Vito Attolini e Pier Paolo Pasolini: un desiderio di passato

Sara Perniola (20 settembre 1992) dalla Puglia vince la sezione saggio breve del Premio Internazionale di Critica Cinematografica Vito Attolini 2020 con l’elaborato “Vito Attolini e Pier Paolo Pasolini: un desiderio di passato” scegliendo il tema La Storia nel Cinema.

C’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole la poesia. [1]

Il paesologo Franco Arminio scrive questo per riferirsi al nuovo umanesimo delle montagne, dell’aria aperta e degli alberi, della luce e dei paesi; alla sacralità delle piccole preghiere personali; alla gioia solenne che pervade quando guardiamo con clemenza le cose che sono al di fuori e quelle che, invece, sono all’interno dell’anima: quando accade questo è come se iniziasse una festa silenziosa. Quando accade questo è lo sbocciare della poesia e la poesia altro non è che molte, moltissime cose. È passione e medicina, immaginazione e salvezza, sangue e dolore, incastrata nella rete incantevole dei versi o trovata in immagini e sentimenti che non possiedono lunghezza, ma è anche eco vagante del recupero della storia passata, di un territorio privilegiato che persiste su aspirazioni, attese, desideri, cambiamenti, singolari e collettivi.

Che cosa c’entra questo con uno dei periodi più significativi e suggestivi della nostra Storia, il Medioevo, lo suggerisce l’atteggiamento poetico di fondo: entrambi rappresentano, infatti, un modus vivendi strettamente subordinato alle esigenze di ritorno ad una nudità spontanea e passionale la quale, nel presente, si rivela corrotta. Infiniti sarebbero gli esempi tratti dalla letteratura, dall’arte, dal cinema, volti a restituire attraverso parole, stilemi pittorici e pellicole, dieci secoli della fascinosa ed enigmatica cultura medievale. Nello specifico, però, ciò che qui interessa è il meccanismo psicologico incentivato dalla Settima Arte per cercare di rendere accessibile a qualsiasi platea delle esigenze di fondo, utilizzando come oggetto la descrizione e la rivitalizzazione di una realtà storica remota, nonché la trasposizione in essa. Vito Attolini, nella poliedrica trama dei suoi interessi, ha inserito anche il Medioevo: una storia passata che ha costituito per molto tempo territorio privilegiato di un certo tipo di letteratura e di cinema, seppur con diversi gradi di spettacolarizzazione. Questo interesse ha animato un altro fra i più grandi e passionali personaggi della nostra tradizione culturale: Pier Paolo Pasolini.

Se ogni cinematografia, d’altronde, costruisce e figura un proprio peculiare Medioevo, in un’opera complessa come Decameron di Pasolini probabilmente esso lo si ritrova nell’atmosfera particolarmente gioiosa, dalla natura morbida e astratta, che invade i polmoni e riempie gli occhi, diretta conseguenza della «gioia di vivere che c’era nel Boccaccio (anche nei racconti tragici) [la quale] proviene dall’ottimismo del Boccaccio. L’ottimismo del Boccaccio era un ottimismo storico. Cioè, nel momento stesso in cui lui viveva, esplodeva quella meravigliosa e grandiosa novità, che era la rivoluzione borghese: cioè nasceva la borghesia. E, in quel momento, intorno al Boccaccio, la borghesia aveva la grandezza, che avrebbe raggiunto solo in certi momenti, e in certi stati, e in certe, diciamo così, aree marginali della sua storia»[2] – come ebbe a dire il regista stesso. Ed ecco, così, che Pasolini traccia un Boccaccio nettamente più popolare di quello reale: la gioia sentita dal primo Boccaccio grazie al fiorire della borghesia viene sostituita da una di tipo ancestrale, viscerale, innocente, che serpeggia amabilmente e torbidamente in un mondo «ai limiti della storia, e in un certo senso fuori dalla storia stessa».[3]

D’altronde lo ha anche detto lo stesso Attolini che, in un certo qual modo, la persistenza del Medioevo e dei suoi miti è testimoniata da una attualizzazione che possa «rendere accettabile alle platee di tutto il mondo una realtà storica remota»[4] divenendo così un modus vivendi percorribile; innescando un meccanismo psicologico che renda più affezionati ai desideri, alle aspirazioni, alle attese, del singolo e di tutti.

