Titane, il metallo dell’anima

Francesco Maggiore (1983) da Lecce è il vincitore della sezione saggio breve over 35 del Premio Internazionale di Critica Cinematografica Vito Attolini 2021 con “Titane, il metallo dell’anima” per il tema “Il Cinema e l’impossibile: la dicotomia e il doppio nella società e nel mondo” 

L’acciaio del film di Julia Ducournau rimanda ad ancestrali aspetti cronenberghiani in cui la fusione, e soprattutto la metamorfosi, fisica e morale, la fanno da padrone

A Cannes 2021 l’attenzione del suo Presidente di Giuria, Spike Lee, è stata attirata da quest’oggetto misterioso e magistrale della regista Julia Ducournau. “Non ho mai visto una cadillac mettere incinta una donna” è una dichiarazione forte, ma piuttosto riduttiva, nel giustificare il più importante premio, la Palma d’ oro, ad un lungometraggio che ha lasciato se non sconvolta, almeno adirata gran parte della critica mondiale. C’è chi ha urlato alla boiata pazzesca, ma anche chi lo ha accolto come una boccata d’aria fresca lancinante nel panorama cinematografico globale. Di certo, non è una pellicola che lascia indifferenti; essa può spaziare da più temi, variegati e impossibili, consapevoli e inconsapevoli legati a filo doppio: la mutazione del corpo e della psiche, il surrogato rapporto padre – figlia, che qui emerge prepotentemente attraverso la figura di Vincent (Vincent Lindon), tormentato capo dei vigili
del fuoco.

L’uomo, un po’ proustianamente, è alla perenne ricerca non tanto del tempo, quanto del figlio perduto. Le sue giornate sono divise da una doppia dedizione: la prima sul suo lavoro un po’ stanco e meccanico nel domare le fiamme; la seconda, incentrata sulla sua fiacca strutturazione corporea, modellata in tante sessioni di allenamento (quasi sempre fallimentari), e parallelamente in un ferreo e micidiale rituale di iniezioni di steroidi. “Titane” non è un body horror come molti banalmente lo hanno bollato, o meglio etichettato. E non è neanche un inno al gender fluid tanto caro ai suoi detrattori, ma un film complesso e carico di ambizione nei suoi 108 adrenalinici minuti. Violenza, accoppiamenti con auto e punizioni corporali ferocemente nichiliste, si esaltano in atmosfere oscure, al neon con sullo sfondo una luce tecno futurista, ma non protofascista. Fin dai titoli di testa, si ha chiara l’idea di dove questa giovane
regista voglia portare lo spettatore: un percorso dove la struttura in tre atti, in apparenza non viene rispettata, ma dalla coerenza ai fatti, si ha quella che viene definita in gergo una sceneggiatura di ferro. Alexia (Agatha Rousselle), la sensuale e androgina protagonista, sa perfettamente quello che vuole, ma in maniera ancora più decisa quello che non vuole. Nel suo percorso da “viaggio dell’eroe”, la coerenza tecnica e stilistica fa da contraltare ad una narrazione impensabile e senza freni inibitori.

La donna ha un iracondo odio verso i suoi genitori, e quasi in maniera catatonica, è follemente attratta dalle automobili. Un doppio binomio di odio e amore, va a suggellare quasi una sorta di piacere proibito e impossibile nella visione dei palati più fini degli spettatori. In quelli meno smaliziati, la corsa a gambe levate dalla sala è stata realtà, con tanto di nausea e stupore. Attrazione e repulsione sono insite nella sua personalità dominante e rabbiosa, che diviene ancora più forte con l’innesto della placca di titanio sul lato destro della sua testa, generando un ibrido malsano determinante per gran parte della sua esistenza. I veicoli che popolano la pellicola, hanno tutti colori fosforescenti, con un’attenzione registica impeccabile e assolutamente perfetta su suoni e carrellate nelle viscere dei loro motori.

È il corpo il vero protagonista della pellicola, così ripreso, utilizzato e sottoposto ad indicibili stress nell’incredibile sequela di immagini, proprio come l’altro film Leone d’oro a Venezia 2021; quell'”Evenemént” che ricalca un analogo travaglio femminile, ma che sposta il tutto dalla fantascientifica contemporaneità della Ducournau, al 1963 di Audrey Diwan. In entrambe le pellicole, le due protagoniste violentano il loro organismo per negare la maternità, tra amplessi tradizionali di piacere, ed altri grotteschi con mezzi improbabili, ma per questo non meno affascinanti, perlomeno nelle dinamiche. Essi suggeriscono l’idea di un domani neanche tanto lontano, in cui l’umanità potrà accoppiarsi carnalmente con le macchine, magari generando anche interessanti connubi non solo scientifici, ma culturalmente discutibili.

