Conversazioni, Irene Gianeselli, Polytropon

Ina Weisse al Bif&st 2020: il mio Cinema ispirato da Tarkovskij, Truffaut, Bergman e Von Trotta

Ina Weisse ha due occhi azzurri cristallini che sono attraversati da un bagliore caldo, la sua figura elegante rivela l’intelligenza di una intellettuale colta e acuta. Nella settima giornata di proiezioni e incontri del Bari International Film Festival 2020 viene proposto in anteprima internazionale il suo ultimo film, Das Vorspiel (2019), scritto a quattro mani dalla regista con Daphne Charizani, protagonisti Nina Hoss, Simon Abkarian, Jens Albinus. Il film affronta una femminilità complessa e difficilmente afferrabile, in lotta con sé stessa e con il contesto sociale e familiare. La musica è un altro personaggio, stabilisce legami e fratture nelle vite che si intrecciano senza mai penetrarsi davvero. Un film di solitudini e di sgomenti, con inquadrature alla Bergman evocative, come si vede nel manifesto. Abbiamo incontrato Ina Weisse per una Conversazione sul suo Cinema e sul film.

Lei è cresciuta nella Germania e nella Berlino divise dal muro. Com’è stato quel momento della sua vita, che ricordi ha?

È stato molto interessante. C’erano tantissimi angoli della città a cui noi non potevamo avere accesso, per andare a scuola ricordo che dovevo fare un giro molto più ampio a causa di queste limitazioni, perché certe strade erano inaccessibili e quindi il percorso doveva essere diverso. Poi c’erano delle limitazioni orarie, e non si aveva la libertà di vedere determinati luoghi e paesaggi, ci si sentiva ristretti, diciamo proprio come in una prigione. D’altra parte, si viveva anche in questo lusso che direi proprio estremo: la zona di Berlino Ovest era un piccolo biotopo. Le notti erano lunghe, erano notti che sembravano fare parte di una realtà sospesa, a sé, era tutto molto speciale, si aveva un senso di esclusività e paradossalmente anche di una certa libertà in quello stesso spazio. Era una situazione interessante per questo. Del resto io non ho mai interrotto del tutto il mio legame con Berlino Est, mi sono sempre spostata per andare a trovare mio cugino, i nonni… anche mio marito è di Berlino Est, quindi ho sempre avuto un contatto anche con questa parte della realtà. Dovevamo pagare un dazio, però, per passare da una parte all’altra. Ogni volta che volevo fare visita a mia nonna, dovevo pagare venti marchi per passare da Ovest ad Est. Ma potrei parlarti per ore di quel momento della mia vita. Per esempio, ricordo che da bambina avevo la sensazione che fosse tutto estremamente economico dall’altra parte: un pezzo di torta costava pochissimo, ma questo era uno degli effetti tangibili del Socialismo e solo da adulta ho capito che cosa realmente significasse.

Quali sono stati i suoi primi riferimenti cinematografici?

Stranamente sin dalla tenera età sono stata influenzata dalla cinematografia di Tarkovskij perché mia madre era una sua grande estimatrice. Poi crescendo mi sono avvicinata moltissimo al cinema di Bergman e di Truffaut, dei registi molto caldi che hanno avuto nella mia formazione un ruolo piuttosto importante. Anche Anni di piombo di Margarethe von Trotta ha avuto un peso rilevante per la crescita del mio immaginario, la sua prospettiva, questa nuova sensibilità sono state ispiranti. Naturalmente io guardavo i film di Tarkovskij ancora bambina e può sembrare strano, ma io lo amavo anche senza capirlo. Non potevo capirlo ad un livello profondo già all’epoca, ma ho scoperto, ho notato che io sono sempre attratta da ciò che non comprendo nell’immediato. Anche durante i miei successivi studi di filosofia ho provato attrazione, fascino per quello che non mi era del tutto chiaro. Anche perché non credo si debba sempre capire tutto, ma c’è sempre un avvicinamento alla realtà anche in questa condizione.

A proposito di condizione: qual è quella femminile, nella sua esperienza di regista?

