Conversazioni, Irene Gianeselli, Polytropon

Libertà e una lente di ingrandimento: una Conversazione con Massimo Cantini Parrini vincitore del Premio Tosi al Bif&st 2020

Massimo Cantini Parrini ha vinto tre David di Donatello consecutivi dal 2016 al 2018, il suo talento e la sua preparazione sono stati premiati anche con Nastri D’Argento e Ciak d’oro. Porta con sé nei modi gentili e nel sorriso un po’ schivo, nella voce e nel modo di pronunciare determinate parole la sua Firenze celestiale e densa di ombre. È al Bari International Film Festival 2020 per ritirare il Premio Piero Tosi come Miglior costumista per Pinocchio di Matteo Garrone per il quale ha dimostrato, ancora una volta, di essere davvero un archeologo del costume. Dal 2020 è un nuovo membro dell’Academy degli Oscar. Lo abbiamo incontrato per una Conversazione nella giornata della premiazione.

C’è un ricordo in particolare che la lega al suo maestro Piero Tosi, un momento insieme?

Ce ne sono tantissimi, perché con Piero c’è stata una amicizia lunga venticinque anni dopo i miei anni di allievo al Centro Sperimentale di Cinematografia. Lo ricordo ogni giorno. Non passa giorno, da quando è morto, in cui io non pensi a lui. Quando era vivo ci sentivamo quasi ogni giorno. Avevo proprio bisogno della sua energia, c’erano delle volte dei battibecchi stupendi: ognuno ha il suo modo di pensare i costumi, ma spesso, quando avevamo di queste discussioni in cui lui mi diceva “No, non fare così, fai in quest’altro modo…”, io gli rispondevo che adesso non abbiamo più tanto tempo, come invece accadeva una volta. Adesso i costumi si fanno in pochissimo tempo, bisogna avere subito le idee molto chiare. Però in particolare, quello che ricordo, è sempre l’enorme stima che aveva nei miei confronti e questa protezione che aveva, voleva vedermi andare sempre avanti, fare cose belle. Nell’ultimo periodo aveva quasi perso la vista completamente, ma aveva sempre il desiderio di vedere immagini. Allora lui aveva questa enorme lente di ingrandimento e io gli mostravo le cose che facevo attraverso quella. E di questa specie di caleidoscopio, bellissimo, ho un ricordo così netto. Che questo Premio sia intitolato a lui è un grande onore, doppiamente: è la quarta volta che vengo premiato al Bif&st e le prime tre volte lui c’era, ed era sempre felicissimo.

Il Festival ha il grande pregio di avere pensato di istituire i suoi Premi dedicandoli ai Maestri del Cinema quando erano in vita. Tra l’altro Tosi diceva spesso di essere pronto a fare nuovi film proprio perché aveva raggiunto nuove consapevolezze insegnando.

Sì, questo è davvero bello. È vero, lo diceva. Piero aveva un attaccamento particolare per gli studenti, perché lui li sceglieva, come dei figli da crescere per tre anni. A lui insegnare, trasmettere, piaceva moltissimo. Non è mai caduto nella banalità o nel manierismo. Ci ha sempre lasciati liberi di creare abiti, ma ci ha insegnato la forma. Potere creare una novità avendo la cultura è la base, per me, di qualsiasi mestiere. Penso a Picasso, al suo cubismo… ma Picasso sapeva disegnare. Aveva chiare le forme.

A proposito di forme. C’è qualcosa di Firenze, tra Rinascimento e cultura popolare, che emerge nel suo modo di pensare gli abiti?

Massimo Cantini Parrini con il direttore generale del Centro Sperimentale di Cinematografia Monica Cipriani.

Assolutamente sì. Nascere a Firenze significa essere in mezzo alla bellezza, ti spinge a fare un lavoro che possa vertere o avere a che fare con l’arte. Firenze è una città che cambia con la luce: le cose sembrano trasformarsi solo se il sole batte in maniera diversa sulle cose. Adoro Piazza della Signoria. Ha una energia che ti pervade, è talmente potente quello che è successo lì nei secoli…

Tornando all’insegnamento, lei ha già trovato degli allievi?

Ancora no, ma perché non ho trovato ancora una personalità che viva per questo lavoro. Io ho iniziato a tredici anni ad occuparmi di costumi e avevo questa passione sin da piccolo. Ma ad oggi non ho visto ancora una reincarnazione in qualcun altro di questa cosa. Esistono persone davvero appassionate, il mio lavoro è una sorta di vocazione, devi averlo proprio dentro. Io ho avuto un istinto per l’abbigliamento che non so neanche da dove sia venuto. Sono fortunato, ho trovato subito una strada e ho incentrato tutti i miei studi in base a quello.

A volte gli abiti sembrano essere davvero una seconda pelle o proprio un altro personaggio sul personaggio. Ascoltavo dei ragazzi tra gli spettatori, dopo la proiezione: erano molto stupiti perché un attore protagonista presente in sala gli è apparso molto diverso di persona da come sembrava nel film.

Certo, ogni stoffa ha una resa diversa. È sempre una questione di forma, dopo avere letto la sceneggiatura la stoffa è la prima cosa che scegli dopo avere fatto i bozzetti. Si innesca un immediato meccanismo di colloquio e scambio di idee con il regista dopo la lettura. Poi non sai mai se il regista ti sceglie e se tu farai il film finché non leggi e non sai se è effettivamente nelle tue corde lavorare a quella storia, ma questa libertà però è anche la cosa che mi piace di più del mio lavoro. Il costume poi cambia moltissimo la fisicità di un attore, la esalta o ne amplifica dei difetti che servono per rappresentare al meglio il personaggio. La scelta di una faccia di un attore rispetto al costume è sempre la scelta fondamentale, altrimenti sembrano più costumi del carnevale che abiti di scena. Confesso che anche a me a volte capita di scoprire che un attore è più alto o più basso di come sembra in un film, ed è vero, l’effetto che hai è particolare. Ma è questa la magia: un corpo che cambia a seconda delle forme che usi per vestirlo.

Con Garrone come lavorate dopo tanti film insieme?

Ogni film che cominciamo preferisco essere sempre professionale, non confidenziale. Poi Matteo è un matto come me, è meraviglioso lavorare con lui. La cultura visiva che ha è rara in un regista, questo ci permette sempre di essere liberi, come piace a me.

Come sta cambiando il vostro lavoro prima e durante il set a causa della pandemia?

È ripartito un po’ tutto a fatica, ma è ripartito. La situazione ci insegna a proteggerci e protegge gli altri, c’è una procedura che ti porta anche a fare tamponi e test sierologico una volta a settimana. L’Italia pur di lavorare ha accettato anche queste regole ferree e pensare che spesso da noi le regole non si seguono. Il nostro lavoro con l’attore è cambiato, ma non in modo totale. Questo perché se fai il test e sei sereno, non hai ansie o paure nel relazionarti. Portiamo tutti la mascherina, igienizziamo le mani spesso, ci misurano la temperatura… solo gli attori sono autorizzati a non portare le mascherine. E mi sembra chiaro il perché: lascerebbero un segno, rovinerebbero il trucco e sarebbe impossibile recitare. Siamo prudenti ma anche sereni. Ovviamente poi sta a noi non andare in discoteca a mischiarci tra la folla, ma quella è una questione di coscienza civica.

C’è un film che avrebbe voluto vestire?

Sì, in particolare ce n’è uno: Grand Budapest Hotel (2014). Credo sia un grande esempio del lavoro di Milena Canonero.

ARTICOLO E FOTO © DI IRENE GIANESELLI

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