Lo spessore di Alfonso Marrese, scomparso lo scorso 24 ottobre a Bari all’età di ottant’anni, lo si comprende meglio se lo si colloca dentro e oltre il perimetro della critica cinematografica.

Della sua funzione all’interno del Sindacato Critici Cinematografici occorre tener conto, ma guai a separarla dal ruolo attivo svolto dentro le istituzioni, stabilendo così una testa di ponte tra la passione e l’azione, specialmente nell’ambito specifico in cui questa azione è stata portata avanti.

Un dirigente regionale che sposi la causa del cinema, mettendoci del proprio, e in questo senso anche gran parte della sua collezione di materiali cinematografici probabilmente oggi introvabili, dando vita a al prototipo essenziale di un oggetto fino agli anni ’80 sconosciuto e inimmaginabile sul territorio come la Mediateca Regionale Pugliese, ebbene questo tipo di funzionario di rango, colto, curioso e appassionato, che è anche un attento critico cinematografico, ma non solo, è un esemplare raro di umanità e costanza culturale.

La storia anche di come all’occorrenza e non scontatamente le istituzioni hanno affiancato il lavoro critico trova in Alfonso Marrese il punto di partenza nonché l’esempio più alto. L’unione di queste due competenze ha caratterizzato anche il tipo di intervento sia negli scritti che ci ha lasciato su numerose testate e volumi, sia nell’organizzazione di eventi, rassegne, cineforum, dibattiti. Marrese è stato infatti principalmente uno studioso di tendenze, strutture produttive e distributive, ha guardato con particolare attenzione ai rapporti tra mercato e cultura cinematografica, è insomma andato al sodo dei problemi, da persona sempre disponibile e disinteressata a forme di visibilità che oggi invece vanno per la maggiore.

Una personalità e un temperamento aduso ad affrontare quotidianamente quei problemi nel suo ambito lavorativo. Non perdeva un film in sala, era sempre al primo spettacolo del primo giorno di programmazione di tutti i film meritevoli di essere visti, approfonditi, discussi.

La discussione per Alfonso, memore di stagioni storiche, politiche e civili praticamente lontane anni luce, in cui il discutere non veniva considerato riprovevole per il pensiero dominante e per l’establishment, donde l’esigenza di zittire, ignorare, emarginare, era lo spazio relazionale prediletto.

Il confronto e il contraddittorio facevano parte per lui di un meccanismo di dialogo aperto. Anche lo scontro frontale, quello che in un clima civile, condiviso e responsabile non viene temuto o osteggiato, rientrando altresì nella prassi di un modello di critica militante, nel suo caso fattiva, concreta, pragmatica, era grazie a lui un momento di crescita.

In fondo Alfonso in pensione non c’è mai andato. L’età avanzata non gli ha impedito di continuare a esserci, a farsi sentire caparbiamente, a partecipare a riunioni e incontri, giorno dopo giorno, per far decollare progetti, ultimo dei quali in ordine di tempo la collana dedicata ai cineasti di Puglia, frutto dello sforzo congiunto della Teca del Mediterraneo, della casa editrice Dal Sud, del Sindacato Critici.

Alfonso ha intessuto rapporti, mantenuto contatti, ha fissato appuntamenti, ha permesso che le cose materialmente si realizzassero. Il suo pensiero è dunque inseparabile dal fitto operato. E questo suo perenne darsi da fare anziché farsi vedere, e va detto con una punta di dispiacere profondo, non ha permesso un pieno e significativo riconoscimento per un qualcosa di cui ora vediamo i frutti, e ne beneficiamo tutti, ma che non esisterebbe senza considerarne a monte il discreto, fondamentale, fattivo apporto.

È troppo tardi per festeggiarlo, e i suoi ottant’anni sarebbero stati l’occasione propizia se le sue condizioni di salute l’avessero permesso. Un omaggio pubblico, un convegno, una giornata di studi, un volume in suo onore, rigorosamente organizzati come una festa a sorpresa sarebbero stati il modo più bello per ricambiare un debito enorme che tutti noi abbiamo contratto. Magari nella “sua” Mediateca Regionale Pugliese. Che a questo punto potrebbe essergli intitolata, come atto dovuto.

ARTICOLO DI ANTON GIULIO MANCINO

* L’articolo è stato pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno e CineCriticaWeb del 26 ottobre 2019

In copertina Alfonso Marrese nel suo ufficio di Via Venezia, nel 1996 con Henri Colpi (ringraziamo Nicola Nannavecchia per il prezioso scatto)

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