Tindaro Granata: da attore e drammaturgo cerco profondità

Tindaro Granata è un attore di Teatro e un drammaturgo. In questi mesi sarà in scena con Macbeth, le cose nascoste e Ifigenia, liberata, La locandiera e La materia oscura per la regia di Carmelo Rifici e con Antropolaroid, il testo col quale ha debuttato come autore nel 2011. Cura il progetto Il copione: sei drammaturghi, sei copioni, sei appuntamenti dedicati alla drammaturgia contemporanea. Il progetto è ideato dalla sua Associazione Situazione Drammatica con Carlo Guasconi e Ugo Fiore ed è organizzato e promosso in collaborazione con il Teatro de Gli Incamminati e Proxima Res. Il terzo appuntamento è per il 24 febbraio 2020 con Riccardo Favaro e “Ultima spiaggia” cui seguirà il 16 marzo 2020 quello con Caroline Baglioni e “Play”. L’ultima serata è prevista per il 6 aprile con Angela Dematté e il suo “L’officina”. Tindaro Granata racconta il suo percorso, le storie e gli incontri importanti della sua carriera.

Sei in scena con diversi spettacoli in questo 2020.

Ifigenia, liberata

È un momento felice per me, per la mia vita artistica. Antropolaroid compirà dieci anni nel 2021 e io mi preparo per portarlo in scena anche nel prossimo anno. È stato il primo spettacolo che ho scritto io, il primo spettacolo col quale io davvero ho sentito di esistere nel mondo del Teatro. Questo testo rappresenta un momento importante per due motivi: racconta e raccoglie tutta la storia della mia famiglia, del mio popolo, della mia terra e della provincia di Messina. Io mi chiamo Tindaro perché nato a Tindari. Il secondo motivo è che mi ha davvero aiutato a capire cosa volevo io dal Teatro, come e perché avevo questo desiderio di fare l’attore. Sono stato uno scritturato per nove anni prima di cominciare a scrivere e quindi ero sempre alla ricerca di lavoro e di progetti che arrivassero da altri, come capita a tutti gli attori. Ho avuto un debutto felice, lavoravo in un negozio di scarpe e con un mio amico feci un provino con Massimo Ranieri che mi chiese di recitargli qualcosa della mia terra. Io allora scelsi “U pisci spada” di Domenico Modugno, ma non lo cantai, lo recitai proprio. Quella è stata la prima volta che ho messo piede su un palcoscenico. Ranieri mi chiamò come protagonista per Pulcinella di Manlio Santanelli con la regia di Maurizio Scaparro e Ranieri mi ha insegnato veramente tutto, lui è un grande artista, un lavoratore instancabile, un artigiano. Penso che se non avessi avuto lui, non sarei stato su un palcoscenico così: provavamo e tutti i giorni mi insegnava qualcosa di nuovo e di importante. Adesso, guardandomi indietro, penso anche che il mio grande maestro è stato Carmelo Rifici.

Diretto da Rifici, sei in scena proprio in questi mesi con Macbeth, le cose nascoste.

Macbeth, le cose nascoste

Macbeth, le cose nascoste arriva dopo diversi spettacoli insieme, giusto per citarne alcuni: Il Gatto con gli stivali, Giulio Cesare e Ifigenia, liberata. Ecco, Ifigenia è stato uno spettacolo importante: partendo dai testi di Eraclito fino ad arrivare a Girard, attraverso il mito abbiamo cercato la relazione che ogni uomo ha con la violenza. Io e Carmelo collaboriamo da undici anni e di Proxima Res, la sua creatura, sono il direttore artistico da quando lui è stato chiamato alla Scuola del Piccolo di Milano. Macbeth ripropone un gruppo di lavoro solido: Carmelo Rifici con Angela Dematté e Simona Gonella. Noi attori abbiamo cominciato le prove in maniera inconsueta, con una sessione di incontri guidata dallo psicanalista junghiano Giuseppe Lombardi per lavorare sugli archetipi legati al testo e a noi interpreti. Ciascuno di noi ha poi fatto una sessione di un’ora e siamo stati scelti in base a ciò che di Macbeth si voleva analizzare. Quindi ora in scena siamo tre Macbeth, ciascuno di noi rappresenta un momento della vita di questo personaggio: io sono il primo Macbeth, quello dell’innocenza e dell’attaccamento alla terra e al mondo contadino arcaico, poi c’è Christian La Rosa per il Macbeth della ribellione al padre e del regicidio, mentre Angelo Di Genio è il Macbeth della follia, quello che porta in scena quello che a me piace definire una sorta di “nichilismo shakespeariano”. Il pubblico rivive con noi queste sedute di psicoanalisi, sembra quindi che si parli di noi attori, ma in realtà le nostre parole diventano quelle di Shakespeare: ecco che si tocca l’universale.

