Laura Piazza, Lettera22, Polytropon

Ceci n’est pas une critique

Camminavo, camminavo nell’amorfismo della gente. Ogni tanto rivedevo il suo sguardo strabico fisso sul fenomeno, sulla parte immota che sembrava attrarlo irresistibilmente: vedevo la mano irritata che toccava la parte immota. Ogni fenomeno è per sé sereno.

da L’incontro di Regolo, Canti Orfici

Questa non è una recensione. Lo dichiaro immediatamente: sono sprovvista del necessario distacco richiesto in questo genere di occasioni. Ma il valore dello studioso e del progetto non risentiranno certo di questa mancanza e il lettore potrà avventurarsi liberamente e con gioia in questa splendida – e nuova – narrazione della Vita luminosa e oscura di Dino Campana (Bompiani, 2020).

Non nascondo neppure l’amicizia con l’autore, di cui mi onoro da molti anni (abbiamo superato la doppia cifra). Un incontro nato proprio dal mio appartenere, come dice lui, alla fila dei “campanologi innamorati”. Il mio amore adolescenziale per il poeta marradese (che da alunna petulante mi portava a contestare l’insegnante di liceo rea di non averlo inserito nel programma di studio) e la mia prima tesi di laurea in letteratura moderna e contemporanea mi hanno fatto incontrare Gianni Turchetta; anzi, prima ancora, ho “incontrato” il volume dalla copertina azzurra, con dei tratti neri a suggerire il volto del poeta, che era già la seconda edizione della vita di Campana, pubblicata da Turchetta per la prima volta nel 1985, su encomiabile sollecitazione dei tipi di Marcos y Marcos.

La nostra amicizia e il “fanatismo” campaniano (parola che solo nel caso dell’arte mi piace utilizzare) si nutrono ancora oggi dell’esercizio della parola poetica sulla scena. Io e Gianni Turchetta siamo stati, infatti, molte volte su un palco insieme a Dino (e a Sibilla), alla La Chimera e Une femme qui passe. Per tanto tempo avevamo portato Campana in scena singolarmente (e abbiamo continuato), io come attrice, Turchetta come critico e narratore. Fin quando gli amici del Porto dei Benandanti di Portogruaro, in occasione del loro Festival di Poesia del 2017 (dedicato quell’anno a Campana), ci hanno offerto l’occasione di progettare un lavoro comune (intitolato Più bella della bionda Cerere la tua figura), che ha viaggiato fino a Milano, allo Spazio Banterle, e che, spero, riprenderà presto il suo cammino.

Ma tornando al nostro libro, Gianni Turchetta si confronta per la quarta volta, con il proposito di offrire un risultato duraturo, di precisione storiografica, con la biografia di Campana e noi non possiamo che essergli grati perché siamo convinti che in pochi casi come in quello di Campana sia necessario rimettere ordine, colmare i molti vuoti, ricalibrare le opinioni contrastanti e le ostentate forzature. Gli siamo grati perché non era ancora mai stata espressa con altrettanta chiarezza, e dovizia di dimostrazioni, l’inconsistenza del binomio poesia-follia, tutta la fragilità dell’ipotesi dei Canti Orfici ri-scritti per intervalla insaniae, nel delirio della “furia” variantistica, che invece si configura come “condizione normale della scrittura artistica”. Non a caso – ci ricorda Turchetta – dopo lo sforzo di costruzione dei Canti e l’irrimediabile destino di disagio psichico e reclusione, Campana non riuscirà più a scrivere.

Come se non bastasse questo, Vita oscura e luminosa di Dino Campana non si occupa solo di mettere in luce, finalmente, il lucido rigore della poesia campaniana, ma anche la gioia piena, la panica serenità da essa espressa. L’autore impone, con gioia e con passione, talvolta con empatico risentimento (“vizio” dei campanologi di cui sopra), un Campana libero dalle descrizioni caricaturali, dagli stereotipi che tanti hanno costruito nel tempo. Il rigoroso e amoroso discorso di Turchetta proclama, infine, la convinzione che Campana sia Campana non per il manicomio, per la relazione contrastata con l’Aleramo (che non fu l’unica, a quanto pare), per la sua mitologia, ma perché è l’autore del più grande libro del Novecento. Perché Campana ci ha indicato per primo l’armonica manifestazione dell’esistere, anche nelle sue espressioni più atroci e amorfe, e in questo è stato uomo moderno prima di noi.

ARTICOLO DI LAURA PIAZZA

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