Il 5 marzo 1922 nasceva Pier Paolo Pasolini. Ad omaggiarne oggi la memoria è l’attore e autore Maurizio Donadoni che nel 1986 vinse il Premio speciale IDI per la sua interpretazione di Jan in “Bestia da Stile” ed il premio Ubu come miglior giovane attore.

Il maestro appare quando, consapevole o meno, l’allievo è pronto. Postulato nei cui dintorni fiorisce un corollario: se una cosa accade, accade  perché è già accaduta.

Maurizio Donadoni fotografato da Gianmarco Chieregato

Marisa Fabbri, grande, indimenticata interprete, consigliava a noi giovani attori di lasciare un bicchiere sulla tavola della cucina. Un semplice bicchiere, (fresco d’un settenario di Caproni); e di guardarlo, senza intenzione, ogni giorno, finché: “V’accorgerete  di non averlo mai visto”.

Distinguere tra guardare e vedere è uno dei doveri dell’artista. Teorema della differenza, pluridimostrato da secoli d’opere d’arte, riverberante in  distinzioni ulteriori, tra spettacolo e teatro, prodotto e prodursi, proiezione e spazializzazione, recitare e non recitare.

Quando dunque incrociai per la prima volta Pier Paolo Pasolini, a metà anni ottanta, interposita lettera, in effetti l’avevo già incontrato. Senza saperlo; ma i sassi del “Bremp”  sulle cui rive assolava la mia adolescenza,  in quel di Bergamo, se differivano per forma da quelli gettati, coperte “incantescenti”, sui greti a perdita d’ occhio del “Tilimint”, non ne tradivano la sostanza, levigata di millenni dalle stesse piene.

Pasolini a Teatro – incontro con il pubblico per Orgia (1968) – Foto di Vitaliano Davetti (Archivio digitale Teatro Stabile di Torino)

E anche nell’allegria della nostra gioventù di provincia, figlia del boom economico; nei nostri tuffi a bomba in acque a volte colorate di tinture tessili a monte, ma sempre, sempre vive di vive voci, d’estate; e nella pura luce di quel vivere: non s’era ancora perduta l’eco dell’Italia contadina, vita  per generazioni  stratificate, ontologicamente immota. Nel ’70 guardavo senza vedere, quel che nel ’40 Pasolini vedeva senza guardare.

Poi, nel 1985  l’incontro. Il mio agente cinematografico al tempo era l’impareggiabile Guidarino Guidi, genio del tutto toscano. La disperazione (con Moravia) d’ogni prima cui era immancabilmente invitato. Ex casting director della De Laurentis, uomo coltissimo, ironico se mai altri, fino allo spasimo (definiva se stesso un “oibòchepicasso”) aveva assimilato in vita tanto teatro, da addormentarsi in deja vu alla minima stanchezza (dello spettacolo, non sua). Ne avvertivi il russare, (in contrappunto ai “Non si capisce niente” dello scrittore romano, proverbialmente duro d’orecchi) fin sul palcoscenico, di solito verso tre quarti del primo atto: fusa ron ron provenienti da mantellina d’austroungarico loden;  l’agente gentiluomo riaventesi dai sopori, ai ripetuti colpetti di gomito dell’elegante amica e immancabile accompagnatrice, Fulvia Mammi.

A farla breve era riuscito, il buon Guidarino, a combinarmi un contratto con un importantissimo regista, (e attori / cantanti star), da girare per dieci settimane a Rodi. Ad un compenso tale che, a scrittura onorata, avrei potuto comprarmi un appartamento, di periferia d’ accordo, ma di quelle non accoranti. Esultavo in ogni fibra, non restava che siglare le carte. Bene, poco prima della firma, mi convocò in ufficio e, invece delle  canoniche triplici copie contrattuali, già discusse in ogni dettaglio con la produzione, mi propose la seguente opzione: di scegliere, invece del film, un lavoro teatrale del poeta friulano: “Bestia da stile” nel ruolo del protagonista Jan. Opera mai rappresentata prima, prodotta in occasione delle manifestazioni  del decimo anniversario dai tragici fatti di Ostia, organizzate dal Fondo Pasolini, diretto dall’infaticabile Laura Betti.

