Maurizio Donadoni, Polytropon, Voix

Apocalypsis cum figuris – VI Atto

Maurizio Donadoni firma Apocalypsis cum figuris in Voix.
Una scrittura nel suo farsi, pensiero di un attore e drammaturgo nel 2020. I primi due atti sono stati condivisi nell’ambito di E come Eresia: Le Rivoluzioni siamo noi?

Mentre scrivo, il prezzo d’un barile di petrolio è prossimo allo zero. Scrivendo zero se n’è andato sottozero. Paghi di più un caffè. Te lo regalano, se lo vieni a prendere, altrimenti dovrebbero stoccarlo e sarebbe un costo. 

Questo non è un segno, è l’ottava tromba d’Apocalisse (la settima era  di plastica, quella del packaging: ananas scotennati della protezione naturale – alias buccia – defunti in sarcofaghi di polietilene tereftalato, videlicet PET).

L’entropia, il disordine in cui la razza umana disperde i suoi buoni propositi, lo sappiamo, è destinata ad aumentare, col passare del tempo, nonostante (o anche proprio a causa de) i nostri sforzi perché diminuisca. Malgrado ciò, non ci si può esimere dal tentativo di rendere – tutti per tutti – ogni ambito dell’esistenza meno invivibile, disumano, più ecologico, sostenibile. Per ogni creatura dei tre regni, imbarcata su quest’astronave d’acque e rocce, che ruota sul suo asse a 1670 kilometri orari, a 105mila intorno al sole, a 790mila rispetto al centro della via Lattea, che si porta tutto quanto a spasso, in espansione con altre galassie, a 3 milioni e 600mila kilometri all’ora.

Stupefacente, no?

Possibile non ci sproni a nulla di iperbolico?

“Tanto”- sospira qualcuno – “non cambierà mai niente”, intendendo “nulla di cui, in vita mia, possa accorgermi che cambi”. Vero, a volte lo si realizza, il mutamento, dopo qualche generazione, o sui libri di storia, e noi vorremmo sotto sotto, esserci, nella partita, vivi fino a quando l’arbitro fischia la fine, ai rigori, e si decretano vittorie, sconfitte, con assegnazione di medaglie versus restrizioni in ceppi. A parte che zero mutamenti per un miliardo di anni, darebbe sempre zero, quindi, anche se inavvertito, basta guardarsi attorno e in movimento qualcosa c’è sempre; ma se dovessimo applicarci solo agli obiettivi che danno certezza d’essere raggiunti, nel batter d’occhi tra esserci e non più, sarebbe sì, una questione (per non dire un problema).

Chi farebbe più ricerca pura? Col rischio, dopo una vita, di fallire.

E gli studenti della Weisse Rose? Chi li vorrebbe imitare?

Nel ’42 / ’43, stamparono 16mila volantini contro Hitler e li distribuirono ovunque, perfino dentro la loro università, a Monaco. Sognavano una Germania Federale, che non videro perché, arrestati come previsto, la testa gli fu staccata dal collo, da una lama di ghigliottina. Avranno ben avuto, sapendo del rischio, la loro sacrosanta paura, mitigata, magari dall’effetto liberante dell’illegalità e da un po’ di eccitanti. Eppure non ha impedito loro – dopo essere sgattaiolati di notte, con stampi di cartone, latte di vernice e pennellesse da imbianchino (“pittore edile, prego” precisava il pre-fuhrer, quand’era sfaccendato in quel di Vienna, a chi così, per scherno, l’apostrofava) per le strade di Monaco a scrivere su decine di muri quel che tutti pensavano senza osare ammetterlo, nemmeno con la moglie – “FREIHEIT”, libertà – di vendersi un cappotto in cambio d’una qualche bottiglia di vino italiano, acquistata da “Lombardi”, e di scolarsele nel seminterrato dove ciclostilavano in segreto i  loro sogni, e scolarsele ridendo.

Perché erano amici, si sostenevano l’un l’altro, non si sentivano isolati, soli; e non se ne sono restati a casa, sul divano, obbedienti a qualche parola d’ordine che, sbaglierò, ha tutte le sembianze d’un cavallo di troia futuro, uno all’anno, secondo neovirus pandemico, facente leva sull’ingrediente base d’ogni totalitarismo, più o meno palese: la paura. 

Paura di perdere un ruolo, una posizione sociale, un conto in banca, la vita stessa.

L’importante, si pensa tutti quanti, è restare vivi, anche con un po’ meno libertà. Ma a questa stregua nessuno sarebbe andato sulle montagne azzurrine degli anni ’40, a rischiare la vita, per la libertà. Con squisita decisione politica.

