Sole cuore amore: Vicari racconta le principesse che non hanno diritti

Si muore di lavoro sotto il sole, il cuore troppo affaticato. L’amore, quello per i propri figli e per la propria famiglia: in nome di questo amore le donne si lasciano sfruttare.   

Il titolo del film dice poco, ma bene di questa storia semplice e penetrante. Per l’intimità così fortemente rappresentativa della condizione sociale e lavorativa delle donne di oggi, Sole cuore amore non può non essere considerato un film politico.

Nonostante la macchina da presa segua molto da vicino le sue protagoniste e si conceda lirismi anche evocativi per scandire la ripetitività sfibrante dell’impegno lavorativo, Daniele Vicari riesce a porgere questa storia con un realismo pregnante, schietto.

Eli (un’ottima Isabella Ragonese che sa essere struggente con estrema pulizia delle intenzioni) è madre di quattro figli, il marito (Francesco Montanari) è disoccupato ed è costretta a sostenere il lavoro di barista retribuito a nero e senza che le siano garantiti i suoi diritti di lavoratrice.

Il bar è a più di due ore da casa, in una Roma brulicante ma assente mostrata solo attraverso quella lente di ingrandimento impietosa che è la metro. Nel film la Roma sotterranea si impone in tutta la sua stordente mobilità, lo stridere dei freni sottoterra diventa metafora perfetta delle solitudini che si sfiorano con diffidenza, troppo concentrate a cercare di arrivare velocemente alla meta per accorgersi dell’aria spessa, appesantita dalle condanne silenziose e segrete che i passeggeri si portano dietro.

Vale (una solida Eva Grieco) è una performer che lavora di notte, amica di Eli e pronta ad aiutarla in nome di una sorellanza che pare un vero e proprio codice di sopravvivenza: è un personaggio che risulta poco approfondito rispetto a quello dell’altra donna, forse perché più simbolico, meno definibile perché meno ossessionato dalla responsabilità familiare. Vale basta a se stessa. Ha solo da incontrare raramente una madre che ragiona come una borghese d’altri tempi, ha un’amica coinvolta nei giri di droga e violenza che in certi ambienti sono molto più che stereotipi da osservare.

Eli e Vale sono due donne che si affannano, si sfiniscono, lottano contro uomini violenti, anacronistici e perfino la fragilità del proprio marito, per Eli diventa un ostacolo alla sua serenità: come se dovesse anche scusarsi e sentirsi in colpa perché lei può lavorare e lui no.

Ecco perché si tratta di un film politico e non, come comodamente si preferisce dire oggi, socialeSole cuore amore racconta senza pietismi e senza retorica la menzogna della conquistata parità tra uomo e donna.

Pur con un ritmo che tende a slabbrarsi pericolosamente in alcune sequenze, il montaggio di Benni Atria garantisce un crescendo sferzante che non concede alibi. Riuscire a colpire lo spettatore con una sceneggiatura essenziale, pulita e contemporanea senza crollare immediatamente nella volgarità del banale è davvero un ottimo risultato, specialmente se si riesce anche a rendere plastici e allo stesso tempo umani i personaggi.

Nella sua conduzione non mediatrice, il regista costruisce sul finale un gioco di incastri e sovrapposizioni efficace nel raccontare la lontananza tra queste due donne stanche, lo spazio in cui si muovono e gli altri (che siano passeggeri o spettatori) che le circondano.

Queste donne sono piene di vita, si spengono con il sorriso sulle labbra, come se si stessero solo addormentando: lo spettatore farà certo fatica a dimenticare il volto di Isabella Ragonese nell’ultima inquadratura, perché in quel volto che sembra solo essersi dolcemente addormentato, c’è la profonda tragicità di una vita spezzata dalla fatica del lavoro.

Lavoro, diritti, famiglia, intimità: quanto poco questa società si impegna a rispettare l’individuo?

La scelta di non proporre una risposta e di limitarsi a mostrare il calvario di milioni di donne attraverso queste due storie che si intrecciano a quelle della giovane studentessa Malika o delle persone che Eli incontra in metro, sull’autobus, nel bar risulta per tutte queste ragioni felice e non priva di un forte effetto di avvicinamento dello spettatore alla realtà che si muove per le strade di qualunque città.

Forse troppo volutamente sofisticata la colonna sonora jazz di Stefano Di Battista che, nonostante cerchi di raccogliere nelle note calde e irrequiete tutta la forza vitale di Eli, entra in conflitto proprio con la tensione realista di quegli improvvisi e involontari sobbalzi della macchina a mano, spezza l’incanto cinematografico, come volesse risvegliare lo spettatore.

Sole cuore amore è stato in concorso al Bari International Film Festival 2017 dove Francesco Acquaroli, che non calca mai troppo la negatività tutta umana del suo personaggio, è stato premiato al Festival con il Premio Alberto Sordi per il suo ruolo di insensibile, retrogrado, razzista ma indubbiamente fragile datore di lavoro di Eli.

In occasione della presentazione che ha preceduto la proiezione, il regista ha tenuto a ribadire che il film, già presentato al Festival del Cinema di Roma 2016 e in uscita il 4 maggio 2017, è dedicato a Paola Clemente e Isabella Viola.

Sfinita dalla fatica di lavorare sette giorni su sette con turni impossibili da sostenere al bar che aveva preso in gestione nel quartiere Tuscolano di Roma, Isabella muore nel novembre del 2012 in metro, una domenica mattina. Oggi è affettuosamente ricordata come la principessa di Torvaianica.

Vittima dello sfruttamento del caporalato, Paola muore d’infarto mentre lavora all’acinellatura dell’uva nelle campagne andriesi nel luglio del 2015: è proprio la sua morte ad avere aperto una breccia nel muro di silenzio omertoso sul sistema schiavistico dell’ agricoltura moderna.

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI*

*Quest’articolo è stato pubblicato in una prima versione su Globalist.it il 5 maggio 2017

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