Irene Gianeselli, Polytropon, Voix

Del Teatro che continua

11 aprile 2020

Domani, per chi crede, Cristo risorgerà.

Ma anche per chi non crede, quel bambino nato in una magnifica stalla, nato povero al gelo della notte nera, anche per chi non crede, quel bambino diventa uomo e nel sole della primavera da uomo offre il proprio corpo per fede, con consapevolezza in qualcosa di assolutamente superiore a qualunque compromesso, offerta, ricatto o proposta, convenienza e imposizione.

Forse offre il suo corpo non a un Dio, né ad una idea, forse non lo offre nemmeno a noi, a questo noi che è carne e se l’è dimenticato, a questo noi che comunica con il corpo e con la mente ciò che ha nello spirito, ma che ha dimenticato anche questo, seppellendolo sotto un secolo di rabbia e d’inerzia. Forse non lo offre, questo suo corpo, al noi che rifiuta il logos, rinnega il silenzio e violenta la libertà intellettuale, sì intellettuale, di avere fede nella realtà.

L’ideologia dell’Amore è così potente, totale ma non totalitarista, così ineffabile da avere la forza di sfidarci e di chiederci: tu, tu in che cos’è che credi?

Non per idiozia, per ingenua conformità ad un disegnino imposto, ma per vocazione maturata in anni di strada, polvere e sudore quel Cristo muore in croce.

È davvero una delle metafore più alte che l’intelletto umano abbia pensato e vissuto.

Una allegoria di fuoco e gelo.

Scrivo questo perché nel domani – al quale non ci stiamo davvero preparando – anche il corpo del Teatro, denudato e percosso, si mostrerà a noi.

Ma come? Come ci parlerà, ci toccherà, prenderà le nostre mani e le condurrà nel suo costato? Come avremo il coraggio, noi, di chiudere le dita sul suo cuore ancora caldo, pulsante?

Mi direte che paragonare il Teatro a Cristo è ridicolo, forse blasfemo, retorico perfino.

Ma voi, voi di cosa siete fatti voi che volete essere utili a tutti i costi, che volete entrare nel meccanismo del capitalismo che vi ha tanto svuotati di senso, voi, voi di cosa siete fatti se non di carne, sangue, piaghe e croste, cicatrici che non avete il coraggio di toccare e guardare, di cosa siete fatti se non di parole?

Mi direte di stare zitta, che non so di cosa parlo.

Allora vi dirò che voi non avete mai creduto nell’Amore. E non serve credere ad un Dio per credere all’Amore, nessuna preghiera varrà mai.

Basta credere nel miracolo che si compie quando la vostra voce trema, quando il vostro stomaco si contrae e il fiato si fa doppio e pesante, come un pugnale nel centro del petto mentre vi sforzate di stare in scena e lottate su quelle assi per cercare di incontrare gli altri, altri che potrebbero non ascoltarvi, non rimanere con voi. Con voi che li pregate – sì, bisogna essere disperati – con ogni fibra del vostro corpo, di rimanere al vostro fianco, insieme, nel bene e nel male, nelle lacrime e nella gioia.

Perché, non è questo che fate? Non fate voi Amore, non siete voi Amore? E che cos’è l’Amore se non una lotta all’ultimo sangue per la verità di un enigma che non dovete, perché non potete, risolvere ma che, anzi, è importante proprio perché vi interroga, tutti, tutti uguali in questo? Lo sapete, no? Si può anche morire su un palcoscenico, in quel momento altrove che fa coagulare un presente feroce, bestemmiante, abissale e vertiginoso.

E voi, voi volete essere utili. Volete il posto fisso, volete la garanzia dell’infatuazione incondizionata da parte di un pubblico immenso che vi possa usare per una sera e dimenticare in fretta, passando ad altro. Volete essere consumati, come oggetti prodotti in serie. In fondo, è vero, siete tutti uguali, senza Storia: perché rinnegate voi stessi e non vi amate. Volete la politica dalla vostra parte, purché voi non dobbiate scegliere, schierarvi. Come se fare Teatro non volesse già dire schierarsi e fare politica…

Un biglietto dopo l’altro, volete un futuro già segnato, al quale abituarvi senza fatica. Proprio voi, che dovreste essere abituati a non averlo il futuro se non a patto di mettere in discussione la Storia, il passato e il presente.