Spesso si sente dire, d’un neoformato movimento d’opinione, quasi a garanzia di buone intenzioni, quanto e come sia trasversale alla società, senza connotazioni politiche. Ma è il più eclatato dei controsensi. Tutto il vivere, a suo modo, è un atto politico. Naturale come chiedersi il perché di qualcosa. Sapete quando si comincia ad invecchiare?

Quando cominciano a dirti “Ah,  sei ancora giovane!”. Quando vedi il tuo anno di nascita sull’insegna d’un negozio. Quando il Bolero di Ravel che mettevi per fare l’amore dura più del fare l’amore. E quando, di qualcosa che ha sempre avuto un andazzo consolidato, smetti di chiederti perché mai non debba andare in modo diverso, migliore. Allora si spianano aeroporti per totalitarismi aerotrasportati: quando dici (o non dici), fai  (o non fai) qualcosa, perché nessuno la dice (o non la dice), la fa (o non la fa). Lasciando stare le corruttele peggiori, dei petroli negli Anni Settanta, Lockheed idem periodo, Enimont e tutte le altre ruberie, dallo scandalo della Banca Romana del 1896, fino a quello dei derivati, passando per crack benemeriti, Cirio Parmalat e Bond argentini; venendo cioè a dissanguamenti minori – non per chi li subisce però – qualcuno di noi sa più dire se c’ è un motivo per cui paghiamo ancora il pedaggio in autostrada?

S’era detto, al momento della costruzione “si pagherà fino a che, noi italiani, ce le saremo ripagate”. Oggi continuiamo a pagarle, a dei privati.

E la benzina? Perché paghiamo, su un euro e cinquanta, più d’un euro in tasse, Dio stramaledica le accise?

E, perdonate l’ignoranza, non capisco nemmeno a che serve l’Iva, parlo da consumatore finale, perché d’accordo, per tutti quelli a passaggio intermedio, l’operazione è neutra, ma a chi compra il frigorifero e la partita iva non ce l’ha, il petardo del 22% gli scoppia in mano.

Il passaggio d’un auto: compri un’utilitaria, 1200 di cilindrata, di seconda mano, tenuta bene, valore 1500 euro, ne paghi non so, 400 di passaggio di proprietà.

L’elenco delle gabelle cervellotiche è sterminato e secondo me, in gran parte senza giustifica, se non l’esigenza di fare cassa da parte d’uno Stato al solito forte con i deboli e debole coi forti, nel rastrellare risorse che poi non riesce a far giungere a destinazione, perché la maggior parte si perde per strada.

Acqua per dar da bere agli assetati, trasportata con gli  scolapasta. 

Perché in Italia si taglia sulla sanità, sulla scuola, sulla cultura, sulla manutenzione di questo Paese dai mille dissesti, e noi non reagiamo, se non con un paio di mugugni al caffè?

La corruzione, tanto per far mente locale ha ucciso nel 2019, per le strade di Roma, 109 persone, solo per via delle buche nell’asfalto. E noi – me  per primo – niente, ci si incazza, poi ci si fa sopra una battuta, poi si torna a casa. 


In Corea del sud ( mia moglie è coreana) sono ritornati al lavoro da un mese, con le volute precauzioni – non dovute, volute, e da tutti –  perché s’erano già attrezzati dall’anno scorso, dopo un altro corona virus, quello della Mers; in Germania – va beh, si sa, loro pianificano le invasioni, sia in entrata che in uscita – si sono fatti trovare preparati; noi stiamo ancora al cliente impalato, a distanza di sicurezza (tra un po’ perfino da se stesso), davanti ai cartelli sui vetri delle farmacie con sopra scritto da due mesi “mascherine terminate”. Unica speranza di recuperarne (non si osi pensare debba fornircele lo Stato): il ferramenta.

Questa razza che amministra la cosa pubblica, razza di Pilati e di Erodi – in Pier Paolo parafrasi – funzionari d’una Gerusalemme senza nemmeno più il muro del pianto su cui infilare biglietti carichi di maledizioni (che non ne rimanga ministeriale pietra su pietra) si lavano l’incoscienza con le lacrime altrui. La sanità è competenza di Stato e Regioni. Perché scaricare solo sul titolare d’un punto vendita d’abbigliamento ogni responsabilità – anche penale – della messa in sicurezza del negozio, vestito per vestito, cabina per cabina, senza che lo Stato si faccia almeno carico delle dotazioni?

D’affiancarlo, fornendo presidi?

Un ozonizzatore, tanto per dire, visto che, come sanificatore si comporta da mazziniano convinto, un contravirus, senza riguardi per corone d’oro, latta o proteine.

So di imprenditori che, esasperati dalla mancanza di risposte da parte “degli organi (in)competenti”, hanno deciso di comperare in proprio attrezzature mediche dagli Stati Uniti, sistemi robotizzati d’ultima generazione, in grado di fare migliaia d’analisi Covid 19 al giorno, invece che trecento. Vorrà qualche veggente divinare se l’autorizzazione prescritta per l’uso arriverà?

