Conversazioni, Irene Gianeselli, Polytropon

Nunzia Antonino: il Teatro è un’arte fondata sull’incontro

L’attrice Nunzia Antonino ha studiato danza e teatro in Italia con stage di perfezionamento nelle scuole d’arte di Varsavia e Parigi: con Daniela Bönsch, Pierre Biland, Jean Claude Penchenat, Giancarlo Sammartano, Guido De Monticelli, Alvaro Piccardi, Giorgio Albertazzi, Francesca della Monica, Julie Stanzak, Emunsas Nekrosius.

Dall’86 ha lavorato con Pagliai, Gassman, Mario Scaccia, Adriana Innocenti, Giuseppe Sollazzo, Mariangela D’Abbraccio, Ferruccio Soleri, Adriana Asti, Giancarlo Sepe, Franco Però, Corrado Veneziano, Teresa Ludovico, Micha Van Hoecke, Michelangelo Campanale, Giuliana Musso, Cosimo Severo e Carlo Bruni. Ha recitato nei principali teatri italiani ed è stata protagonista di tournée internazionali (Europa, America del Sud, Giappone, Australia).

Nel 2013 è stata coprotagonista de L’anima attesa di Edoardo Winspeare, omaggio a don Tonino Bello. Protagonista del monologo Lenòr, dedicato alla vita di Eleonora de Fonseca Pimentel, nel suo repertorio è anche Else da La signorina Else di Arthur Schnitzler ed Elsa Schiaparelli in Schiaparelli Life diretta da Carlo Bruni. Della Schiaparelli, l’attrice racconta «è una stilista coeva della più nota Chanel, artista e donna di straordinaria vitalità, è diventata protagonista del mio più recente ritratto femminile che ha debuttato ad Asti Teatro nel giugno 2018».

Nunzia Antonino sarà protagonista di un incontro il 1 ottobre 2020 al Teatro Abeliano di Bari nell’ambito della rassegna di performance/studio I solisti ideata e diretta da Vito Signorile.

Come hai incontrato il teatro?

È stata una maestra, alle elementari, che mi ha introdotto al teatro, comunicandomi la sua passione, e mi è stato subito chiaro quanto, da quella prospettiva, vestendo i panni di un personaggio, mi fosse più facile esprimere me stessa, sentirmi libera. Mi piace ricordare il suo nome: Giovanna Capurso, di Molfetta. Devo a lei l’iniziazione al teatro e alla poesia. Da quel momento, ho colto tutte le occasioni che mi si presentavano per approfondire quel rapporto e in particolare ho a lungo studiato danza, guadagnando una consapevolezza del corpo che ancora oggi è alla base del mio essere attrice. A compimento del percorso formativo è poi arrivata l’Accademia di Palmi, in Calabria, in una contingenza per quell’istituzione fortunata, che mi ha permesso d’incontrare grandi maestri, offerto una borsa di studio e permesso di frequentare scuole di prestigio, come le Accademie di Parigi e di Varsavia. Fortunata, già in chiusura del triennio, ho avuto subito l’opportunità di entrare in grandi compagnie. La prima, quella di Pagliai/Gassman, con cui ho viaggiato a lungo. Ho lavorato con Scaccia, Adriana Asti e poi artisti come Giancarlo Sepe, Ferruccio Soleri e tanti altri. Dopo lunghi anni romani, sono poi tornata in Puglia, grazie al felice incontro con il Kismet. Con Teresa Ludovico ho condiviso l’enorme successo di Bella e Bestia che mi ha portata, veramente, in tutto il mondo per sei anni e con Carlo Bruni, compagno di vita, ho approfondito il lavoro autorale oltre che scenico, collezionando una vera e propria galleria di ritratti femminili. Nella mia terra ho incontrato poi Michelangelo Campanale e Cosimo Severo, due registi che stimo e con cui collaboro da alcuni anni.

Qual è il filo rosso che unisce le donne che interpreti?

Le donne che interpreto sono accomunate da passione, sensibilità, coraggio e soprattutto da valori che condivido: da un grande senso di giustizia, così carente oggi.

Come affronti questi personaggi?

Intanto li studio. Ne approfondisco le biografie e quanto, intorno a loro, ne ha condizionato l’esistenza. E poi cerco una via concreta e non psicologica per avvicinarle: una via che si fonda sostanzialmente sulle azioni fisiche, dalle quali lascio che emerga anche la parola. Certamente è fondamentale il rapporto con la regia: con lo sguardo esterno.

Qual è stato il percorso di Else?

L’incontro con Else lo devo a Giuseppe Farese, germanista e uno dei traduttori più autorevoli di Schnitzler. In principio, anni fa, avevo preferito declinare il suo invito ad affrontare la novella. Nonostante l’offerta di una traduzione nuova, con Carlo, pensavo di non essere adatta, se non altro per la differenza di età, ad affrontare quel personaggio. Opinione cambiata di fronte all’insistito invito di un amico che, ormai tre anni fa, ci ha convinti e in qualche modo ispirati, dandoci l’opportunità di rinnovare la prospettiva e affrontare Else da un punto di vista inedito: quello di una donna adulta rimasta impigliata in quel dramma e dunque pronta a riviverlo: “re interpretarlo”.

Come hai studiato Lenòr?

Lenòr nasce invece dalla lettura pubblica di un testo scritto da Enza Piccolo, ricomposto a sei mani e gradualmente passato dalla dimensione del recital (con le Faraualla), a quella del fortunato monologo che conta ormai più di duecento repliche al suo attivo e che sembra avere ancora molta strada davanti a se. Il mio rapporto con Eleonora è talmente intenso che, talvolta, mi è difficile distinguerne l’origine.

Cosa significa per te essere una donna di Teatro?

Il mondo in cui viviamo è affollato da contraddizioni profonde, non ultimo l’enorme divario che separa i ricchi, pochi, dai poveri, sempre più numerosi. Il teatro mi permette di esprimere il mio dissenso e il bisogno di bellezza, di cura, d’incontro, di giustizia. Senza il Teatro sarei una persona muta: non avrei proprio la parola. E dunque io, spero non appaia troppo enfatico, sono, esisto, nel Teatro, grazie al Teatro. E sono grata al mio intuito infantile e a quante e quanti mi hanno permesso di seguirlo (penso con particolare affetto e gratitudine ai miei genitori).

Un tuo consiglio ai giovani che vogliono fare Teatro.

Il Teatro è un’arte fondata sull’incontro e oggi è sempre più difficile incontrarsi. La distribuzione degli spettacoli è spesso subordinata a logiche estranee alla loro qualità e sono rarissime le occasioni in grado di contrastare un precariato cronico che rende assai complicato vivere di Teatro: ma non dissuaderei i giovani dal coltivare il proprio talento teatrale, chiarendo però l’impegno, la dedizione, la fatica necessari. Spesso, mancando un percorso formativo definito come quello dei musicisti, nel Teatro si percorrono scorciatoie con esiti deludenti. Non ci si può improvvisare attrici e attori e naturalmente ancor meno maestri. Così, sono critica verso il prolificare di laboratori che non si dichiarino esplicitamente ludici, illudendo chi vi si iscrive. A chiunque volesse intraprendere la carriera dell’attrice, direi di allenarsi prima di tutto a vedere: vedere, vedere e vedere teatro. E poi leggere, ascoltare la musica, seguire il cinema e alimentare la propria curiosità.

ARTICOLO* DI IRENE GIANESELLI

*Quest’articolo è stato pubblicato in una prima versione su Globalist.it il 22 marzo 2018.

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