Non sono un esperto di teatro per cui il mio intervento riguarderà alcuni aspetti della personalità culturale ed umana di Carmelo Bene, alla luce di alcuni documenti e anche della mia conoscenza diretta del Maestro.

Parlare di Carmelo Bene è molto facile dal momento che egli stesso si presenta e si descrive in quella che è la sua prima e più autentica biografia. Leggendo le pagine di Sono apparso alla Madonna abbiamo la possibilità di conoscerlo di prima mano senza alcune successive forzature giornalistiche che a volte ne hanno alterato in parte il pensiero e la personalità soprattutto umana. Egli parla di Campi, sua terra natìa, e di alcuni episodi ed aspetti della sua infanzia e giovinezza che trascorse qui, fino a quando si trasferì con la famiglia per qualche anno a Lecce e poi a Roma, dove iniziò a fare ciò per cui era nato: teatro. Il genio innato e l’ambiente culturale, in cui visse i suoi primi anni e si formò, facilitarono la sua straordinaria carriera teatrale. Campi Salentina infatti già da secoli era culla di cultura che traeva lontane origini da quella greca, romana e bizantina. Vicina geograficamente a Lecce, ma non tanto da subirne passivamente il fascino, Campi ebbe gli stimoli giusti per maturare un autonomo mondo culturale solido, duraturo e per molti versi originale. Permettetemi qualche parola in proposito.

Ai primi del Seicento due eventi, strettamente legati l’uno all’altro, furono decisivi per le sorti future della cittadina del Salento e permisero a Campi di fare un salto di qualità: nel 1625 l’arrivo e il matrimonio di Giovanni Enriquez, Reggente del Re di Spagna a Napoli, con Maria Paladini, baronessa di Campi, e nel 1628 la fondazione delle Scuole Pie volute e richieste dallo stesso Enriquez al Fondatore Giuseppe Calasanzio. La baronìa di Campi fu elevata a Marchesato e nel 1631 iniziarono le lezioni nelle Scuole Pie. L’opera concorde del Marchese e dei Padri Scolopi determinò a Campi una vera rivoluzione in campo artistico e culturale, l’eco della quale ancor oggi si sente, grazie al patrimonio d’arte che le numerose chiese e cappelle, tutte costruite e decorate nel periodo di cui ci occupiamo, permettono di ammirare. Va anche detto che in precedenza, nel Quattrocento e nel Cinquecento, Campi aveva avuto la signoria dei Capece, dei Maremonti e dei Paladini ed inoltre un vivace clero secolare e soprattutto un Capitolo Parrocchiale molto aperti ai fenomeni culturali e che avevano prodotto cultura, ampiamente documentata. Da quegli anni Campi non soltanto accolse nelle sue chiese barocche preziosi dipinti o splendidi altari in pietra leccese, ma divenne fucina di altre espressioni artistiche che non si conoscevano e di cui gli storici di storia locale non sempre hanno potuto parlare: produzione di musica, accompagnamento con strumenti musicali e canto corale di cerimonie, rappresentazioni teatrali di drammi prodotti e messi in musica in questa piccola cittadina, solo geograficamente lontana dai grandi centri, quali Roma, Napoli, Firenze, Venezia, ma molto vicina culturalmente, grazie ai viaggi che, nonostante i tempi, la famiglia marchesale compiva  in tutta Italia e grazie soprattutto all’arrivo periodico di molti Padri Scolopi da ogni parte della penisola per i normali avvicendamenti nella comunità dei Padri. Va anche detto che il rapporto tra gli Enriquez e la cultura non fu né superficiale né episodico, ma costante e profondo. Essi furono non solo committenti, ma anche attori e protagonisti, autori di composizioni poetiche e drammi.


Carmelo Bene in camerino
© lapresse

In questo ambiente, da secoli ormai culturalmente vivace, vede la luce Carmelo Bene il 1° settembre 1937 e di questo clima culturale abbiamo echi nelle sue opere, nei suoi scritti e da ultimo in una composizione poetica che per i campioti è un testamento spirituale. Ci resta un Carmelo Bene uomo della memoria (si porta dietro un bagaglio culturale fatto di classicità greca  e latina, di uomini e donne, di fatti ed esperienze per nulla trascendentali ma proprio per questo più vere, di suoni, odori, colori), uomo dello stupore (sembra quasi che la sua infanzia di bambino incantato e curioso si prolunghi fin nella maturità), uomo della ricerca (quella che a tanti è sembrata ribellione era piuttosto un’inquietudine, profondamente umana, che lo ha portato a non appagarsi, ad andare oltre, a cercare di dare un senso alla vita, come mi ha confermato la figlia Salomè che ho conosciuto qualche mese fa alla Città del Libro).