Non è tanto il tema della maternità negata a tutti i costi, quanto un rapporto nuovo, e di recupero con una (ritrovata) figura paterna, impersonata da Vincent Lindon, che assume quasi i contorni di una storia d’amore, quasi a sfiorare l’incesto. Tecnologico, audace e provocatorio, “Titane” non lesina complimenti, ma sbatte in faccia allo spettatore (e alla critica) quella che è l’identità di genere in salsa cyberpunk, senza filtri e senza ruffianeria verso chi guarda. Citazioni e rimandi si sprecano: si va dal cinema psichedelico, colorato e visionario di Gaspar Noé e Nicolas Winding Refn, passando anche per l’horror di John Carpenter e l’alienazione identitaria di Shinya Tsukamoto. Ma non bisogna soprattutto dimenticare “Crash” di David Cronenberg, in cui il rapporto uomo – macchina ha la sua vera completezza, seppur nella diversità di rappresentazione. Un’attenzione che ha qualificato il cinema francese contemporaneo verso nuove forme autonome e imprevedibili.

Una pellicola di genere, marcatamente europea, viscerale, ruvida e feroce, che sceglie di correre dei rischi, ma che non vuole piacere a tutti i costi. E proprio per questo finisce innegabilmente per creare attrazione, a chi sa vedere in profondità ben oltre i dettami tradizionali dell’estetica visiva. Il corpo in tutte le sue sfaccettature, viene esplorato dalla Ducournau secondo degli stilemi precisi, dall’allegoria del metallo, non solo nella testa, ma soprattutto in quella del cuore. Un cuore ferito, assetato di vendetta e apparentemente senza emozioni che cerca il suo posto in un mondo popolato dalle situazioni più strane e irreali, in cui “Nessuno mi può giudicare” di Caterina Caselli, testimonia il percorso in caduta libera della protagonista alla ricerca di una redenzione/resurrezione. Una colonna sonora pazzesca, metallica, surreale, plasmata su sonorità stratificate, dure e cupe fino a quella rivelatoria di Wayfaring Stranger di David Eugene Edwards, qui cantata da Lisa Abbot, che mette a nudo Alexia e il suo disvelarsi, lento,
sensuale e cromatico da una camionetta dei pompieri (il loro mondo ci riporta a “Fahrenheit 451” di Truffaut). Quello stesso fuoco della passione e il metallo dei sentimenti portano su più strade diverse lo spettatore. Il racconto dell’amore secondo i “mostri” (veri e simbolici), conferisce alla pellicola della Ducournau un passo alternativo e totalizzante verso una nuova visione di settima arte, raccogliendo la chiara eredità del passato con la tesa incertezza del presente. L’anima di Alexia è dilaniata oltre ogni misura, e la sua empatia è radicalmente assente verso gli altri umani, al contrario delle macchine, che ama quasi a livello morboso e feticistico.

Un’antieroina dalla freddezza dei sensi in un dramma di formazione, alquanto atipico. Il fuoco e l’olio del motore, incarnati sia da Vincent che da Alexia, interagiscono in maniera contrastata, ma che va a creare una relazione sincera, una sorta di attaccamento incondizionato e disfunzionale, che fa riscoprire nella donna delle emozioni nascoste nel profondo del suo cuore di tenebra. Entrambi si scelgono come padre e figlia, malgrado il “non legame” di sangue, e dal gelido e implacabile titanio, nasce un nuovo cuore pulsante, dominato da un altro tipo di emozione, che prevale sul rancore e sull’illusione. La carne dilaniata e l’acciaio inossidabile, sono il dualismo di un’anima persa che cerca a tutti i costi la sua strada, e se la causa è quantomeno ignota, le conseguenze saranno inevitabili e letali, nel nome dell’universale sentimento dell’amore.

Francesco Maggiore (19 dicembre 1983) vive e lavora come docente a Lecce. Laureato in Lettere Moderne e in Storia Contemporanea (Università del Salento), ha conseguito i Master in Drammaturgia e Sceneggiatura – Teatro, Cinema, Televisione (Accademia Nazionale D’Arte Drammatica Silvio D’Amico, Roma),
e Analisti di produzione cinematografica, televisiva e comunicazione crossmediale (SAA – School of Management, Torino). Ha collaborato con Aiace Torino per il Sotto18 Film Festival (2012), e come responsabile di segreteria organizzativa per il Premio M. De Baggis – Festival Internazionale del Cinema
Documentario (Taranto, 2013). Ha pubblicato poesie, racconti e saggi tematici sul cinema, vincendo al Festival Gabriele Inguscio la menzione speciale per il corto 41 gradi 17 primi Memorie dal Regina Pacis (2011), diretto con Alberto Chironi, e presentato anche ad altri festival tra cui quello del Cinema Europeo e il Bif&st. Ha sceneggiato il corto Gangsteril, finalista al contest 50 ore (Torino, 2012). Membro della Giuria Methexis al MedFilm Festival (Roma, 2016) e della Fipresci al Festival del Cinema Europeo 2021. Drammaturgo dello spettacolo Il male minore al Teatro Belli (Roma, 2017). Nell’ambito della formazione come Responsabile Autore Audiovisivo, ha avuto esperienze nella scrittura di format tv alla Dinamo Film (Bari), e nella sceneggiatura cinematografica alla Film and Music Entertainment (Londra). Critico cinematografico iscritto al SNCCI, attualmente si occupa di approfondimenti sulla settima arte per Il Titolo Tv, in onda anche su Rete 8 Emilia Romagna, oltre alle interviste ai migliori sceneggiatori italiani di cinema e televisione per Writers Guild Italia.

ARTICOLO DI FRANCESCO MAGGIORE

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