Ecco, io lo so che mentre mi leggete, penserete: tu sei sola, troppo giovane per capire, troppo per dire. Ma che vuoi, che vuoi da noi?

Non sono sola, vi sbagliate, è per questo che vi parlo. Io, che ancora credo nella realtà, ho fratelli e sorelle, amici, maestri e non sono sola. Sono di loro e loro sono di me.

Perché il Teatro è un’arte militante, come l’Amore, ci si deve sporcare le mani, come quando si fa il pane, come quando si sogna.

Noi siamo questi e io mi permetto di parlarvi perché sono tra i più piccoli, tra quelli che hanno appena cominciato a fare il Teatro nel gelo e nel freddo della notte e che già sanno che non ci sarà riposo: la mia generazione dovrà lasciare il petto scoperto, dovremo fare fatica, recuperare le persone bussando portone per portone, chiedendo con tutte le fibre del nostro corpo di avere vicino gli altri mentre ci chiediamo cosa sta accadendo al Mondo. Perché dobbiamo chiedercelo. Cosa sta accadendo al Mondo? Cosa ad ognuno di noi?

La guerra non è finita. E noi, gli ultimi del Mondo, ma i primi di questi giorni, lo sappiamo. L’abbiamo sempre saputo e ve lo dicevamo, ma voi non volevate saperne. Adesso dite che la nottata deve passare. Ma vi dimenticate che quando Eduardo scrisse quella battuta non voleva affidarsi ad un disegno superiore o mettersi con le mani in mano ad attendere che per caso qualcosa accadesse. E diamoceli questi schiaffi davanti allo specchio, e prendiamoci cura di questo nostro corpo in pericolo di vita e facciamoci qualche domanda: cosa è successo, in che cosa crediamo?

E voi continuerete a dire: ma chi siete per dirci questo?

Siamo quelli che stanno in silenzio quando proprio non si può parlare, perché anche i silenzi, che vi credete!, anche quelli sono importanti. E noi sappiamo sentire. Siamo quelli delle parole, siamo quelli che fanno il Teatro perché è l’unico modo che conoscono per incontrare gli altri e per discutere. Abbiamo paura ma non temiamo il dolore. Temiamo il nulla: quel nulla passivo, quel fatalismo che volete imporci affamandoci. Non abbiamo età. Sesso, Nazione. La nostra patria è il Mondo.

Siamo poveri, ma Felici. Lo eravamo anche prima dell’emergenza, pronti a non mangiare per questo mestiere che ha i suoi doveri, ma che non ha diritti suoi. Pronti a macinare chilometri senza contributi. Poveri, ma Felici.

Che volete farci, è l’Ideologia dell’Amore.

Non sappiamo radunarci, siamo così pochi che non ci riconosciamo subito e a volte, quando ci riconosciamo, è troppo tardi. È sempre troppo tardi per il coraggio di avere fede nell’Amore e nella realtà.

Ma in questi secoli di noia e di Storia, qualcosa abbiamo imparato.

Forse ce l’ha insegnato anche quel Cristo, venuto da lontano che, forse, ogni tanto torna.

Per Risorgere, devono esserci una Maria, una Maddalena ad aspettare, poco fuori dal sepolcro.

Quando il Teatro risorgerà, troverà noi pochi, Felici, ancora più poveri, ma ancora più pronti a mettere le mani attorno a quel costato e a quel cuore pulsante per proteggerli con tutte le nostre forze dalla rapina dell’utilità.

E troveremo le strade e i portoni e continueremo, ci scuoteremo dalla stanchezza dell’attesa e con tutte le nostre fibre torneremo con la nostra inutilità a dare e ricevere e continueremo, continueremo ancora.

Che volete farci, è l’Ideologia dell’Amore: un eterno continuare.

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI

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