È un po’ come essere fedeli alla sentenza: «la realtà è violenta, dura e crudele; la si riporta al bel sogno dell’ideale cavalleresco e su questo poi si crea il giuoco della vita. Si recita secondo la maschera di Lancillotto».[5]

Il gettarsi e ripensare al Medioevo risulta essere, così, un esercizio di stile per affrontare un presente molto spesso ostico e disperato, essendo questo periodo storico la testimonianza di una sconfitta puntualmente ricorrente nella storia: è così che Pasolini, con la sua enorme capacità di astrazione, riesce a non essere totalmente soggiogato dal naturalismo che gli è tanto caro e invadere la sua opera di spiritualità e di intima problematicità, così da essere vicino a reticenze emotive della sensibilità contemporanea.

È questo ciò che interessa al grande cineasta, una realtà scolpita nella spoglia pietra come i migliori momenti del cinema pasoliniano: «Un luogo, un’emozione, un tempo, dove tutto ciò che accade è reale».[6]

Dunque, forse, ricordare un certo tipo di Medioevo, di qualunque tipo esso possa essere – fantasioso e cavalleresco, straziante e cupo; un Medioevo riguardante le storie d’armi e d’amore, o carestie e guerre – educa a possedere una propensione di sguardo «in cui prevale immaginazione e ricordo su erudizione, fantasia e realtà»[7] per ritrovare se stessi, gli altri, e il mondo circostante, integri. Come se la sua rinascita sia dettata da esigenze di fondo difficilmente trascurabili, di ascendenza romantica e dal sapore utopistico. Poiché, come scrive ancora Franco Arminio, l’azione cruciale è sempre e solo quella del guardare: «io sono la parte invisibile del mio sguardo, l’entroterra dei miei occhi».[8]

E anche se poi tutto questo troverà la sua collocazione «nella memoria e nella nostalgia, nella consapevolezza dell’irrecuperabilità, come è proprio dei sogni», almeno ognuno, così, col proprio sguardo, potrà ritrovare i propri ideali e correggere fittiziamente il sorriso amaro che si possiede per «le utopie inesorabilmente votate alla sconfitta», dal momento che essere capaci di trasportare la favola nella sfera stessa dei sentimenti dimostra come «i sentimenti modifichino l’aria stessa che si respira».[9]


[1] https://casadellapaesologia.org/2016/05/19/cedi-la-strada-agli-alberi-frammenti-di-un-discorso-ecologico-dalla-casadella-paesologia/

[2] https://www.cinemedioevo.net/Film/cine_decameron_1971.html

[3] Intervista a Pasolini in «Cinemasessanta», n. 87/88, 1972.

[4] Vito Attolini, Immagini del Medioevo nel cinema, Bari, Edizioni Dedalo, 1993, p. 19.

[5] Johan Huizinga, L’autunno del Medioevo, Firenze, Sansoni, 1966, p. 47.

[6] Pier Paolo Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo, 1964.

[7] Vito Attolini, Immagini del Medioevo nel cinema, op. cit.

[8] Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, Milano, chiarelettere, 2019.

[9] Vito Attolini, Immagini del Medioevo nel cinema, op. cit

La Laurea in Lettere Moderne all’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” e quella in Italianistica, Culture letterarie europee e scienze linguistiche all’Università degli studi di Bologna “Alma Mater Studiorum” hanno permesso a Sara Perniola di dare spessore alla sua passione nei confronti della letteratura e di tutte le forme gravitanti attorno al mondo della cultura. Ha pubblicato diversi articoli di natura letteraria e culturale, un saggio inerente al senso del lavoro educativo presso l’Alma Mater Studiorum. Vive a Bologna dove si occupa di insegnamento e promozione culturale, e attualmente approfondisce i diritti umani e le migrazioni, le discriminazioni e l’equità di genere presso l’Ente di Cooperazione Internazionale per cui svolge il Servizio Civile.

ARTICOLO DI SARA PERNIOLA

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