Per una volta il problema della trasposizione cinematografica di un’opera pregressa, in questo caso una “graphic novel” tra le più belle, complesse e suggestive mai scritte e disegnate, non si pone. Perché a monte e a valle del processo creativo, quindi dell’operazione “trans-mediale”, come si dice in gergo colto, è la stessa persona: Igort, che con la protagonista Valeria Golino oggi al Multicinema Galleria di Bari alle 20.30 presenta il suo debutto dietro la macchina da presa, “5 è il numero perfetto” con Toni Servillo e Carlo Buccirosso, tratto appunto dall’omonima opera a fumetti da lui firmata nel 2002 e pubblicata da Coconino Press e Fandango.

Igort, come tutti sanno, è l’acronimo artistico del cagliaritano Igor Tuveri, dopo una serie di gioielli come il trittico composto dai “Quaderni ucraini”, “Quaderni russi” e “Quaderni giapponesi”, quindi il più recente e persino più ineffabile “Kokoro – Il suono nascosto delle cose” (editi rispettivamente da Coconino Press e Oblomov). Le sue opere, di cui probabilmente “5 è il numero perfetto” è la più nota, tradotta e premiata, giustamente dimostrano a colori o nero su bianco di quanto l’arte del fumetto non tema oggi confronti con la letteratura, l’arte figurativa, la fotografia e il cinema stesso. Non c’era quindi autore più indicato di lui per comprendere a fondo l’originale cartaceo per restituirne una forma nuova, audiovisiva. Il lavoro di riscrittura sullo schermo si percepisce, inquadratura dopo inquadratura. Il film insomma non è la versione per lo schermo delle tavole, ma una rivisitazione, una reinterpretazione e in certi casi un approfondimento.

La scena iniziale, ad esempio non c’è nella “graphic novel”, mentre dal film, che predilige la narrazione per flashback anziché lineare, è stata espunta la parte più strettamente onirica. O comunque questa non viene visualizzata. Ovviamente non aggiungiamo in questa sede nulla che possa fornire elementi rivelatori sulla trama, perché è giusto così sia nei confronti dell’appassionato di Igort che conosce a memoria ogni tavola di “5 è il numero perfetto”, sia verso lo spettatore che lo scopre ora sullo schermo e di sicuro avrà voglia di leggerlo e ammirarlo anche su carta. In ogni caso con Igort si giunge ad un approccio visionario, grafico, surreale dell’universo camorristico.

In “5 e il numero perfetto” film si assiste a una diversa chiave attraverso cui l’individualismo solitario interagisce con la struttura criminale, ad uno scontro generazione e di concezioni della camorra stessa, vecchia nuova, con un occhio piuttosto all’Eduardo De Filippo de “Il sindaco del Rione Sanità” ridiventato materia cinematografica grazia all’omonimo film di Mario Martone ma anche a “La paranza dei bambini” di Claudio Giovannesi, l’altro al noir americano e francese, senza contare i diretti richiami tra le righe al Martin Scorsese di “Taxi Driver” e al Francesco Rosi di “Lucky Luciano”.

Insomma, il lungometraggio d’esordio, di cui sempre Oblomov ha appena pubblicato un volume “Dietro le quinte” (175 pagine, 21 euro) contenente story-board, apparato fotografico e dichiarazioni dell’autore, è una lezione di autonomia e differenziazione espressiva, nel rispetto dello stile e di una concezione del mondo cupa, dolente e ricca di ingrati colpi di scena. Cui la terza età, il senso retrospettivo di sconfitta, i colori saturi, il malessere criminale come spia di un disegno esistenziale allargato aggiungono materia di riflessione su un presente intrinsecamente e tragicamente nero o “noir” che dir si voglia.

Articolo di Anton Giulio Mancino

* L’articolo è stato pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 2 settembre 2019

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