Il rasoio trascendentale di Enzo Moscato nei racconti di Archeologia del sangue (1948-1961)

La polaroid del 1999 di Patrizio Esposito che satura in azzurro la copertina di Archeologia del sangue (1948-1961) di Enzo Moscato (Edizioni Cronopio, 2020) sussume il senso della raccolta di racconti nel profilo di due finestre sovrastate da un balcone che si affacciano (e si gettano) su un panorama vago e lattiginoso, in-definito, potremmo dire giocando anche noi con la rimembranza di leopardiana memoria (giocare con le parole in questo caso non è soltanto un vezzo retorico, dopo avere letto Moscato non si resiste al richiamo).

Ed è proprio sulla Napoli che ribolle sulfurea, come ribollivano (e lo fanno ancora?) durante la notte tra il 23 e il 24 giugno (quella che precede il giorno di San Giovanni) i manici di piombo che dovevano sciogliersi nelle pentole dismesse per divinare il futuro delle giovani in cerca di marito, è proprio su questa Napoli un poco bizantina (ma anche arabesca e cattolica, ribelle e indomita durante la dominazione tedesca e poi, suo malgrado, americaneggiante nella lingua tanto quanto nei costumi quando l’invasione diventa quella degli alleati) che Moscato fonda il suo esercizio di affabulazione.

Napoli, quella che Moscato riporta alla memoria per noi in un atto proprio di archeologia (come se fosse alle prese con i corpi scomposti degli Scavi di Pompei), è una città tutta sciorta e sencatura seducente e antica, tutta concentrata nel punctum aperto, però, alla vita più multiforme, dei Q. S. (Quartieri Spagnoli).

Chi ha visto e vede (e vedrà, perché che lo si voglia o no a Teatro si tornerà, si deve tornare, ci si torna sempre) Moscato in scena (forse proprio alla Sala Assoli, ex cinema Cristallo) sa bene quale sia la forza della sua drammaturgia: l’inesausta e faticosa (mai nociva) quantità di vita che riesce a emergere dai suoni sulfurei e saporiti, lipidici, della sua lingua che tradinventa mondi, tutta contrappunti e melodie in minore (intonate, però, con il piglio dell’ictus anacrusico in maggiore).

Ecco, quella lingua che si impone come il muscolo teso e furente della drammaturgia di Moscato, qui risplende diversamente: si trasforma nel dialogo inesausto tra il lettore e l’autore che non nasconde amarezza e violenza, passione e alluccate in mezzo al vico, perché le città gridano, sussurrano, masticano parole e sputano fame e morte, tremano e pregano, sudano e si mappuciano.

In questi racconti divisi nelle due parti I vicoli e Il tempo c’è spazio per i ragazzini che vanno (e non vanno) a scuola, che si appassionano e che devono tirare pugni agli insegnanti spesso incapaci di proteggerne i talenti, c’è spazio per creature sofferenti che lottano contro la propria natura, c’è spazio per le gelosie livide e per le incomprensioni furiose, c’è spazio per le rivalse delle giovani donne sulle malelingue, per i bambini in calzoni corti che giocano a fare la nurse dei fratelli più piccoli pur di sentire il calore della stufetta nel basso gelato, ci sono i modi di dire e i motti del popolo che andava al cinema (anche se non aveva il pane per sfamarsi) e che ribattezzava con il titolo di un film il vicino di puteca diverso, mostruoso, sublime.

Ecco, c’è la Napoli sublime, quella che oscilla tra la meraviglia e l’orrore e Moscato ci restituisce la sapienza di un popolo che rischiamo di perdere, il suo narrare diventa un atto di memoria, di organizzazione della conoscenza e di rimessa in discussione dei dogmi infantili, perché i bambini che guardano assorbono la vita interrogandola, ma la criticano solo gli adulti che possono aprire le proprie considerazioni alla crisi.

Moscato torna alle proiezioni, a quelle immagini un poco ossidate, fuori fuoco, azzurre appunto, proprio come la polaroid in copertina.

«Mi sono certo appartenute storie in cui ho avuto tutti i sensi in mio possesso per viverle, ma ce ne sono state altre e per lo più infantili, in cui ho avuto solo orecchie per sentirle, eppure mi ci sono lo stesso proiettato dentro, come ne fossi stato io il protagonista…» spiega infatti l’autore prima di cominciare e non concludere poi davvero la narrazione dell’ultimo breve brandello di esistenza, a metà tra un Gadda contemporaneo e un Manzoni che riprende a rimescolare il sugo del racconto.

La storia della piccola Carmela, la sorella della madre di Moscato, ci riporta al 2020, epoca di pandemia: l’immagine – raccontata dall’autore-protagonista che osserva la sua realtà e che ricostruisce la suggestione di pensare che la bambina morta di Spagnola lo osservi come un fiato invisibile e segreto alle spalle della sorella in una foto ex-voto – ci ricorda ancora una volta quanto sia sottile la linea tra vita e morte, tra chi c’è stato e chi c’è ancora.

E allora, al di là delle fazioni tra Santi (per chi patteggiano oggi i napoletani, per San Vincenzo Ferrer o per Sant’Antonio?), al di là delle fazioni tra uomini (fa tremare il suono delle urla dei soldati tedeschi che vanno a rastrellare i vicoli alla ricerca di uomini da deportare, un suono che ci arriva attraverso queste pagine come uno schiaffo in pieno viso), al di là delle fazioni tra donne (e in queste storie le donne sono salvatrici, malvagie, regine indiscusse di carezze delicate e temibili chiaroveggenti, vergini e ninfomani) Moscato ci restituisce carnale, vivo, il calore di una fenesta che si illumina e delle vite che la abitano.

Potremmo toccarli tutti i protagonisti di queste pagine e li sentiremmo fremere dolorosamente o gioire selvaggi e forastici, liberi come le parole da cui vengono evocati che hanno il passo soave di Viviani e il tocco profondo di Anna Maria Ortese, ma l’inconfondibile sguardo di Enzo Moscato: lucente e feroce come un rasoio trascendentale.

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI

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