È chiaro che non posso fare un confronto, non ho la pietra di paragone non essendo un uomo. Posso però dire che come regista non ho mai avuto la sensazione che qualcuno mi mettesse davvero i bastoni tra le ruote o se è successo non me ne sono accorta: io sono molto determinata, testarda e lavoro con grande energia nel mio lavoro. Credo che si debba sempre combattere per ciò che si vuole, la lotta è estremamente importante per noi. In generale posso dire che per le donne è più difficile in termini di rappresentatività. Gli uomini sono sempre molto ben rappresentati e noi molto meno. È un discorso delicato: perché questo non riguarda solo il Cinema. Riguarda la società e la politica. Qualcosa si muove, ma ci vorrebbe proprio una quota garantita, stabile di donne all’interno dei vari settori del mondo creativo e dell’arte che possa veramente dare voce degnamente alla nostra lotta. Ci sono delle donne come Margarethe von Trotta che hanno aperto la strada con la loro lotta alla nostra lotta. È una questione quindi di continuare una lotta e di essere giustamente rappresentate. E credo ci sia bisogno sempre più di una prospettiva femminile perché la prospettiva femminile è sicuramente una fonte di arricchimento per tutti.

Ecco, nel suo ultimo film la prospettiva femminile si avverte, forte e chiara: complessa, stratificata, non banale e piuttosto problematica. Come ha costruito questa storia?

Il nucleo fondante del film è questa donna, la protagonista, che è una donna che lotta anche con se stessa, ha un profondo dissidio interiore. Cerca sempre di superare i limiti, perché li percepisce pienamente. Alla luce di questo volevamo dare diverse prospettive di questa donna, pezzo dopo pezzo la storia si è sviluppata con una cornice di altri personaggi che servono a mostrare tutta la sua complessa personalità irrisolta: il marito, il figlio, l’amante, l’allievo, la famiglia, la collega…

E il violino…

L’ho scelto perché io ho suonato il violino per circa tredici anni e così anche la mia co-sceneggiatrice: ci serviva per raccontare questa storia, siamo partite da una cosa che abbiamo conosciuto bene. Anche il brano che viene suonato, io l’ho studiato e imparato. È uno strumento estremamente difficile, il violino. Chiede lavoro e allenamento intenso, funzionale al film, alla costruzione del rapporto maestra-allievo.

Un rapporto tutto teso verso l’audizione, l’evento che dà nome al film. Eppure, direi che il momento dell’esibizione e del concorso è l’ultimo degli aspetti che lei ha voluto raccontare.

Sì, in realtà il titolo attuale non è stato la mia prima scelta. Io avevo pensato Eine Frau geht zur Arbeit (Una donna va a lavoro), ma mi hanno tutti fortemente sconsigliato di sceglierlo. “Stai attenta, potrebbe sembrare un film sulla DDR, un film socialista che racconta tutt’altro” così alla fine ho scelto Il provino o L’audizione come viene tradotto da voi Das Vorspiel. Mi sembrava il titolo più coerente.

Il film è presentato in anteprima internazionale al Bif&st in un momento storico piuttosto delicato. Cosa pensa del futuro che aspetta il Cinema?

Non ne ho idea, sinceramente. È molto difficile fare una previsione, anche solo pensare una ipotesi. Posso solo sperare che il Cinema continui ad esistere. La situazione è molto difficile, ho fatto un lungo viaggio per essere qui, ma era importante perché il Festival dà un chiaro segnale, ha un suo importante valore in questo momento. In Germania l’arte sembra essere stata messa da parte dalla politica, almeno per ora. Faccio un esempio banale: al Cinema bisogna mantenere il distanziamento tra spettatori, con tutto quello che ne consegue, ma ieri ero seduta in aereo e noi passeggeri eravamo tutti schiacciati come delle sardine e io trovo una incongruenza in questo. È evidente che l’arte debba acquisire il suo posto e la sua centralità adesso, abbiamo bisogno di una interpretazione per la vita e l’arte è uno strumento per raggiungere una interpretazione. In Germania al momento non sembra questo sia stato colto, percepisco anche l’assurdità di ciò in una situazione così complessa, a vari livelli complessa. Il mio timore è anche che la gente non vada al Cinema, pur potendoci andare. Potrebbe accadere anche questo: che la gente scelga di non andare più al Cinema. Forse è questo che mi preoccupa di più in questo momento.

ARTICOLO* E FOTO © DI IRENE GIANESELLI

*Si ringrazia Lara Maroccini, collaboratrice del Bif&st, per la traduzione dal tedesco

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