L’ultimo lavoro di Luigi Allegri, Invito a teatro. Manuale minimo dello spettatore (Editori Laterza, 2018), attraversa temi di rilievo per affrontare una questione essenziale: riattivare il rapporto tra pubblico e spettacolo contemporaneo.

Facendo eco al Manuale minimo per l’attore di Dario Fo, il manuale per “spettatori professionisti” di Allegri risponde, dunque, a un’esigenza nuova. È un invito a esserci, come cittadini e come protagonisti attivi di un rito che, sebbene millenario, ha innegabilmente perso la centralità antropologica e sociale che lo contraddistingueva in tempi anche non troppo lontani: Marinetti motivava la decisione di diffondere, nel 1913, gli ideali futuristi attraverso le scene perché se solo il dieci per cento della popolazione leggeva giornali e riviste, il novanta per cento andava a teatro.

Siamo ben lontani da queste percentuali e a dispetto dell’esigenza di una rinnovata unità della forma drammatica auspicata da Jacques Copeau ai primi del Novecento, per ripristinare l’accordo tra linguaggio della scena e “spirito del popolo”, lo spettacolo contemporaneo ha subito una frammentazione di poetiche.

Nessuno va più a teatro – dichiara Allegri – per assistere a una fedele rappresentazione del mondo (ci sono mezzi più realistici ed economici in grado di rispondere a questi bisogni: cinema, televisione, web). Il teatro diventa perciò metalinguistico, indaga e sperimenta i linguaggi, ragiona sul mondo anziché rappresentarlo. Nei migliori dei casi gli spettacoli contemporanei portano in sé una specifica dichiarazione di poetica.

Lontani dall’Idea di un teatro di fergussoniana memoria e di fronte, al contrario, a mille idee diverse di messa in scena, lo spettatore non addormentato può a ragione dirsi spaesato. A parte i vizi di autoreferenzialità talvolta esibiti da alcuni operatori della scena, lo spettacolo novecentesco e post novecentesco chiede più che in passato allo spettatore di uscire dalla dimensione passiva, configurandosi come esperienza esistenziale.

Allegri, in proposito, cita Grotowski per cui il teatro “è qualcosa che avviene tra l’attore e lo spettatore”; prima che un evento artistico è un incontro tra persone e per questo è necessario costruire dei ponti di comunicazione, attrezzare lo spettatore alla conoscenza di ciò che avviene prima e dentro un allestimento scenico. Il libro indaga, dunque, il rapporto tra due mondi (pubblico e spettacolo) destinati a dialogare – i pregiudizi, i luoghi comuni, l’orizzonte d’attesa che li caratterizza – e lo fa attraverso una disanima puntuale dei linguaggi della scena (anche attraverso una precisa ricostruzione storica e numerosi riferimenti alla scena contemporanea): testo, regia, spazio scenico, luci, movimento, suono e, naturalmente, attore.

Uno spazio importante è infatti dedicato alle fondamenta umane della messa in scena. Allegri negli anni passati ha offerto importanti contributi al tema dell’attore e, in particolare, dell’attore novecentesco. Qui ne ripercorre il paradigma, declinandolo in quattro modelli di riferimento affermatisi a partire dalla fine dell’Ottocento: attore naturalista, attore artificiale, attore straniato e attore monologante. Nessuno più accuserà oggi l’interprete della scena di essere “artificiale”, i modelli d’attore imposti dall’Avanguardia, in particolare, hanno consegnato lasciti importanti per l’edificazione di una nuova concezione di questa “misteriosa” figura, punto d’incontro tra testo e spettacolo. L’attore non è più solamente funzionale a rendere verosimile la psicologia di un personaggio ma mette il proprio corpo-voce al servizio di tecniche attoriali che lo rendono uno – il più importante, senz’altro – dei linguaggi della scena.

“Il teatro è un’arte collettiva, un meccanismo che coinvolge molti attori, quindi ancor più delle altre arti, spiega i mutamenti in ogni tempo della storia dell’uomo”, scrive Allegri. Ma se le forme cambiano nel tempo, la sua essenza rimane la stessa. E allora “perché andiamo ancora a teatro?”, si chiede con noi Allegri. Perché la dimensione teatrale conserva una componente di ritualità e di irriproducibilità che nessun altro mezzo di espressione è riuscito a replicare. Perché si partecipa a un evento che avviene lì e non esisterà mai più in quell’esatto modo. Perché ci tiene in contatto con l’essenza più profonda della nostra umanità nel rapporto con la comunità. Perché nei casi migliori ne usciremo diversi da come ne siamo entrati.

Con questo pregevole lavoro, rivolto a un pubblico ampio, ampio tanto quanto vorremmo fosse il pubblico delle scene contemporanee, Allegri ci suggerisce ancora che il teatro ha bisogno di cura, da parte degli operatori, delle istituzioni, degli spettatori, della comunità, perché il teatro è una cosa imperitura ma delicata di cui tutti siamo chiamati a essere responsabili.

ARTICOLO DI LAURA PIAZZA

foto di copertina © Franca centaro (Teatro greco di siracusa – 2017)

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