Nel tuo percorso, il pubblico ha un ruolo fondamentale.

Sì. Specialmente se guardo ad Antropolaroid, Invidiatemi come io ho invidiato voi, Geppetto e Geppetto… Con Antropolaroid ho cominciato ad avvertire il bisogno di parlare di qualcosa che mi appartenesse ma fosse anche di molte persone. Invidiatemi come io ho invidiato voi è ispirato alla storia vera di una bambina uccisa nel 2004 dal compagno pedofilo di sua madre. Vidi una trasmissione su Rai3 e ne rimasi sconvolto, non dormii per giorni. Continuavo a pensare a questa bambina violentata e uccisa a tre anni e mezzo. Dentro di me ho sentito che era il momento di affrontare questo tema. È stato un lavoro complesso da gestire, la cosa che mi ha molto colpito e che mi è rimasta nel cuore è stata la vicinanza con il pubblico: non mi aspettavo mail e messaggi da parsone che si confidavano dopo avere visto lo spettacolo. A quel punto ho chiesto ad una psicologa come potevo rispondere a queste persone: ho capito la potenza del teatro sulla gente, sul loro dolore e sulla liberazione. Geppetto e Geppetto è la storia di due uomini che vogliono diventare padri. Anche questo è stato uno spettacolo importante. All’epoca non era ancora scoppiato il delirio delle unioni civili, della Stepchild adoption, dei pro e dei contro come è accaduto poi nel 2016 … e io ho potuto scrivere questa storia senza essere un autore modaiolo e condizionato. Geppetto e Geppetto viene prima di tutto questo, e io sono stato libero da qualsiasi tipo di giudizio: volevo raccontare un padre che cerca l’amore di un figlio che lo rinnega, era quindi collaterale che questo padre fosse omosessuale e avesse un compagno. Ho deciso di prendere questo spettacolo e di consegnarlo al pubblico facendo un ragionamento senza seguire la logica della cose, ma spostando tutto su un piano emotivo: se fai crescere un figlio per venti anni al tuo nuovo compagno che rapporto avranno questo uomo e tuo figlio? E quello che il pubblico mi ha restituito è stato forte e potente, la gente aveva bisogno di parlare del proprio rapporto con la paternità, i figli…

Antropolaroid

I figli e i padri sono spesso nella tua scrittura.

L’anno scorso, il 18 gennaio 2019, ha debuttato Dedalo e Icaro all’Elfo Puccini di Milano. Quel testo l’ho scritto su commissione della Compagnia Eco di Fondo. Dedalo è il padre di un bambino che non sa volare, Icaro, perché autistico. Ho sempre costruito i miei spettacoli intervistando e incontrando le persone e in questo caso sono stato a Novara, al Centro Angsa. Non è facile parlare e raccontare l’Autismo. Perché è una patologia misteriosa, non è chiara nelle sue manifestazioni. Mi hanno spiegato che la nostra mente cataloga le esperienze e ordina secondo importanza le azioni che svolgiamo. Per un bambino autistico invece questo non è possibile: le sue crisi derivano proprio dal non riuscire a catalogare e ordinare  le azioni. I miei spettacoli mi sono serviti per vivere meglio, per capire meglio la vita.

Che intendi?

Più il tempo passa più non sai le cose della vita e più hai desiderio di scriverne. Questa cosa un po’ mi turba perché non ci avevo mai pensato: tutti dicono che si scrive solo di quello che si conosce davvero, ma per me scrivere serve invece a conoscere quello che non so o credo di sapere. A quarant’anni mi sento diverso e non per l’età. Ci sono cose che ho desiderato, cose per cui ho lottato con tutte le mie forze ma adesso è come se avendo e vivendo un periodo di fortuna immensa, sentissi il bisogno di dovermi raccontare in un altro modo. Prima per me era importante stare in scena. Ora lo è molto di più ma non è una cosa primaria: ci voglio arrivare in modo diverso. Tutto quello che mi bastava prima, ora sento che arriva ad un grado di profondità che non è più sufficiente: voglio arrivare più in fondo. Anche con gli altri, sto molto attento quando parlo: non sono un calcolatore, anzi. Solo comincio a chiedermi sempre più quanto le parole o le azioni modifichino i miei rapporti con gli altri, cosa posso quindi fare per gli altri.

