“Una casa in fiamme”: l’inno di Laura Forti per i sopravvissuti

È vero, una vita senza amore è vuota e inutile. Ma nessuno ti dice mai che l’amore a volte è qualcosa di molto difficile.

Laura Forti, Una casa in fiamme, 2022

C’è “Una casa in fiamme” (Guanda, 2022) in ciascuna delle nostre vite. Una casa che ha conosciuto almeno il senso del lutto e della perdita, un luogo di corridoi, scale e stanze che ci hanno visto muti interrogarci sul senso del male nella nostra vita. Laura Forti ci porta nella casa in fiamme di Manuela, una scrittrice in lotta con la sua vocazione letteraria, con la sua femminilità e con il suo ruolo sociale oltre che familiare. Anche Manuela sembra soffrire perché le manca la risposta essenziale alla domanda “perché esiste il male?”, come a tutti è capitato almeno una volta (al giorno?).

La “relazione intima” tra Manuela e suo marito non conosce perversioni, almeno tra loro, e così quella tra lei e i suoi figli e tra lei e la quotidianità fatta di incontri e scontri. Ma poi il perverso entra, silenzioso, tra le fiamme che cominciano a mangiare i pavimenti e i legni della casa. È un perverso sottile, affatto ingombrante, si infiltra come una regressione, una crisi adolescenziale o di mezza età, fa degenerare.

È il cancro al seno che devasta la donna, la costringe a farsi lacerare la carne e a subire una terapia ormonale pesantissima (e forse inutile: quante volte succede che il medico sbagli la diagnosi? troppe, troppe volte accade) che coglie la famiglia, i parenti e gli amici impreparati pur restando una diagnosi ambigua. Chi è sano e chi è malato, oggi? E forse, in effetti, il cancro è il male complementare a quello che fa ardere la casa nel sogno ricorrente di Manuela.

Laura Forti ci fa dono della voce di una donna moderna, incandescente (è il caso di dirlo) come quella di Sylvia Plath, senza vergogne, che riesce a sfuggire alla manipolazione tipica dell’io narrante che fa autoanalisi: li ricordiamo Zeno Cosini e la sua (in)coscienza, la sua u.s. (ultima sigaretta) che però non è mai l’ultima, ecco siamo da qualche parte in questa regione affascinante della letteratura, ma Manuela è diversa, vuole progredire.

Essere moderne oggi non è cosa da poco, soprattutto quando si ereditano missioni  “pesanti e solitarie” come quella di “ricomporre il mosaico andato distrutto della storia familiare” come accade alla seppur recalcitrante protagonista (etichettata da tutti, specie dalla madre invadente “ebrea culturale”) e a suo marito “l’ortodosso” che deve confrontarsi costantemente con il fantasma di nonni e bisnonni perseguitati dal nazismo. Questa relazione intima è in realtà metastorica proprio perché Laura Forti ci pone davanti a due modi diversi di reagire alla persecuzione: rimuovere o sopravvivere per rabbia. Ce n’è un terzo, quello benedetto della curiosità pura e rispettosa dei giovani che non vogliono dimenticare, che si sforzano, maldestri e teneri di sapere e avere memoria: sono così Lea e Elias, i due figli della coppia che scelgono di darsi nomi nuovi e di ri-costruire una identità assoluta perché unica e autentica. Questo terzo modo di reagire al male, però, è tutto da vedere, è troppo presto per sapere quando e se la casa andrà a fuoco.

Anti-umoristica, brutale e a tratti feroce, impietosa, ricca di immagini la voce di Manuela si impone smembrando in liste appassionate i cliché culturali (non è la versione femminile del Woody Allen sarcastico a cui siamo abituati, ma ne conosce l’efficacia) e Laura Forti si conferma una grande analista: è l’analista dei sopravvissuti e con “i sopravvissuti”, tenendo a mente la lezione di Primo Levi, non ci riferiamo a chi riuscì a tornare dai campi di sterminio, ma alla generazione successiva che ha dovuto compensare tutto quel male senza avere nemmeno il tempo di imparare formule e riti per benedire la vita. Questi sopravvissuti hanno dovuto imparare a non sentirsi in colpa per ogni respiro, a “meritare” una corsa in bicicletta o un sorriso, trovandosi addosso e dentro quella forma di resistenza alla morte, allo sfregio e all’offesa che entra nel corredo genetico e che resta come un numero tatuato dalla pelle all’anima.

Eppure, nessun sopravvissuto dovrebbe mai sentire la colpa di essere vivo.

Così il sogno della casa in fiamme, che suona come un midrash, contiene una ribellione e la richiesta di una promessa.

Promettiamoci di essere vivi, tu con me e io con te. Vivi e ribelli: finiamola di parlare solo con noi stessi, di ballare da soli e di essere soli anche quando stiamo insieme.

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI

   

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