E quando?

E la regione interpellata?

Il ministero?

Il governo?

Niente, a parte triplice tacet, come da partitura 4.33 di John Cage. Troppo impegnati a zippare la realtà nei loro esecrabili fogli excel
E vogliamo scommettere su questa emergenza – che ha fatto della contaminazione un disvalore, tanto da trasformarci in intoccabili, (mentre i vecchi pària del mondo ci confezionano milioni di protezioni dal contatto, nei soliti bugigattoli luridi, a tre rupie l’ora): diventerà il festival dei controlli, a tappeto più che bombardamenti. Delle multe a discrezione, com’è sempre stato, in questo Stato,  che s’orgasma di controlli.

Volonterosi carnefici: schiatte di delatori, come incoraggia ogni regime, totalisanitario stavolta. Perché fare ammenda del proprio malfare, il paramoloch  stato, non lo prevede nemmeno per sbaglio: ammende però sì, e tante, anche a sproposito. Perché se c’è una cosa che scarseggia più che l’iridio, nella nostra Repubblica, fondata sul favore, è la fiducia. Tranne quella a colpi di cui si governa, quando in Parlamento non si sa come cavarsi d’impiccio. 

Vorrò capire se qualcuno di questi controllori – made in ATS ad esempio – pronti a multare qualche artigiano per la scoperta d’un apprendista al cesso senza mascherina, farà mai un giorno di galera per aver decretato a presidio coste pro-tsunami sanitario, il personale medico e paramedico alle loro dipendenze, con palette e secchielli, anzi nemmeno; e sacchi della spazzatura come camici, fermati da nastro dì imballaggio (loro, i dirigenti no, con tute da guerra batteriologica, forti di forte coraggio): a domanda funzionario rispondeva “Eh, ma se morivo io, chi coordinava l’ emergenza?”. Schettino docet
Pagherà nessuno di questi dorsimolli culdipietra, per le centinaia di morti tra dottori di pronto soccorso, anestesisti, medici di base, infermiere e infermieri?

Vite immolate sull’ara dell’inefficienza?

E per le stragi nelle case di riposo?

Abbiamo sentito tutti, (dopo, sempre dopo), le voci degli “ospiti” nelle RSA, gridare aiuto, chiedere acqua, un pezzo di pane, crocifissi ai letti, con la proibizione statale di andarli ad aiutare. Abbandonati al caos del modello Italia, che tutti ci invidiano, dicono.

È stato come lasciar annegare dei bambini. Credo quelle urla dovrebbero venire incise, da erpici kafkiani su più d’una schiena, compresa la nostra, come motivo della nostra condanna, nell’abominio di colonia penale in cui, un tampone mancato via l’altro, rischia di trasformarsi questa democrazia, deformata di colpe. Non più considerati, allora, cittadini, ma servi, sudditi, anime morte. 

Chiediamoci seriamente se questo sistema, d’un vivere ch’è sempre meno vivere e sempre più sfruttare, distruggere, prevaricare, sia riformabile, dentro e fuori di noi. Non sono un sociologo, non saprei rispondere; ma sento, da certi sfoghi di vapori, che  l’ago della pressione tubature è in zona pericolo, sul manometro, e che se la valvola a farfalla è un minimo otturata, l’esplosione s’avvicina: che sia di caldaia, pentola a pressione è da vedere, ma di sicuro anche l’esplosione d’una semplice moka fa macelli. Andiamo, sarebbe ora – e se non ora quando –  di reagire. In prima persona, sulla nostra persona, nella nostra propria carne. A meno di non voler continuare ad accettare l’inaccettabile.

L’instinto di sopravvivere fa quel che può, tira a campare, trova ragione anche dove ragione non ha né potrà mai avere. Cosi è la disperazione di fronte all’incomprensibile. Durante il Terzo Reich in Germania gli ebrei dovevano camminare giù dai marciapiedi, negli scoli delle strade, non potevano mangiare un gelato, guidare una macchina, comperare del pesce. Potevano prendere il tram, salendo però dalla porta posteriore e scendendo dall’anteriore: ma dato che non potevano in alcun modo attraversare la vettura – la perfidia –  non potevano prendere il tram. Vi è qualcosa non dico di umano, ma di sensato in questi decreti?

Eppure, tra gli stessi ebrei, prima che si mettesse in atto la “endlosung”, con le deportazioni verso i campi di sterminio, alla notizia dell’arresto d’un qualche conoscente la prima reazione spesse volte non era considerare l’assurdità delle norme, quanto il comportamento del singolo, la vittima del sopruso, rispetto alle norme per quanto assurde: “Deve aver fatto qualcosa” si mormorava “forse ha coperto la stella gialla col bavero”. 

