Polytropon, PPP, Rita Ceglie

Piccolo Prosimetro della Provvisorietà_Biagia Marniti, dalle campagne del Sud alla Luna su Parigi

Car* voi che ci leggete, da giorni siamo al lavoro per proporvi nuovi incontri, nuovi viaggi. Siamo al lavoro alla ricerca di parole sincere e oneste, di storie e persone che con il loro prezioso studio possano stare con noi, portandoci ad aprire lo sguardo, ad accogliere questo come tempo di riflessione attiva e creativa.

Così abbiamo pensato a questa rubrica: PPP – Piccolo Prosimetro della Provvisorietà.

Per noi, ha valore di una chiamata alla Poesia.

Aspettiamo le vostre parole (potete scriverci via mail o sui social).

La Redazione di Polytropon Magazine




Senza mai dimenticare gli ulivi, i chiaroscuri abbacinanti del sole meridiano, e quella roccia murgiosa consegnata al suo pseudonimo, “Marniti” (Biagia Masulli è il suo vero nome), eufonico mèlange di liquide e nasali che richiama la marna, tutta argilla e calcare, arsa e sanguigna, inconfondibile geomorfema della sua terra d’origine


Antonio Iurilli



Presenza discreta quella di Biagia Marniti, tra le voci più significative nel panorama della poesia italiana del secondo Novecento, come rileva G. Petrocchi, forse per un’individualità non canonizzabile in orientamenti o scuole, ma tendente invece ad un dialogo continuo, talvolta anche difficile, con gli altri e con la città che le vive intorno; sempre attenta alle mode e alle idee correnti, ma anche a commisurare quelle mode e quelle idee alle proprie intime necessità, ai propri bisogni espressivi, alla propria visione del mondo.

Accanto ai suoi debiti coi lirici Greci («Nel suo tramonto splende ancora Selene, / risplendono le Pleiadi. È mezzanotte. / L’ora trascorre. Io mi adagio sola in ascolto» Da Saffo; o ancora «Ad amore ho sorriso / fanciulla che il sandalo d’oro / scioglie per correre»), la Marniti accoglie l’essenzialità espressiva dell’ermetismo, per portarla dal piano formale a quello esistenziale: la sua poesia, infatti,  non nasce solo dalla letteratura, ma dalla sua vita di donna, come scrive Arnaldo Bocelli, fervida di sensi ed innamorata della sua terra, della natura e, soprattutto, dell’amore, ma anche pronta a farsi pensosa e triste con un che di duro, di ostile verso quel mondo che pur è il suo costante richiamo. Con dentro sempre un incoercibile bisogno di canto che non a caso Ungaretti, suo antico maestro e prefatore della raccolta Più forte è la vita (uscita nella prestigiosa raccolta, Poeti dello Specchio), vaticinò come suprema qualità della sua scrittura poetica.

Questa ragazza, nata a Ruvo nel 1921, lascia il suo paese negli anni del fascismo, alla vigilia della guerra, si trasferisce a Bari per studiare nel liceo classico “Quinto Orazio Flacco” e poi a Roma all’Università La Sapienza, laureandosi in archeologia. La vediamo seduta ai tavoli del Babingtons di Piazza di Spagna, ove si incontravano Bruno Barilli e Vincenzo Caldarelli (che la chiamava “la principessa sveva” e con il quale collaborò per la Fiera letteraria) e altri intellettuali di varie tendenze ideologiche, che amavano discutere vivacemente di letteratura, di teatro e di politica, con le ansie e le speranze di chi vuole costruire una nuova società di donne e di uomini liberi.

Donna indipendente e intraprendente, lascia Roma per prendere un posto da bibliotecaria a Sassari prima e a Pisa poi, partecipa ad un viaggio della jeunesse a Praga nel 1947; grazie ad una borsa di studio va a Parigi nel ’52, allargando così i suoi orizzonti culturali; ritorna a Roma dove è vissuta, in via Cola di Rienzo, tra il Tevere, Villa Borghese e le Mura Vaticane, nella penombra epicurea del nasconditi vivendo, fra i paradisi di carta della Biblioteca Angelica, della Alessandrina, della Vallicelliana di cui è stata bibliotecaria, e i severi androni umbertini dei Beni culturali, di cui è stata ispettrice centrale.

Non ho paura di lottare / non ho paura di morire. / Nata da terra vulcanica / di fiumi azzurri di grotte aperte / ricca di ulivi e vento nulla temo. / Nel mio paese ove tanti nascono negli jusi / e attendono gioia solo fra gli idoli di morte / e i bimbi crescono con paura / lottiamo.

Biagia Marniti, Al canto più vero del cuore



Bastano questi versi della sua lunga stagione poetica a certificare l’amore della Marniti per la sua terra natale; una meridionalità di ancestrale purezza, al riparo dalle più vistose trappole del sentimento sociale e meridionalistico del dopoguerra di sinistra: lo ha osservato Pasolini nel ’57 nel commentare la raccolta Città creatura viva, sottolineando che la Puglia, nell’infinita avventura umana della Marniti, si è incuneata come una realtà frantumata: non pensiero dominante, ma un oggetto Sud, assunto in un mondo interiore.

A Parigi scrive un reportage sulla vita culturale francese per «Il Paese»; alla Maison des écrivains conobbe, tra gli altri, Aragon e Colomba Voronca (moglie del romeno Ilarie Voronca) che tradusse in francese alcune sue poesie apparse nel ’58 in«Les Temps Modernes».

Qui scrive Luna su Parigi il cui nucleo concettuale è l’eterno rinascere della luna come cifra della speranza e della fede nella vita.

Alta sali o luna, fra le nubi / che fan cornice nel cielo / cui affido com’aquila i pensieri,/ e giovinezza tu chiedi. / Nell’amorosa città / ove ippocastani e platani / stanchi visi addolciscono / il rosone d’oro si consuma / simile al cuore degli uomini / che la violenza può radere com’erba. / E se già ferma declini, / torni come la speranza la fede nella vita.

Biagia Marniti, Luna su Parigi



Alla luna, che sale fra le nubi nel cielo dell’amorosa città, l’io lirico affida i suoi pensieri come l’animale olimpico sacro a Zeus, l’aquila, l’uccello dominatore dell’aria; in cielo la luna pare cercare la giovinezza, perché lei è Diana, la dea vergine e cacciatrice.

Mentre la luna sale, il sole, il rosone d’oro si consuma (si noti la forza e l’incisività suggerite dal verbo che riecheggia scelte lessicali baudelairiane, non insolite nella lirica della Marniti), al pari del cuore dell’uomo  che la violenza può radere come se fosse erba, ma vi sono gli ippocastani e i platani (sempre intensa e suggestiva la trama fonica), immagine di sicurezza e di solidità il primo e di leggerezza il secondo, a donare agli stanchi visi dei cittadini quella dolcezza che la durezza della vita spesso obnubila. Ritorna sempre la luna, dopo il suo declino, come la speranza degli uomini nel valore della vita.

Articolo DI RITA CEGLIE

FOTO DI COPERTINA  © INGE MORATH USA. NYC. 1991. Louise BOURGEOIS (FRA), sculptor.

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