Forte respiro rapido: vorremmo essere tutti figli di Dino Risi  

Che fare? Ce lo stiamo chiedendo da mesi e nelle ultime ore la domanda si fa sempre più angosciante. Il tempo passa, il presente incalza e noi sappiamo di essere in ritardo. Tutto torna indietro? Tutto sembra fermo, è tragico e ridicolo. Mentre chiudo il libro di Marco Risi, Forte respiro rapido. La mia vita con Dino Risi (Mondadori, 2021) è sotto attacco la sede della CGIL e c’è chi fa il saluto fascista. Che anno è? 2021. Non 1971 e nemmeno 1921.   

Marco Risi, che ha scelto per sé il mestiere di regista (ricordiamo un titolo, tra gli altri, Mery per sempre del 1989), in una pagina brillante di questo romanzo sugli uomini e sulle donne che hanno fatto la storia del cinema (e lo sono tutte brillanti e avvincenti) fa notare che la categoria neo-neorealista (e qualche studioso di cinema la affibbia ancora a oggi a Pasolini e a Fellini, a Ferreri fino a Tornatore) ha troppi nei e quando lo inserirono in questa categoria non ne fu convinto. Non posso fare a meno di giocare sul parallelismo: neo-neorealista non ha senso, come non ha senso neo-fascista. O uno è Neorelista o non lo è. O uno è fascista o non lo è. Divago? È solo apparenza, il discorso è cruciale, perché Marco Risi forse è proprio l’ultimo regista figlio di un maestro del nostro Cinema che non ha voluto essere l’erede del padre e che non ha voluto usarlo per farsi riconoscere: Marco Risi ha subito avuto consapevolezza di essere altro, di dover trovare la propria voce in un momento storico diverso. E allora, che senso ha o avrebbe rendere banale questo sforzo e arrogarsi il diritto di esprimere un giudizio che decontestualizza l’opera e l’autore? E allora, che senso ha usare categorie, solo ipocritamente nuove, per cercare un riferimento in quello che è stato se quello che è appartiene ad altro e vuole ottenere altro?

Marco Risi ha trovato le sue inquadrature e le sue storie e ha messo a frutto gli insegnamenti di Dino Risi (che è una cosa sola: uomo, regista e padre e tanto altro) assorbiti come se fossero ossigeno o vitamine cioè in modo naturale, tutti i padri sono maestri nel bene o nel male. Forte respiro rapido è il diario di lavorazione di un film a sé, forse il più bello che si potrebbe girare sui mestieri del Cinema se avessimo a disposizione una macchina prodigiosa o una tecnica speciale per ricostruire i sogni e i ricordi di chi era lì e adesso non c’è più. Certo, del padre Dino, Marco ha ereditato il talento di farti vedere quello che racconta: i volti che non esistono più (quelli dei generici e degli attori tutti diversi tra loro, tutti coerenti con la classe sociale e il mestiere d’origine) e le situazioni che oggi sembrano impossibili (quanto erano più coraggiose e padrone di sé le donne in un ambiente dichiaratamente misogino, quanto sono paradossalmente meno emancipate e più codarde, integrate nel sistema che le tollera oggi). Riesce a mostrarti perfino i pensieri e i desideri, le sensazioni e le ragioni più intime delle persone che ti fa incontrare. Marco Risi proietta tutto sullo schermo bianco della tua curiosità di lettore e ti fa comprendere che sì, ad un certo momento, si dice addio ai corpi ma non a ciò che hanno fatto e rappresentato. I film restano, restano anche i biglietti con cui ci si congeda dalla vita con lo sberleffo, restano gli amori e le passioni, le parole, le battute e i piccoli gesti del quotidiano, l’odore dell’acqua di colonia e del borotalco. Più di tutto, resta la consapevolezza che sì, era meglio prima: quando le lettere d’amore si scrivevano a macchina, quando si poteva guardare la Guerra negli occhi e gridare “Apocalisse!” dal tetto sulla città bombardata con la voglia matta e la paura di ricostruirla, quando esisteva la Commedia all’italiana, quando c’erano Vittorio Gassman (che per Marco Risi è un padre complementare e ad un certo punto anche un altro sé) e Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni e Nino Manfredi e Alberto Sordi, quando si andava al Cinema e si partecipava ad un rito collettivo interagendo con il film. Era meglio prima quando il male era il male e il bene era il bene, quando eravamo meno cinici e meno stronzi, quando sapevamo dircelo ridendo di noi stessi.

Ma il grande valore di questo romanzo è proprio qui e Marco Risi è abile a farcelo capire senza dircelo: dobbiamo farla finita con gli a m’arcord, e farla finita non significa smettere di avere nostalgia e di ricordare. Non dobbiamo certo ignorare, fingere di non sapere chi siamo stati e chi sono i nostri padri. Ma i padri sono morti e noi abbiamo il dovere di mantenerci vivi o finiremo per restare eredi di qualcuno che non può (e forse manco vorrebbe, se ci fosse) avere più niente a che fare con la nostra Storia e per essere “figli di” ancora più borghesi, cinici (e stronzi, ma non certo in senso buono), individualisti e corrotti.

Vorremmo essere tutti figli di Dino Risi e di quel Cinema, e lo siamo senza esserlo, ma siamo anche e soprattutto altro e prima ce ne rendiamo conto, prima affrontiamo le nostre responsabilità, meglio sarà. Soprattutto per i fantasmi che devono essere proprio stanchi di starci dietro e di vederci fallire senza avere nemmeno provato a mettere ordine in questo presente nevrotico e pronto a schiantarsi senza risposte proprio come l’auto de Il sorpasso (1962).

«Io vivevo nel cercare. Quando cercavo avevo un senso…» è una delle ultime frasi che Marco Risi appunta del padre e che emerge dai sei anni di stesura e lavoro di Forte respiro rapido e sono le parole che ci devono appartenere.

Che fare? Non lo sappiamo. Ma se smettiamo di cercare non abbiamo più senso e questo ce lo dice ancora Libero De Rienzo quando interpreta Giancarlo Siani (il giornalista assassinato dalla camorra nel 1985) in Fortapàsc (2009) che Marco Risi ha diretto e dedicato, non a caso, proprio a Dino, suo padre.

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI

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