrontano il proprio mestiere e che Laudadio riesce ad inseguire tra una bossa nova e assurdi cappellucci a basco calcati sulla testa. All’incontro partecipa Margarethe von Trotta che il giornalista intervistò in occasione della 33° Festival di Berlino per il film Lucida follia. E la regista ricorda di come si stupì perché quella intervista era per L’Unità, il giornale dei lavoratori, che non aveva accolto positivamente Anni di piombo (1981). In poche frasi, Von Trotta fa emergere le contraddizioni del PC italiano: «Felice scriveva per L’Unità che aveva fortemente criticato il mio film precedente, Anni di piombo, al pari della stampa di destra tedesca e io chiesi le ragioni di questo. Felice mi spiegò perché il Partito doveva, in Italia, prendere le distanze in quel momento da una storia come quella di Anni di piombo, ma io ho sempre fatto film per discutere» e infatti, nel libro come in origine, il titolo di questa intervista su Lucida follia (1983) è Fare film per discutere.

E nel volume c’è anche una importante, documentata terza parte sull’avvento delle televisioni private e generaliste, sui rapporti tra P2 e Rizzoli, in particolare riguardanti l’esemplare vicenda del quotidiano «L’Occhio», sedicente giornale popolare che non ebbe fortuna, nonostante il dispiegamento di mezzi e denaro per il suo lancio: Laudadio attraversa così in modo completo un decennio di Storia italiana e dell’audiovisivo.

Nel corso dell’incontro, poi, Grieco fa emergere anche un dettaglio tecnico, puntualmente ripreso da Augusto, riguardo il talento di intervistatore del Laudadio giornalista: non ha mai avuto bisogno di prendere appunti, alla Truman Capote. «Anche tu, David, non prendevi appunti – risponde Laudadio all’amico e collega – nessuno di noi lo faceva. Questo perché era importante per me, per noi, rimanere assolutamente concentrati sull’intervistato e su quel momento insieme. La mattina dopo l’incontro, perché nel frattempo in me si sedimentava l’esperienza, mi mettevo alla macchina da scrivere».

Un altro ricordo: quello dell’unico intervistato che non è nel volume. «Era folle e geniale, rimasi con lui dal mercoledì al sabato, il lunedì doveva uscire il mio pezzo. Parlammo, cenammo, poi il sabato, in un bugigattolo di Fregene, gli feci leggere l’intervista. La stracciò e mi disse: “Ti proibisco di pubblicare questa intervista su di me, cosa vuoi che importi alla gente di leggere di questo sceneggiatore di cui tu parli benissimo”. E mi disse “te lo proibisco” perché sapeva benissimo che aveva strappato solo una delle copie che si facevano, ne avevo altre due fatte con la copia carbone. Lo sceneggiatore era Franco Solinas, per il quale ho pensato di istituire l’omonimo Premio: bisogna ricordare la sua genialità, specie in un momento come questo in cui mancano sceneggiatori come lui o scrittori come Moravia, Pasolini e Calvino» spiega Laudadio e le sue parole, il suo racconto non sono retorici, provocano in tutti una sana nostalgia, anche per qualcosa che non si è vissuto: nonostante il Covid19, questo Festival si muove grazie ai tanti giovani che lo popolano, tra pubblico, inviati e tirocinanti.

Provare nostalgia non è un atto reazionario. È reazionario negare la nostalgia. Non bisogna concedere ai nuovi fascismi di togliere all’umanità anche questo intimo desiderio di avere memoria e di sperare nel ritorno fino a compierlo: perché, nostalgia, appartiene etimologicamente a nostos. Forse, nella nostra società neoliberista e autoreferenziale, ancora molto borghese, dobbiamo davvero ricordare la lezione di Ettore Scola (e di Gramsci) per cui Storia e memoria servono per avere il futuro. Forse, in questa nostra società che vuole negarci il diritto di avere delle idee spingendoci a cambiare costantemente opinione senza mai davvero schierarci, dovremmo cominciare tutti ad avere una unica grande ambizione: costruire e rivolgerci ad una platea e non solo a noi stessi e alle nostre piccole soddisfazioni individualiste. Ci guidino le parole di Ettore Scola, ancora «Ma perché “platea” dovrebbe continuare ad avere un’accezione negativa? È questo un sintomo di difesa borghese dalla massa, dalla collettività. Bisogna invece lavorare per la platea, bisogna contribuire a formarla e informarla correttamente. È per questo che io mi definisco “plateale”».

In queste parole di Scola, che anche Walter Veltroni cita nella sua prefazione, c’è il senso del futuro del Cinema in Italia, e non solo: se pensiamo possa bastare un abbonamento individuale ad una piattaforma (peraltro molto meno democratico di una programmazione in sala, visto che non tutti possono permettersi uno schermo adeguato nel proprio salotto, specie di questi tempi) per sostituire il momento collettivo della fruizione su grande schermo, forse davvero può salvarci solo la nostalgia.

La nostalgia, cioè il dolore per il desiderio del ritorno dei corpi, delle voci e degli occhi che guardano una storia in un momento ben preciso, insieme e non nella nostra solitudine da numeri primi sul divano mentre rispondiamo ad una chat e archiviamo la nostra libertà tra un like e un post dimenticandoci di esistere per qualche visualizzazione in più. Lavorare per la platea ed essere la platea non deve più essere una utopia: non possiamo più permetterci le utopie, né ci si può assolvere con le utopie concrete, etichette che contengono solo contraddizioni in termini.

Lo dimostrano queste pagine: una voce sola non fa molto. Molte voci fanno la Storia di un Paese.

ARTICOLO E FOTO © DI IRENE GIANESELLI

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