Moravia, Pasolini e Betti

Il compenso? Un quindicesimo del pattuito per l’altra scrittura. Oltretutto l’offerta era dovuta al forfait dell’attore scelto in precedenza per il ruolo, dirottato in non so che impegno. Ero senza parole nell’ascoltare quelle del mio agente che, fatto più unico che raro, mi spingeva evidentemente ad optare per il teatro. Provai, mentre vedevo sfumare il bilocale a Borgata Fidene, a convincerlo del contrario. Non posso riferire la replica, tanto iperbolica da confinarmi in un bel tacer di cui qui scrivo.

Ripensandoci era un’assurdità, sotto ogni punto immediato di vista, per me arrivato da poco nella capitale, coi pochi mezzi d’un giovane attore autodidatta. Tant’è, il film beatamente sfumò in conseguenza della mia non decisione. Mi ritrovai alle strette con i sette monologhi, in prima mondiale, d’un testo di cui a malapena potevo capire il venti per cento. Uno in particolare  difficile da scalare, dove, in una specie d’autocoscienza Jan/Pasolini ripercorreva la storia delle avanguardie artistiche del ‘900. Cominciava con “Un’idea di stile. Uno stilo piantato nel cuore” per terminare con: “…  sarà dettata nei settenari di Verlaine”. In mezzo tutto quanto era accaduto in arte dalla prima mostra degli impressionisti a Praga fino agli occhi cartesiani di Kupka, passando da cubismo, LEF, Janáček e compagnia cantante.

Ricordo un me del tutto spaesato all’angolo destro del boccascena, spalle al pubblico, a tu per tu col sipario del teatro dove si provava. Pregavo mentalmente  l’autore, in modo molto diretto, di risolvere un po’ l’empasse: “Pier Paolo, dammi una mano te…”

Maurizio Donadoni in Bestia da Stile (1986)

Autosuggestione o no, ho sentito il tremito quasi d’una carezza elettrica, rilassante ogni tensione, scendere una per una le vertebre del collo e della spina dorsale, fino al primo cackra, laggiù, “nel punto dove i calzoni si biforcano”. Fu come sentire una voce dire “Fregatene e dilla”.

Noi attori facciamo beata spola, tra inconscio e incoscienza, tessitori d’aria; io eccezione non facevo e mi buttai capofitto  da una altezza piena di vertigini. Da quel bivio in retrospettiva pitagorico, la mia “carriera” umana ha “svoltato”.

Non ho scelto la strada in discesa, ma la strada in salita ha scelto me. Negli anni delle nostre vite, chissà quante “sliding doors” abbiamo varcato senza saperlo, e chi e dove saremmo, (o forse siamo, in universi paralleli) se avessimo imboccato altre strade.

Di quel punto però io so: fu speciale per la mia esistenza, perché trovai insieme, per pura combinazione, un maestro e un padre “coetanei” mai più perduti. Grazie a un poeta conosciamo altri poeti grazie a cui ne conosciamo altri.

È un ponte che ti porta a un altro ponte, che ti porta a un altro ponte.
È un cielo nero che si riempie di stelle con cui giocare alle costellazioni. Un cosmo che mantiene un soffio caldo, d’esplosione primordiale, costituente radiazione di fondo 3k: che per me, ora e sempre, con voce gentile, e qualche tremore, come in debito d’optalidon, ripete un mantra affettuoso e implacabile “Distingui, distingui, distingui”.

Articolo di Maurizio Donadoni

Un pensiero riguardo “Di quel punto però io so: fu speciale, perché trovai insieme un maestro e un padre (Per Pasolini)

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