Il primo capitolo del progetto Trilogia dell’Identità della Compagnia Biancateatro di Silvia Battaglio è Lolita, spettacolo che affronta il rapporto dell’individuo con la propria età nella relazione con il contesto nel quale vive. Orlando. Le primavere attraversa la questione di genere partendo dal romanzo di Virginia Woolf ed è Ballata per Minotauro, prossimo al debutto torinese nel 2020, a chiudere il cerchio giocando sul confine dell’estraneità.

Lolita è una porta su un giardino segreto, il giardino della grazia di chi sta sul palco. Silvia Battaglio è sola in scena, lavora su una partitura fisica fluida, incostante come i moti dell’anima perché interrotta da monologhi rapsodici che ne amplificano il senso viscerale. Non è questa la trasposizione del romanzo di Nabokov, non è questo un monologo banalizzante della giovinetta sedotta e abusata, Lolita è l’incarnazione di tutto ciò che si muove attorno a lei: i soldi, la smania di successo, il divismo borghese, l’avidità, gli uomini che sono lupi e la loro fragilità che si trasforma in moto mostruoso, il potere che devasta le vittime e i carnefici, l’invidia e la maturità di una madre in competizione con la figlia – e la nostra società di donne mature in competizione con le fanciulle che si affacciano alla vita ne conosce, spesso le venera, anche in segreto, specie quando sceglie di identificarcisi -.

Lolita non è solo una vittima. Lolita partecipa di questo moto che la inghiotte perché non conosce alternativa, non ha una realtà di purezza (anche perduta) e di libertà a cui davvero rivolgersi per salvarsi. La purezza non esiste: Lolita somiglia ad Eva, sceglie la mela perché ne è sedotta e incuriosita, ma quella mela è anche l’unico frutto con il quale può sfamarsi. Il suo orizzonte non è edenico, ma capitalista e borghese e del resto Nabokov cominciò a pensare il suo romanzo al principio degli Anni ’40 del Novecento (pubblicandolo poi nel 1955): si andavano delineando già un certo tipo di società, di cultura e di assetto politico globale.

Silvia Battaglio ha un’eleganza che appare naturale nel filtrare la violenza, lo stupro senza facili eccessi, ma è una naturalezza conquistata, ragionata. Ha un’eleganza naturale anche quando non è più Lolita ma è sua madre o quando diventa Humbert modulando toni e voce con intelligenza mimetica. Lo spettatore poi, non può tirarsi indietro: ora comprende di essere nello spazio cieco dell’intimità di Dolores-Lolita (che già nel nome di battesimo è condannata), ora si trova ad essere sul piano del carnefice, ora è davvero solo uno spettatore impotente, ora è parte di quella borghesia ipocrita che giudica Lolita.

L’attrice sposta costantemente il punto di vista di chi è con lei e la guarda, muovendosi sul palco seguendo un disegno lucido, analiticamente critico e sfidante.

Senza arroganza, senza rivendicazioni macchiettistiche, ma con la forza di una limpidezza del dire e dell’atto, Silvia Battaglio costruisce un racconto che riflette il singhiozzo inconsapevole di una bambina nel suo farsi donna in un mondo feroce e inospitale. La eco di Perrault sposta sul piano di un’oratoria mitica la proposta drammaturgica mentre il tessuto musicale che procede per distorsione non risulta sovrastante rispetto alla narrazione: l’Habanera dalla Carmen di Bizet entra in dialogo contrastivo con una versione di Like a virgin provocatoria perché velata di un lirismo posticcio messo a nudo. Quello stesso lirismo posticcio con cui spesso il nostro tempo imbelletta l’atrocità per nasconderne l’orrore disumano e per vendere al meglio la sua violenza.

L’uso del corpo, della voce e la cura del gesto sono in Silvia Battaglio una cifra stilistica concreta, di attrice consapevole del proprio percorso e del proprio Teatro. Una eleganza, questa, che molto teatro italiano dovrebbe riprendersi confuso e sperso com’è mentre arranca alla ricerca di successo e gloria a buon mercato. Silvia Battaglio ci ricorda che il Teatro si fa con fatica e con e per incontrare gli spettatori in un luogo neutro che sta altrove e che per questo è sacro e vero: non deve arrivare sul palcoscenico tutta la logica schiacciante della convenienza, dell’opportunità e del conformismo borghese.

Lolita ci ricorda la solitudine che non sappiamo più capire, ci ricorda che ognuno di noi ha dentro un giardino e che la mela che diede libertà ad Eva è una sola: quella della conoscenza che porta al pieno possesso di sé. Non la sterminata distesa di frutti insapori che non possono nutrirci perché ci possiedono.

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI

#Chièdiscena del 29 novembre 2019, Nuovo Teatro Abeliano, Bari

regia e interpretazione Silvia Battaglio consulenza artistica Julia Varley liberamente ispirato a Lolita (Vladimir Nabokov) coreografie e drammaturgia Silvia Battaglio suggestioni letterarie Charles Perrault, Pia Pera suggestioni musicali Torgue&Houppin, Alva Noto, Bizet disegno luci Massimiliano Bressan produzione Biancateatro/Zerogrammi coproduzione Odin Teatret Nordisk Teaterlaboratorium (DK) sostegno alla realizzazione del progetto Crut (Centro Regionale Universitario per il Teatro) con il contributo di Regione Piemonte, MIBAC Ministero per i Beni e le Attività Culturali

SITO UFFICIALE DI SILVIA BATTAGLIO / BIANCATEATRO https://www.silviabattaglio.com/

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