Appunti e punti interrogativi su Autoritratto con pianoforte russo di Wolf Wondratschek

Poetry is the shadow cast by our streetlight imaginations

Lawrence Ferlinghetti

Autoritratto con pianoforte russo di Wolf Wondratschek (Voland, 2021) è un punto interrogativo che si impone ad ogni pagina, per frammenti e per interi.

Il primo quesito, posto nello spazio bianco dove di solito si possono trovare anche le dediche degli autori agli amici, ai figli e agli amanti, è un invito ad entrare in questa storia con la giusta ironia: il caso sa cosa vuole?

Noi, tutti noi, di solito sappiamo bene cosa non vogliamo (e i versi di Montale sono il perfetto alibi da tirare fuori quando non si vuole prendere posizione e ci si vuol fingere degli intellettuali) e, soprattutto, siamo piuttosto abili a fare fallire (ah, se Beckett potesse, probabilmente ci prenderebbe a schiaffi per quanto abusiamo ormai del concetto di fallimento) anche tutto ciò che potrebbe comportare ottenere esattamente quello che vogliamo. 

In un caso o nell’altro, per quanti ci si sforzi di mostrarsi seduttivi, interessanti ed efficienti senza essere pedanti, proprio come vuole l’odierna società, il risultato è sempre una posa un po’ qualunquista, l’esasperazione del non agire per agire, dell’imporsi per sottrazione. Il non esserci per celebrare l’esserci e l’esserci per dare sostanza al non essere e mi perdoni Carmelo Bene se insisto tanto sulla questione ontologica, ma oggi non possiamo proprio farne a meno.

Per cui, in fin dei conti, il caso non esiste. Il caso è noi e noi siamo il caso e, pertanto, sappiamo e non sappiamo, vogliamo e non vogliamo.

Questa prima domanda è seguita subito da quelle che aprono i diciannove capitoli di questo incontro fantasmatico tra il giornalista e l’anziano pianista russo. Stretta di mano con un morto? è il titolo del primo capitolo, ma il morto chi è? È il giornalista o e il pianista? O forse è l’autore, che si prende gioco di sé?

La scrittura di Wondratschek frantuma le immagini che evoca, è una forma ibrida tra sceneggiatura cinematografica e didascalia drammaturgica (qui restituita dalla brillante traduzione di Cristina Vezzaro). L’incontro d’esordio avviene in un caffè, nel cuore di un’Europa che assume i riverberi di quella raccontata da Hemingway, ma con il sussulto di un film di Godard (in particolare si ripensa alla prima sequenza di 2 ou 3 choses que je sais d’elle).

Mi chiede se riesco ancora a suonare il pianoforte? Non riesco, le dirò, non riesco più, già da molti anni, e non solo a suonare. La vita non è semplice. La mani si annoiano, il cuore fischia, per non parlare della sensibilità delle gambe.

Wolf Wondratschk, Autoritratto con pianoforte russo, Voland, 2021

La forma di questi incontri è ambigua, gioca tutto sull’ambiguità, proprio come una esecuzione pianistica o un atto di teatro.

Non si tratta di un monologo, ma non è nemmeno un dialogo, la voce è una ma sono due (la terza, quella dell’autore, è un metronomo impietoso che non offre requie ai personaggi): nei vari incontri, che affrontano in modo monumentale la vecchiaia e la giovinezza, emerge una forma ardita e piuttosto elaborata che si spinge al limite tra stream of consciousness ed erlebte Rebe.

Suvorin, il pianista, emerge inquadrato da molteplici punti di vista, come una ossessione del giornalista e, allo stesso tempo, come la cura di questa ossessione.

Sbalordito, lo ero anch’io. Cosa non succede in un cervello, quale confusione, com’è, per così dire, poetico, poiché senza alcun nesso con quanto era stato detto prima, dopo una pausa disse: Vedere la luce sopra il mare e sopra quella luce coloro che ci hanno lasciati. Non sono certo che capissi tutto ciò che esternava, in questa o in altre occasioni. A tratti quel che diceva suonava come un addio. Era un presagio. I pensieri persi, che si perdevano, non cessavano. Magari, rifletté, è vero che si finisce per somigliare sempre più a coloro contro cui ci si batte. Oppure ciascuno di noi è, sin dall’inizio, il proprio peggior nemico.

Wolf Wondratschk, Autoritratto con pianoforte russo, Voland, 2021
Allucinazione parziale: Sei apparizioni di Lenin su un pianoforte di Salvador Dali (1931)

Wondratschek continua a imporsi con la forza visionaria della Beat Generation di cui è stato esponente ma non mancano in lui il sarcasmo feroce di Nietzsche e la delicatezza di un lirismo ancestrale. L’anziano Suvorin, russo non a caso perché testimone storico del fallimento rivoluzionario (la memoria va a Allucinazione parziale: Sei apparizioni di Lenin su un pianoforte di Salvador Dali del 1931), emerge da queste pagine proprio come un bambino ripreso nei suoi giochi all’angolo di una via di periferia mentre cospira con se stesso sulla fine del mondo, cioè sulla fine di se stesso. Io e mondo coincidono proprio nell’incontro di questi due personaggi complementari (il pianista che evoca storie con il suono e il giornalista che ne raccoglie la vibrazione nell’impossibilità di restituirle) nel momento in cui si dissolve l’alterità tra i due che sembrano essere il delirio della stessa persona. Je est un autre soffiava Rimbaud. “Muß es sein?” “Es muß sein!” tuonava nel pianto sillabato Beethoven.

Entrambi si struggono, proprio come noi (o no?) nella ricerca di un unico momento perfetto, quello non replicabile della quadratura del cerchio.

Ma questi sono solo appunti. Come andare avanti?

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI

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