Francesca Romana Recchia Luciani è professoressa associata di Filosofie contemporanee e saperi di genere presso l’Università di Bari “Aldo Moro” e delegata del Rettore UniBA alle attività universitarie contro le discriminazioni etniche e di genere. Ha scritto saggi e monografie su Max Weber, Ludwig Wittgenstein, Peter Winch, Hannah Arendt, Primo Levi, Günther Anders e, da ultimo, una monografia su Simone Weil. Tra filosofia ed esistenza (2012) e il manuale (curato con A. Masi) su Saperi di genere. Dalla rivoluzione femminista all’emergere di nuove soggettività (2017). Dirige la collana del Melangolo (Genova) Xenos. Filosofia, fenomenologia e storia dell’alterità, per la quale ha recentemente curato (con N. Mattucci) il volume Obsolescenza dell’umano. Gunther Anders e il contemporaneo (2018),e co-dirige “Postfilosofie. Rivista di pratiche filosofiche e di scienze umane”. Prevalente interesse di ricerca è lo studio delle teorie femministe e post-femministe, delle questioni di genere, delle filosofie delle donne, e per questo si è fatta promotrice di svariate iniziative volte ad approfondire e a favorire la divulgazione di questi studi. È ideatrice e direttrice del “Festival delle Donne e dei Saperi di Genere”, ambito di ricerca, approfondimento e disseminazione dei temi legati alle soggettività femminili e alle trasformazioni delle identità sessuali e di genere, giunto, con cadenza annuale, alla VIII edizione (2019). Ha di recente curato una raccolta di saggi di Jean-Luc Nancy intitolata Del sesso (Cronopio, 2016) e in seguito co-tradotto, curato e introdotto dello stesso autore Sessistenza (Il Melangolo, 2019), è anche autrice di contributi e interventi sul tema della violenza di genere. Dal 2016 è ideatrice e direttrice dello Short Master dell’Università di Bari su “Teoria e didattica dei diritti delle differenze. Femminismi e saperi di genere” che nell’A. A. 2018-19 vedrà la sua terza edizione.

Altro preponderante filone di ricerca è l’ermeneutica dei totalitarismi e lo studio della Shoah che ha affrontato in varie pubblicazioni: ha tradotto, curato e introdotto il libro di Joža Karas, La musica a Terezín 1941-1945 (2011); nel 2007 ha curato e introdotto, con F. Fistetti, il volume collettaneo H. Arendt. Filosofia e totalitarismo; nel 2013, con L. Patruno, la raccolta di saggi Opporsi al negazionismo. Un dibattito necessario tra filosofi, giuristi e storici; nel 2014 e in nuova edizione nel 2015 ha pubblicato La Shoah spiegata ai ragazzi; nel 2016 ha curato e introdotto con C. Vercelli il volume collettaneo Pop Shoah. Immaginari del genocidio ebraico. Sin dal 2013 ha ideato e coordinato, per conto del DISUM Dipartimento di Studi Umanistici, il Corso di Storia e Didattica della Shoah presso l’Università di Bari, giunto già alla VII edizione.

Qual è il bilancio di questa ottava edizione del Festival delle Donne e dei Saperi di Genere, in termini di ricerca e di riscontro con il pubblico?

Credo che si possa tracciare un bilancio assolutamente positivo, in attivo in tutti i sensi. Quest’anno avevamo un obiettivo: concentrare il Festival in un tempo più limitato del passato (ricordo che nelle scorse due edizioni il Festival si è protratto per circa tre settimane), ma intensificarne i contenuti, l’idea era quella di un’alta concentrazione di idee in massimo dieci giornate. Ci siamo riuscite, e a giudicare dalla qualità degli ospiti, dagli esiti del lavoro di ricerca e dalle presenze assidue e motivate del pubblico direi che il bersaglio è stato centrato. Le tre giornate con Emily Apter e Jean-Luc Nancy intorno a Sessistenza, il congresso di fondazione della rete nazionale GIFTS (studi di Genere, Intersex, Femministi, Transfemministi e sulla Sessualità), le proiezioni sulla cinematografia intersezionale e queer testimoniamo l’indiscussa eccezionalità e la peculiare qualità della proposta culturale.

