Piccolo Prosimetro della Provvisorietà_Per chi non ha giusto saluto

Car* voi che ci leggete, da giorni siamo al lavoro per proporvi nuovi incontri, nuovi viaggi. Siamo al lavoro alla ricerca di parole sincere e oneste, di storie e persone che con il loro prezioso studio possano stare con noi, portandoci ad aprire lo sguardo, ad accogliere questo come tempo di riflessione attiva e creativa.

Così abbiamo pensato a questa rubrica: PPP – Piccolo Prosimetro della Provvisorietà.

Per noi, ha valore di una chiamata alla Poesia.

Aspettiamo le vostre parole (potete scriverci via mail o sui social).

La Redazione di Polytropon Magazine





Questo è il tempo che si snoda nel mezzo di un grande boato. Un boato invisibile che distrugge l’intero genere umano senza distinzione di razza, ceto, paese. Non era mai accaduto. Ogni parola in questi giorni è parziale, impaurita, superflua. Si tentano inediti pensieri, nuovi gesti, differenti comprensioni. Ma nuove parole nasceranno più avanti. Ora è il tempo della responsabilità per gli altri, prima ancora che per noi. È il tempo in cui si resta in casa, senza lavoro, senza prospettive, chi troppo solo, chi troppo vicino a un nucleo familiare con cui condivideva ben altre quotidianità.

E noi che facevamo teatro? Il teatro non è mai morto, perché è l’unica forma d’arte in presenza, perché è esperienza. Ciò che pensavamo di poter fare bene per gli altri, offrire il nostro corpo, il fiato, la saliva, fabbricare medicamenti che “toccavano” l’anima, non è più possibile ora. Anzi è il male. Il virus uccide e colpisce chi fa comunità. Ammazza “dal vivo”, annulla il senso stesso della nostra vita, della nostra arte. Noi teatranti siamo davvero precari ora: lavoratori senza tutele, teatri piccoli come Teatro i, che io ho fondato, che forse non si rialzeranno, ma soprattutto artisti senza strumenti. Il teatro si fa dal vivo.

Come salvare gli altri, il loro corpo, la loro anima oggi? Non credo ai surrogati on line.

La nostalgia dell’altro mi pervade. Il teatro tornerà mi dico solo quando torneranno i nostri abbracci.

Nel frattempo tento, su richiesta, piccole letture da casa. Arrivano tanti grazie poi, che mi paiono addirittura esagerati, che mi riempiono il cuore. Dedico una preghiera a una mia amica, che non vedo da tanto, che ha perso sua madre per questo terribile virus. Penso allo strazio di non poter seppellire i propri morti. Vero adesso, qui, nella carne, nell’anima. E scelgo di dedicare questo passo del Manzoni a chi sta perdendo i propri cari senza un giusto saluto. È un brano che tutti abbiamo studiato e che fa bene al cuore rileggere e meditare. Non servono altre parole.

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori.

Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.

Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «No!» disse: «Non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «Promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così». Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina.

La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «Addio, Cecilia! Riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «Voi», disse, «Passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? Come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.


ALESSANDRO MANZONI, I promessi sposi – capitolo XXXIV – La madre di Cecilia

DI FEDERICA FRACASSI

SITO WEB UFFICIALE DI FEDERICA FRACASSI: http://federicafracassi.it/

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