Forse mio padre: Laura Forti inventa il ritorno dell’amore

«Diciamo quindi che l’idea di eterno ritorno indica una prospettiva nella quale le cose appaiono in maniera diversa da come noi le conosciamo: appaiono prive della circostanza attenuante della loro fugacità. Questa circostanza attenuante ci impedisce infatti di pronunciare qualsiasi verdetto. Si può condannare ciò che è effimero? La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina. Or non è molto, mi sono sorpreso a provare una sensazione incredibile: stavo sfogliando un libro su Hitler e mi sono commosso alla vista di alcune sue fotografie; mi ricordavano la mia infanzia; io l’ho vissuta durante la guerra; parecchi miei familiari hanno trovato la morte nei campi di concentramento hitleriani; ma che cos’era la loro morte nei campi di concentramento davanti alla fotografia di Hitler che mi ricordava un periodo scomparso della mia vita, un periodo che non sarebbe più tornato? Questa riconciliazione con Hitler tradisce la profonda perversione morale che appartiene a un mondo fondato essenzialmente sull’inesistenza del ritorno, perché in un mondo simile tutto è già perdonato e quindi tutto è cinicamente permesso».

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, 1989

L’idea dell’eterno ritorno di Nietzsche è davvero terribile: come svegliarsi una mattina con un pugnale conficcato nel petto senza essere davvero in grado di morire per via di questa lama nella carne che gocciola sangue ad ogni passo. Ha ragione a scriverlo Milan Kundera nelle prime pagine del suo L’insostenibile leggerezza dell’essere: è una idea feroce e lo è perché ci insegna a mettere da parte noi stessi con tutti i nostri alibi, ad accettare che tendiamo, per sopravviverci e per sopportarci in vita, a rimuovere e a rimuoverci fino a dissolverci in una pietà ipocrita alla quale non crediamo poi davvero. Semplicemente, cediamo alla consolazione: non poteva che andare così, siamo stati anzi bravi, ce l’abbiamo fatta, cosa mai avremmo potuto fare di più, ci ripetiamo e ci facciamo ripetere da chi abbiamo accanto, nel tentativo di assolvere noi e le nostre vite dall’insoddisfazione, dalle perdite e dalle volontà che abbiamo soffocato per ragioni varie ed eventuali.

Continuamente rimuoviamo azioni e pensieri, rimuoviamo desideri e dolori a partire dal piccolo contesto individuale fatto di legami di sangue che diamo ontologicamente per acquisiti, sino alla Storia: non facciamo che reprimere, comprimere e spesso obblighiamo gli altri a farlo. “Ingoia il rospo e taci” è la regola del nostro tempo corrotto, senza etica né morale, senza memoria né futuro.

Ma perché ritorno a L’insostenibile leggerezza dell’essere per dire di Forse mio padre, l’ultimo romanzo di Laura Forti edito da Giuntina in questo 2020 che abbiamo vissuto lottando o aggrappandoci, a seconda dei casi, a continue rimozioni e a una continua dissociazione dalla realtà (individuale e collettiva)?

Vi ritorno, ecco, perché con Forse mio padre Laura Forti compie un’operazione a cuore aperto sulla propria storia familiare e lo fa con una lucidità estrema per fare a pezzi quella perversione morale per la quale abbiamo perdonato, cinicamente abbiamo permesso tutto alla Storia. E ancora tutto le permettiamo.

Fingiamo di credere davvero che il razzismo, il fascismo, il furore del potere che ha distrutto i corpi e ciò che rappresentavano nei campi di sterminio siano immagini sfocate di un passato solo sognato, ma entrare con Laura Forti in una famiglia ebrea, negli occhi e nella rabbia, nelle vite di chi è sopravvissuto mostra che l’incubo non era incubo, ma una realtà inaccettabile che continuiamo a portarci dentro nonostante tutti i nostri tentativi di andare avanti, di non pensarci più o di pensarci solo un giorno all’anno, se il tempo ci resta.

La realtà inaccettabile del nazismo e del fascismo scorre nel sangue come un metallo pesante, assorbito dalle cellule, vive e cresce con noi come un gene che interviene a modificare gesti innati e azioni quotidiane. Laura Forti cerca un padre biologico che le è stato impedito di conoscere e nella ricerca, dandogli del tu, si avvicina a quest’ombra affrontando i demoni della Storia con la sua scrittura agile e cristallina. Laura Forti non conosce retorica, la sua scrittura non è il premio di consolazione biografista referenziale alla quale ci vorrebbe abituare il prodotto editoriale medio degli ultimi vent’anni.