Il corpo oggi è più che mai territorio di guerra. Penso ai tanti casi di violenza, di stupro e di offesa. Come lo studio di genere può intervenire nell’educare al rispetto per la carne, e quindi lo spirito, dell’altro?

I saperi di genere, finalmente intrisi di femminismo e di nuove sensibilità, sono oggi il terreno più avanzato del dibattito intorno ai diritti umani poiché riguardano l’essere umano nelle sue espressioni esistenziali più intime e personali e nella sua indissolubile unità fisico-mentale (la dualistica distinzione metafisica tra sostanza carnale e sostanza spirituale è del tutto insostenibile almeno a partire da Freud direi, ma in realtà anche da molto prima). Il corpo umano è ontologicamente vulnerabile, esposto alla sofferenza e alla morte, ma anche al piacere e alle relazioni. Questa sua intrinseca apertura al mondo rende l’ambito della sessualità e dell’identità di genere particolarmente sensibile alle aggressioni di chi non riconosce agli umani il rispetto che si deve a ogni essere nella sua singolarità e unicità. Inoltre, sono proprio gli studi di genere femministi e transfemministi a consentire l’acquisizione di una visione olistica di ciascuna individualità, a partire proprio della sua precipua relazionalità che fa del corpo singolo il nesso con il mondo e con le altre individualità.

Il nuovo femminismo verso che direzione si muove? Capita spesso di scoprire tra le donne che si definiscono femministe movimenti contraddittori: da un lato si cerca sempre il rifugio all’ombra di un uomo per ottenere un ruolo di potere o visibilità o credibilità, dall’altro spesso si fomentano il commento sessista nei confronti del corpo maschile e un odio malcelato nei confronti del maschio.

Io frequento molte femministe e molto femminismo (in senso teorico, studiandone i testi e i documenti) e francamente non ho affatto ricavato questa impressione. Se si tratta di autentico femminismo, esso non dà cittadinanza a ipocrisia né tantomeno a odio contro gli uomini. C’è una grande confusione, credo, tra chi usa termini di cui ignora la portata e le conseguenze pratiche, come coloro che scambiano il femminismo per il contrario del maschilismo. È fin troppo facile dimostrare che si tratta di inconsapevolezza o banalmente di mera ignoranza. Il femminismo oggi è una necessità culturale e un inevitabile orientamento politico poiché lottare per i diritti delle donne oggi e per la loro liberazione dalle logiche patriarcali significa desiderare un mondo migliore per tutte, per tutti e per chiunque, comprese le soggettività LGBTQI+ e per gli uomini stessi. La rivoluzione femminista, insieme a quella ecologista, è l’unica che oggi può ragionevolmente cambiare il futuro dell’umanità impiantandolo sul rispetto e l’uguaglianza. E non bisogna guardare solo all’Occidente, dove possiamo forse nutrire l’illusione dell’emancipazione femminile, ma alla situazione globale, dove la temibile persistenza del più vetusto patriarcato, soprattutto in certe aree del mondo, fa facilmente apparire davvero indispensabile una lotta femminista trasversale e transnazionale. 

Parlare del corpo e del sesso, significa affrontare anche il desiderio. Spesso si parla di educazione sessuale per i giovani, ma non si parla quasi mai di educazione all’affettività (se così si può ancora definire un percorso per il rispetto e la cura nei confronti della persona altrui nella dinamica relazionale).

Non si tratta di contrapporre educazione sessuale ad educazione all’affettività, che poi non so bene cosa  significhi. I sentimenti non sono oggetto di apprendimento e francamente credo che la scuola non possa essere investita di un compito così gravoso, il rispetto invece lo è e dunque è da lì che occorre partire. Educare alla conoscenza del corpo proprio e altrui, alla sua natura di luogo mondano e relazionale, a rifuggire ogni forma di violenza e sopraffazione, subita o esercitata, credo sia il solo modo che abbiamo per trovare un terreno comune con le giovani generazioni su questi temi. Rompere il gioco noioso e ripetitivo degli stereotipi sessuali, scoprire il valore insopprimibile della singolarità nella sua essenza plurale (poiché ogni essere umano è un mondo), superare la sessuofobia imposta dalle tradizioni, aprirsi alle differenze, amare e apprezzare le diversità è la sola lingua che possiamo imparare a parlare per salvarci. Chi teme questa nuova educazione rispettosa di ogni identità di genere e di ogni orientamento sessuale vuole solo conservare antichi privilegi sessisti, maschilisti, patriarcali.