La sera del 2 ottobre 1995, quando Carmelo venne per l’ultima volta a Campi per ricevere le chiavi della città, ha lasciato al suo paese d’origine e a noi suoi concittadini un regalo che per la sua stessa natura è destinato a durare molto a lungo e che pertanto dobbiamo conoscere e conservare gelosamente: si tratta di una breve poesia da lui stesso composta per l’occasione e nella quale traspare un aspetto molto particolare della sua persona, che forse non è stato messo in  rilievo quanto meritava.

A prima vista, a partire dal titolo, sembra che egli paradossalmente rifiuti Campi come patria e riemerga invece l’immagine, forse più nota, di un Carmelo ribelle, trasgressivo e anticonformista, libero da legacci e legami. Egli infatti chiarisce subito che il suo concetto di patria non si identifica con il campanile e che non può ridursi al mero aspetto geografico, culturale o paesaggistico. Egli si autodefinisce Profeta, uno cioè che parla a tutti e di conseguenza appartiene a tutti. Quel Nulla patria inprofeta, vuol appunto significare che il vero artista, il genio, non può e non deve essere limitato od autolimitarsi ad un angusto ambito provinciale per quanto culturalmente nobile e ricco: il genio, e Carmelo lo era, si sente ed è cittadino del mondo. Anche un albero, per quanto abbia radici stabili e profonde, una volta cresciuto si allontana dalla terra da cui è germogliato, offre riparo ed ombra ed accoglie tutti, e comunque senza sradicarsi.

Ma i primi versi ci restituiscono l’uomo con tutti i suoi sentimenti e la sua carica affettiva, seppure temperata dal pudore di un carattere alquanto schivo e in fondo timido.  Egli manifesta, senza alcun imbarazzo o reticenza, un animo delicato, sensibile, attento a un mondo, quello della Campi di metà Novecento, che è reale ma anche di sogno, che gli è appartenuto fin da lui fanciullo, del quale si è nutrito quotidianamente e del quale gli sono rimasti dentro suoni, luci, colori, odori intensi, che gli sono venuti soprattutto da una natura ancora libera e pulita e da una cultura contadina primitiva e genuina e, quasi incantato, in quel mondo sembra vi si immerga. La poesia ci mostra un Carmelo figlio autentico della nostra terra, la Terra d’Otranto, di cui è andato sempre fiero e di cui ha conservato tutte le peculiarità, che egli mirabilmente descrive nella sua autobiografia Sono apparso alla Madonna.

“Otranto casa di cultura, tollerante, confluenze islamiche, ebraiche, arabe, turche, cattoliche. Otranto culla delle storie estromesse. Lì comincia la Magna Grecia. A sud del Sud. Cinquanta chilometri distante da Otranto, in Campi Salentina, pianura sconfinata, agricola, di grano, vino, ulivi e tabacco, soprattutto tabacco…ha luogo la mia nascita di Sardanapalo…”.

Il Carmelo di cui parliamo è presente anzitutto nell’esametro iniziale, che egli propone graficamente con gli stessi accenti e legature, che il suo professore di latino, il Professore Armando Trevisi, gli aveva insegnato. Il verso, tratto dall’Achilleidos liber II di Publio Papinio Stazio, ci conferma che Carmelo ricorda i suoi anni a Campi con la mente e col cuore e gli è di conforto ricordare, tutto il resto lo conosce e lo custodisce la Madre, termine che non si riferisce solo alla madre naturale, ma a tutti coloro che durante la prima giovinezza lo hanno conosciuto ed aiutato a crescere, compresi gli amici e compagni di scuola. Ma quella citazione latina conferma anche che la crescita culturale ed umana di Carmelo fu senza dubbio favorita e diremmo determinata dall’opera dei Padri e dei professori delle Scuole Pie, che egli frequentò per sette decisivi anni, dalla prima media alla seconda liceale, quando con la sua famiglia si trasferì a Lecce. Le pagelle scolastiche, che l’Istituto Calasanzio gelosamente conserva, ne sono una testimonianza. La cultura classica e l’educazione religiosa, acquisite in quegli anni, saranno presenti in tutta la sua carriera di artista ed anche nella sua autobiografia egli lo conferma in più punti. Egli non dimenticò mai gli Scolopi e quando ad esempio recitò il suo Pinocchio a Napoli riservò un biglietto d’ingresso al teatro San Carlo al suo Professore P. Cosimo Rossetti.

