Non ci sono dubbi: L’impero della polvere (La nave di Teseo, 2019) di Francesca Manfredi è uno dei testi sintomatici, anche se non sistemici, della nostra contemporaneità.

Se Ammaniti ha costruito Il Miracolo sulla visione (e sui relativi effetti di quella visione filtrata dal mezzo cinematografico) di una Madonna che piange sangue, Francesca Manfredi fa sanguinare le pareti di una casa, di un maso immerso in una campagna fertile e mortale (proprio in virtù della sua fertilità).

Un paradosso? Sì, un feroce paradosso contemporaneo: ciò che è fertile conserva la colpa della propria fertilità. Francesca Manfredi si cala nell’intimità di questo paradosso, lo fa con coraggio e con un ritmo piano, cauto: propone tre donne, tre generazioni, né complementari, né contrastive ma, anzi, ci sconvolge notare che si tratta sempre di un’unica donna. La replica incostante di una proiezione ideale: la femmina, madre e morte, che si moltiplica nella sua discendenza.

Non è la storia di una femminilità che si accetta e trova la forza di imporre una propria strutturata identità. È la storia di una femminilità che si vive con terrori e tremori, che si rinnega e cerca di normalizzarsi, che ambisce a fuggire dalla casa-tempio del rito pagano di passaggio (si pensa a Le Sacre du printemps di Pina Bausch leggendo di Valentina e del suo ingresso nel mondo adulto vissuto come un passo fatale e irrimediabile).

Francesca Manfredi riesce a mantenere il ritmo e l’accento costante di una risacca in tempo di bonaccia, non incide, scalfisce, non penetra ma sembra quasi che la scrittura le ritorni addosso: sembra quasi esca dalla pagina in un moto di dissoluzione.

Come ne Il Miracolo, l’evento inaspettato, irrazionale e inspiegabile, piomba nelle vite delle tre protagoniste come una giustificazione. Comincia con il sangue, ma la caduta non è davvero un rapida rovina: ci si aspetterebbe un ritmo incalzante fino all’apoteosi, invece la pulsazione prende la rincorsa, poi si placa. C’è un’ombra di rassegnazione ad accogliere la narrazione della pubertà, la narrazione della maturità e la narrazione della vecchiaia. La presenza del corpo potrebbe sembrare centrale, invece è soffocata. Incombe il senso della colpa: come posso nascondere che sono femmina, sembrano dire – ciascuna con diverso accento – nipote, figlia e madre.

Dio non c’è davvero, ma colpisce che la scelta, proprio oggi, cada su quello narrato nel Vecchio Testamento: un Dio vendicativo, che indurisce il cuore del Faraone per mostrarsi in tutta la sua potenza, che trae sì gli Ebrei fuori dall’Egitto, ma attraverso un tributo di sangue che si snoda in un percorso a tappe: così Valentina esce dalla sua infanzia, come una eletta che deve compiere e vedere compiute tutte le piaghe narrate nel Libro dell’Esodo.

Perché Manfredi sceglie la violenza implacabile, ben lontana dall’atto misericordioso dell’incarnazione?

Arcano, a tratti selvaggiamente oscuro, il racconto si chiude in una tregua di fatto: la casa cieca si apre alla via dell’abbandono fisico e metafisico e così la nonna, depositaria di una cultura contadina in via d’estinzione. È il 1996, ma pagina dopo pagina ci troviamo sospesi in un tempo indefinito, bizzarro e fumoso come il nostro. La casa cieca diventa metaforicamente la House of fiction dei contemporanei: come è che si deve scrivere un romanzo oggi se tutte le coordinate sono saltate, se sentiamo di non avere più possibilità di tenere la trama con la forza delle voci della complessità del Novecento?

Questa House of fiction la si vuole abbandonare, è l’unica certezza. Ma andare per il mondo cosa comporta? Davvero madre e figlia, senza più la pesante appendice della terza età, possono e sanno costruirsi una identità. La madre sceglierà una casa in centro, per conservare ciò che della casa cieca ha salvato. Ma è la figlia, che racconta al passato da un presente indecifrabile, ad avere l’ultima parola: «eravamo ancora giovani, avevamo una vita davanti. Ci confondemmo col mondo».

Ecco, forse il segreto – che di miracoloso ha poco e forse il miracolo sta proprio nella sua autoevidenza quasi naturale – è tutto svelato in quest’ultimo giro di frase: una vita davanti oggi serve per confondersi col mondo. E siamo davvero tutti confusi in questo tempo, siamo davvero tutti pronti, in nome di una parvenza di serenità e di tranquillità, a rinnegarci nel corpo e nello spirito pur di apparire normali nella norma. Confondibili e sostituibili. È un esodo generazionale, quello che Valentina nolente o volente incarna, l’esodo di una generazione di donne che devono ancora fare i conti con la propria femminilità per scrollarsi finalmente di dosso la condanna dell’essere fertili. E, forse, questa colpa non è nemmeno una eredità del patriarcato. Forse, questa colpa ha aderenze proprio in quella stessa femminilità che cerca sempre rifugio, accondiscendente o meno, nell’alibi del maschio necessario alla sopravvivenza, nell’alibi del maschio a cui chiedere il permesso di esistere o da sostituire. Ma una donna è donna così come un uomo è un uomo. E non è detto che sia la donna ad avere affinità al male solo perché l’ha scritto un uomo. Così come non è detto il contrario. È ammissibile, in realtà, che il male sia una conseguenza proprio di tutte quelle negazioni della libertà individuale. Forse il male non ci sarebbe se potessimo davvero prendere coscienza di ciò che siamo, se fossimo liberi di scegliere un’altra strada: quella dell’identità che cammina e vive tra le identità. La scelta, insomma, di non confonderci, ma di mescolarci. Di conoscere empaticamente il mondo, con i suoi vicoli ciechi e con le sue strade a senso alternato che portano alla campagna più intima e forastica dove c’è una casa abbandonata da ricostruire per noi e per i nostri futuri ospiti.

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI

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