Evidentemente è una forma di sensibilità che si è sviluppata anche con il lavoro di attore.

La bisbetica domata

Ho avuto un incontro importante con delle detenute. Ho lavorato con loro e abbiamo messo in scena il concerto di Mina del 23 agosto 1978, il suo ultimo live. A ciascuna di loro ho dato dei pezzi e loro l’hanno vissuto senza imitare Mina, ma cantandolo in playback. È stato qualcosa di molto emozionante vedere queste donne riprendersi la propria femminilità e il proprio corpo, anche le proprie emozioni. Questo incontro è arrivato dopo La bisbetica domata. Lì pensavo “Devo evitare che qualche donna nel pubblico mi guardi e veda che la sto scimmiottando. Devo essere donna, ma da uomo”. Non ho voluto parrucche, mi sono rasato a zero come Skin, la cantante degli Skunk Anansie. Se non avessi fatto quello spettacolo penso che non avrei lavorato così con quelle donne.

Mi dicevi che la scrittura serve a bilanciare il lavoro dell’attore.

Per me sì: stare sulla scena e lavorare col corpo mi porta fuori di me, per forza di cose. Quindi avere sempre il desiderio di essere egoriferito ad un certo punto porta ad avere anche il desiderio di chiudermi e tornare dentro di me. Non posso rinunciare a queste due cose: mi serve un equilibrio. Non a caso ho cominciato a scrivere nel momento in cui mi stavo allontanando molto da me: non riuscivo a fare teatro e non mi riconoscevo più.

Pensi sempre ad Antropolaroid?

Tindaro Granata

Sì. Se penso che Antropolaroid è arrivato a più di 350 repliche… mi impressiona pensare che è come se per un anno di questi 42 che ho vissuto, fossi stato tutte le sere in scena in questa parte. Per un anno ho raccontato le mie radici, ho portato questo mondo contadino che sta scomparendo nei giorni nostri in città e nei nostri teatri, ho vissuto il rapporto che abbiamo con il nostro passato. Il Teatro è definibile in mille modi: e mille sono giusti, mille sbagliati ma sicuramente c’è un tema comune. Il Teatro è incontro ed è anche memoria. Quando ho scritto Antropolaroid ho pensato “Sto facendo qualcosa che già mi hanno insegnato”. Nello spettacolo infatti c’è persona che sta seduta su una sedia e racconta della storie: mio nonno lo faceva e lo faceva suo nonno, lo hanno fatto i siciliani sotto i borboni e sotto i normanni. La Scuola poetica siciliana è stata fondamentale per tutta la poesia dei secoli successivi. Il teatro è questo: memoria. Per me Antropolaroid è un grande punto di rinascita: lavoro sapendo che c’è un prima e un dopo Antropolaroid. È un grande amore per la storia, una storia che poi non è nemmeno più tua: ho fatto più repliche al nord che al sud e ogni volta mi è stato detto che la cultura siciliana apriva cassetti di memorie che si incontravano e anche tra generazioni vedere questo incontro è meraviglioso.

E tu osservi molto i giovani.

Tindaro Granata

Certo, infatti ho deciso di chiamare giovanissimi autori di teatro per il progetto Il copione. Ho fondato una piccola Associazione che si chiama Situazione Drammatica: ironicamente, perché quella del Teatro è una situazione drammatica, ma anche letteralmente perché si parla di drammaturgia. Con me collaborano Carlo Guasconi e Ugo Fiore, entrambi talentuosi autori e attori. Il nostro format è questo: una volta al mese chiamiamo un autore e lo spettatore, invece di comprare il biglietto, compra il copione della serata. L’autore parla del suo lavoro e poi gli attori al leggio leggono il testo. La cosa straordinaria è che con gli attori, leggono anche gli spettatori che seguono dal loro copione. Allora tu vedi 130 persone che girano le pagine contemporaneamente, senti il suono magico di 130 copioni che si muovono insieme: attore e pubblico si accordano e lo spettatore diventa parte integrante del rito. Tutto questo accade allo Spazio Banterle di Milano. Io sono davvero felice se riesco a creare incontri, se riesco a vedere anche i giovani lavorare e proporre le loro storie: sono stato fortunato nella mia carriera, perché non condividere questa fortuna?

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI

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