“A metà luce” di Anna Gigante è un’opera onirica ed evocativache prende forma negli sfocati e nella scelta dell’insistita angolazione di quinta negli interni, un gioco di prospettive bilanciato e tensivo che viene mantenuto fino all’ultima scena e oltre.

Scatta una serratura, una porta si apre e una lama di luce penetra il buio di una casa silenziosa avvolta da una sacra immobilità.

Entra in scena Maria, una giovane donna dai lineamenti delicati che sembra tornare da un tempo parallelo per calarsi in un ordine geometrico ma accogliente, come la promessa di una riconciliazione.

Anna Gigante, che firma anche la sceneggiatura, colloca lo spettatore in questa dimensione razionale, armonica e lo rende partecipe di una ricerca senza riserve: chi sta cercando di ricostruire la giovane donna dai capelli neri – una Marta Gastini evanescente e aggraziata – tra le pieghe dei libri di questo corridoio che pare attraversare la casa come un ponte tra due universi troppo vicini?

Proprio i libri sono presenze da sfidare, ingombranti, spigolosi, come altri personaggi, ignari antagonisti dell’amore della figlia per il proprio padre, come ignari antagonisti dell’amore tra Telemaco e Ulisse sono nel mito la spuma del mare, le isole da scoprire, tanto desiderate, e le armi dell’intelligenza.

E proprio il mare diventa la prima meta di Maria in una scena di bianche simmetrie fortemente simboliche.

La penombra – che con la ottima fotografia di Daniele Ciprì si impone come un altro personaggio – è il correlativo oggettivo di un dialogo interrotto prima ancora di cominciare di una bambina – morbida l’interpretazione di Simona Palmitessa – con un padre avvertito come irraggiungibile, distante, ma che mostra tutta la sua fragilità nei sospiri dolenti e nello sguardo profondo di Tommaso Ragno, la cui interpretazione elegante e misurata dà tridimensionalità e consistenza alla presenza-assenza del personaggio.

Nel montaggio serrato e coerente di Giogiò Franchini le tessere del ricordo decostruito di Maria bambina si fondono in un continuum a quelle del dubbioso presente di Maria donna con gli occhi neri e liquidi, gonfi di lacrime della Gastini, che mantiene nelle azioni una tenerezza e leggerezza delicate.

Non c’è musica ad accompagnare i gesti di Maria, sono i dettagli della scenografia impeccabile di Laura Pozzaglio a muoversi nel silenzio interiore che i personaggi proiettano nel loro rapporto.

Anna Gigante mette in scena l’intimo rapporto tra una figlia e suo padre, fatto di dolcezze segrete e incomprensioni con estrema sensibilità e costruisce una narrazione sospesa che ha della Puglia, location del film, la magica consistenza dell’evanescenza.

articolo di irene gianeselli

*Quest’articolo è stato pubblicato in una prima versione su Oubliette Magazine il 12 luglio 2016

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