Avessi qualche anno di meno, lo fonderei un movimento, fin quasi un partito: reazionario. D’una reazione popolare e democratica. Da ricominciare a far politica diretta, esplicita, col nostro lavoro, nel nostro lavoro. Per cambiare il possibile, sognando l’impossibile.

La classe dirigente che di legislatura in legislatura abbiamo eletto negli anni, in tutta evidenza ha mancato e manca ai doveri del proprio mandato; sta anzi piallando diritti democratici in nome d’una salute pubblica, che già in un passato bicentenario ha fatto oltralpe, con indiscussi meriti cittadino-rivoluzionari, anche parecchi danni, nelle campestri-vandeani.

Ora, tornando a noi, non è certo questo il paese previsto dal nostro dettato costituzionale. Affatto. Insorgere, secondo Costituzione, contro questa e altre storture è un dovere civile, d’ogni democrazia. Sempre non le si considerino, le democrazie parlamentari,  ludi oratori, quanto le elezioni ludi cartacei.

L’insopportabile non va più sopportato. Deleghe in bianco, non credo vadano più concesse. Tutte le impunità acquisite per usucapione vanno revocate. E si cominci, finalmente, a delineare le coordinate d’un nuovo Stato, più aderente alla Costituzione, più giusto, più rappresentativo. Basato sulla fiducia, non sul controllo. Sull’includere, non sull’escludere. Sul costruire, non sul punire. 

Con una non più differibile riforma drastica della burocrazia che – quando non infognata nel mettersi di traverso ai progetti più necessari, sì dà a rallentarne  l’iter per commistioni inconfessabili – appare inceppata in pastoie d’interpretazione a decreti attuativi,  proposte di legge in slalom speciale tra appassionanti “entro e non oltre”, emozionanti  “prese d’atto” irresistibili “dicasi altresì” con chiusura d’apoteosi “in virtù di delibera”. A dare una scorsa agli ultimi decreti (con cui, in vacanza di Parlamento si – virgolettato – governa – virgolettato), c’è da allibire dalla pochezza. Venti pagine di buromarasma che necessitano di altre 45 a commento, neanche si trattasse di “Finnegans Wake”. Il tutto per dire, arrangiatevi, assumetevi, cittadini, le responsabilità che da sempre lo Stato declina. Non è nemmeno più armiamoci e partite, ma armatevi e patite.  

La burocrazia deve essere messa in condizioni di non nuocere più, ne va della sopravvivenza. Non tutta, si capisce, anzi pensate cosa significhi fare vita d’apparato per chi, deciso a voler bene operare in tali trabocchetti d’amministrazione  pubblica, deve mangiarsi pure il fegato (e patire oltretutto cattiva fama), lavorando anche per chi – parassita a zonzo, con cartellino timbrato dal collega in frode ed omertà, magari con ombrello aperto in corridoio, per non farsi riconoscere (e a  cui ricambierà certo il favore, il giorno dopo, con ombrello d’altro colore) – chi è sempre fuori stanza, in palestra, o in sala bingo, o al mercato a fare la spesa: tutte ricreazioni strapagate.

Con tanti capaci laureati trentenni, che quel lavoro lo farebbero incalcolabilmente meglio, e di cui, giovani come sono, avrebbero necessità quanto d’un po’ d’acqua in un deserto, per far sbocciare vita e famiglia; e devono rimanere inerti, a vedere sequele di brutti ceffi, alla decima sigaretta, appostati fuori dall’ufficio, a discutere, i teneri mignoli in su – qualcuno inanellato d’ori e topazi – di come in ufficio andrebbe ottimizzato il tempo, secondo romane circolari.  

La mala vita sa ben organizzarsi. Perché non la buona vita, organizzata.  Sì, la parte del cattivo è più divertente. Ma qui gli applausi non c’entrano. Non è un film di genere. C’entrano l’Italia e chi in Italia vive e lavora. 

È troppo, dopo prime seconde e terze repubbliche infiorate di “convergenze parallele”, “misure in cui”, “sforzi congiunti e sempre tesi”, pretendere un governo che governi democraticamente, non secondo interessi occulti o palesi che siano?

Quando eleggeremo direttamente capo dello Stato, capo del governo e ministri?

Quando potremo dire la nostra sulle duecento e passa nomine preposte alla direzione delle grandi aziende di interesse nazionale?

E i comandanti le forze armate?

Potremo mai dire qualcosa in proposito o ci toccherà, come sempre venire a sapere di straforo, dai telegiornali “il generale zeta è stato eletto comandante” – che so –  “della guardia di finanza”.

Sogni inoggettivi, non sono tanto ingenuo da non averne almeno il sospetto, se non la certezza. Ma quante volte i sogni hanno cambiato il mondo. L’importante non è forse averne, ancora – e sempre – resistenti, o resilienti?

(continua)

ARTICOLO DI MAURIZIO DONADONI

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