Ma i suoi ricordi di ragazzo e di adolescente vanno oltre la scuola: nella poesia vediamo che tutti i suoi sensi sono coinvolti e presi: ora dall’odore del mentastro lungo i sentieri di campagna polverosi e bagnati, ora dall’intenso odore della cotognata che in autunno si spandeva per l’aria e permeava le vie di Campi, dal suono dindondante dei campanacci legati al collo delle capre da latte che in gregge percorrevano, la mattina presto, le strade lastricate per essere munte porta a porta sul posto per la colazione mattutina dei bambini. Con i chicchi gonfi di succo rosso-sangue le melagrane boccaperta, perchè ormai mature, ridevano al bambino, sicure forse di non essere colte, perché crescevano alte oltre il muro della casa di rimpetto, dipinta di rosa acquarello, come celeste chiaro è dipinta la facciata delle case. Prepotente ritorna poi il ricordo delle calde serate estive con le aie colme di covoni dorati (ma il covone è lo stemma di Campi!) a far da cornice alle danze contadine al suono di chitarre e organetti e illuminate da lanterne a petrolio e ad acetilene e, più lontano, sotto un cielo di velluto nero, i campi trapuntati e invasati da migliaia di lucciole, che intrecciano anch’esse la loro frenetica danza della vita, prima di allontanarsi nei cieli che portano lontano, ma chissaddove. L’ultima parola sembra essere quella di un uomo ancora alla ricerca di un senso da dare alla propria esistenza (a) MARE/AMARE (verbo)/AMARE (aggettivo).

Nulla Patria inprofeta / Etmeminet meminisse iuvatscit coetera Mater / Fuor del ment’astro polvere bagnata / Il tramestìo felpato dindondante / delle capre da latte porta a porta / In aria cotognata Boccaperta / Ridono sangue melagrane queste / Alte su ‘l muro a fronte d’acquerello / Rosa cilestro il fronte delle case / I covoni le danze contadine / Sull’aie queste luminate a sera / Nero velluto i campi trapuntati / Di lucciole invasati / Di soli cieli Chissaddove a (MARE)

I miei ricordi sono tanti e riguardano soprattutto una frequentazione quasi quotidiana con Carmelo e Maria Luisa di me bambino di sette-otto anni nella fabbrica di tabacchi di via Stazione e nella casa di via Roma dove la famiglia Bene abitò per alcuni anni prima di trasferirsi, di casa non di lavoro, a Lecce nel palazzo di via degli Antoglietta, vicino alla chiesa del Gesù, dove comunque con la mia famiglia continuai a recarmi spesso a trovarli soprattutto nei giorni di festa. Umberto e Amelia Bene, genitori di Carmelo e Maria Luisa, erano infatti i miei padrini di battesimo e pertanto ai rapporti di carattere professionale, di lavoro e di amicizia tra i genitori, si aggiunsero anche quelli del Sangiovanni, all’epoca molto più stretti e sentiti di oggi.

Carmelo Bene in una delle sue ultime visite nel salento – Foto di Claudio Longo

Mi piace pertanto ricordare oggi una familiarità fatta di gesti semplici, propri della quotidianità, e di condivisione – recite di ragazzi, altarini e messe con prediche sugli scannetti di legno (Carmelo era il più bravo), scorribande per tutta la fabbrica di tabacchi alla ricerca di posti segreti -. Dopo essersi trasferito a Roma, pur famoso ed impegnatissimo, non dimenticò mai il Salento, tornò spesso a Campi, anche se in forma strettamente privata, per rifornirsi delle nostre cose caserecce, friselle, pomodori, olio e in particolare vino e portarsele a Roma, e ci siamo sempre rivisti ed incontrati per ricordare e rinsaldare l’antica amicizia, immutata nonostante la lontananza. Qualche anno prima della morte ci siamo rivisti, una sera, per un saluto fugace all’aeroporto di Brindisi, in una delle sue frequenti venute a Santa Cesarea o a Otranto dove veniva a ricaricarsi. L’ultimo saluto con lui è avvenuto per me e per la mia famiglia a Otranto il 5 Settembre del 2001, qualche mese prima della sua prematura morte. In quella sera indimenticabile nel fossato del Castello, davanti a migliaia di salentini entusiasti egli aveva letto alcuni passi dalla Divina Commedia, con la solita immutata passione e con l’entusiasmo di un giovane principiante, ma con la straordinaria bravura del maestro. Sebbene già gravemente malato, non si era risparmiato, non era d’altronde nel suo carattere. Il successo fu straordinario, gli applausi interminabili. Quando, salito in macchina, stava per lasciare il castello, mi avvicinai con i miei per salutarlo. Gli gridai con tutto l’affetto: “Grazie, Carmelo, maestro Carmelo, arrivederci!”. Egli ci rivolse uno sguardo intenso, mi riconobbe e con un sorriso mesto e dolcissimo, accompagnato da un lento ed eloquente gesto di saluto della mano, ci fece capire che quella era l’ultima vota che ci vedevamo. La macchina ripartì lentamente e scomparve nel buio di una tranquilla sera di fine estate tra gli stretti vicoli della città dei Martiri.

ARTICOLO DI TARCISIO ARNESANO

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