Laura Forti sperimenta, per un breve tratto, la vertigine dell’eterno ritorno. La sua personale telemachia, il viaggio-ricerca del padre, la porta a tornare dalla madre: da adulta deve fare i conti con una figura complessa, insondabile, che generandola ha cercato di proiettare su di lei, l’ultima figlia, il proprio ritratto. Il rischio, certo, è stato che la figlia rimanesse imprigionata nel riflesso della madre. La violenza nasconde però il segreto del nostro millennio. È un archetipo scardinante questa madre quindicenne partigiana che va a cavallo e vede arrivare gli alleati in una nuvola di fumo, che mangia dodici uova da sola per liberarsi dalla fame e dalla guerra, alta e forte è votata al movimento nel tempo e nello spazio arrivando persino a sfiorare il futuro della Terra Promessa che tarda ad essere ancora oggi luogo di pace e prosperità assolute.

È una donna in fuga, che però resta, anzi, peggio: non fa che ritornare alle sue prigioni, inchiodata da e ad una borghesia troppo provata e sconfitta per concedere davvero una emancipazione femminile. È una donna che somiglia troppo a tante donne di oggi, che si sposano per amore e vivono poi per sopportare mariti violenti e scontrosi, solitari e sofferenti. Laura Forti la affronta, cerca di darle pace e darsi pace: per farlo deve indagare, deve chiedere e strappare, conquistarsi brandelli di ricordi e di Storia, separare contesti da ragioni, sancire una tregua alla trama esasperata delle perdite.

Il rapporto tra madre e figlia in Forse mio padre è potente e feroce come in un romanzo di Irène Némirovsky (forse non è un caso che Guido Ceronetti l’abbia soprannominata proprio Irina, un nome di pace per chi conosce la guerra, come una delle sorelle del dramma cechoviano) e Laura Forti arriva dove Kundera non avrebbe mai sospettato di arrivare: nel ritornare, Laura Forti scopre che l’insostenibile leggerezza dell’essere, in questo secolo, avrà nome tenerezza.

Ma la scrittura, la scrittura di questa autrice che, forse, è la più moderna tra le sue colleghe (coetanee e non), manda in pace tutti i demoni, mette ordine nelle cose del passato per capire cosa sia quel male segreto che ci ammorba tutti: dobbiamo fare tutti i conti con i campi di sterminio e con quello che è accaduto dopo. Perché, in fondo, noi non diciamo la verità quando dichiariamo che la guerra è finita e che lo sterminio nazista ha lasciato dei sopravvissuti. Ci scorre ancora nelle vene l’umiliazione atroce, il dolore che non tace dei corpi offesi, la rabbia di quella morte brutalizzata, l’ombra e il passo di una ragazzina che cerca le bucce delle patate per sopravvivere. Noi non diciamo la verità quando non ammettiamo che tutto questo non è semplicemente passato, noi non diciamo la verità quando pensiamo che le vite successive di chi è restato o tornato non siano state segnate dalla deportazione e siamo portati a pensarlo perché, in effetti, non siamo abituati all’eterno ritorno.

«Non è detto che si debba sempre dire la verità. Qualche volta è forse meglio tacere che dire la verità. È più sano, forse, qualche volta, tenersela dentro, la verità» scrive Pasolini nel 1973 un poco amaramente, con quell’ironia sagace inconfondibile, a proposito de Le città invisibili di Italo Calvino. Ma Laura Forti, proprio come Pasolini, sa e vuole dire tutta la verità, nient’altro che la verità: se mentisse, dovrebbe condannarsi a temere per sempre il proprio riflesso nello specchio, più che il demone alle proprie spalle.

E non è detto che si possa fuggire in eterno: il ritorno di Laura Forti in questa frattura che è il Novecento ci ricorda che nelle famiglie si annida la matrice collettiva del male che non capiamo ma che sembra impossibile estirpare, come una deformazione genetica dell’esistenza. Laura Forti ce lo ricorda con uno stile tagliente, contemporaneo proprio come a suo tempo fece Elsa Morante con La Storia (non a caso, un grande romanzo che come spina dorsale ha ancora una volta una storia di madri e figli, di padri biologici ingoiati dal flusso enorme del mondo, se pur con diverse posizioni in partenza).

E non è detto che i ritorni non ci permettano di scoprire che la verità, quella che non sempre vogliamo sentirci dire, ha proprio a che fare con quella insostenibile leggerezza dell’essere che si chiama tenerezza. Quella tenerezza che si prova solo raccontando o leggendo una storia: nessun demone avrà mai abbastanza fantasia per inventare il ritorno dell’amore.

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI

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