Intersezioni e apertura al futuro, interrogando il presente. Perché oggi sembra di precipitare nell’incapacità di incontrare l’altro/a da sé e di rispettarne la libertà, cosa sta accadendo al nostro tempo?

Il femminismo intersezionale è la risposta al nostro turbamento presente. Il suo radicalismo è una necessità storica. Quando abbiamo deciso di intitolare questa edizione del Festival “Nel segno delle intersezioni” abbiamo assunto l’idea di parlare di intersezionalità come di un metodo, un’attitudine euristica ad assumere i corpi a partire dalla loro densità carnale e dalla loro performatività relazionale, dalle loro inter-azioni (inter-sezioni) che hanno la capacità di trasformare il mondo. Un femminismo desiderante e intersezionale (come amo definirlo) che si fa carico delle forme sovrapposte di discriminazione che ogni singola persona esperisce simultaneamente attraverso le proprie diverse appartenenze (sesso, genere, classe sociale, etnia, orientamento sessuale, età, abilità/disabilità) e che si oppone sistematicamente al patriarcato e alla misoginia al potere, i quali mirano solo al controllo delle esistenze e alla soppressione delle differenze. Con lo stesso obiettivo è nata, proprio nel Festival, la rete nazionale e transdisciplinare GIFTS sugli studi di genere, intersex, femministi, transfemministi e sulla sessualità, che raccoglie oltre 200 studiosi/e e attivisti/e, provenienti da svariate aree d’indagine e settori scientifici, oltre che da tutte le Università italiane e da centri di ricerca indipendenti. Una rete nazionale finalizzata a sostenere e diffondere questi studi in ogni ambito del sapere, accademico e non accademico, e a rendere l’Università un’istituzione accogliente contrastando precarietà, sessismo, razzismo, abilismo, lesbo-gay-trans-bi-pan-intersex-esclusione, il cui primario obiettivo è quello di  promuovere al massimo grado la funzione critica di questi saperi perché operino in senso trasformativo nella società e nell’Università.    

Come è nata la collaborazione con Nancy e come si è sviluppata nel progetto “Sessistenza”?

Grazie per questa domanda, mi piace l’idea di definirla “collaborazione”. In effetti si è trattato proprio di questo: quando nel 2016 Jean-Luc Nancy è stato a Bari per la prima volta al Festival delle donne e dei saperi di genere ha tenuto una doppia lezione intitolata Sexistence, da cui è nato un piccolo libro (in verità sgorgato dalla mia impertinente proposta lanciata dinanzi ad un caffè mentre ci trovavamo, in una bella giornata di sole di maggio, con Jean-Luc, sua moglie Hélène e l’amica francesista Ida Porfido, traduttrice del saggio Sexistence in quel volume, a pochi metri dalla splendida e candida cattedrale di Trani) da me curato e accompagnato da una mia postfazione intitolata “Pensare il sesso”, pubblicato da Cronopio, casa editrice napoletana che ha pubblicato molte opere del filosofo strasburghese per lo più curate da Antonella Moscati, che è peraltro l’amica che mi ha presentata a Nancy. Quel volume raccoglie quattro brevi e densi contributi di Nancy (scritti nell’arco di quasi dieci anni) sotto il titolo Del sesso, ma nel 2016 la sua riflessione intorno a questo tema era allora appena ricominciata, e si è poi sviluppata nella bellissima opera Sessistenza uscita in Francia nel 2017 e da me co-tradotta, curata e introdotta per il Melangolo, in libreria da circa un mese. Quando ho incominciato a preparare l’VIII edizione del Festival mi è parso del tutto naturale chiedere a Nancy di tornare a Bari per riflettere ancora una volta ad alta voce con noi, proprio qui dove Sessistenza aveva in qualche modo intrapreso il suo percorso. E lui, come al solito generosissimo, mi ha proposto non solo una bellissima lezione  (“Transontologia”, la traduzione italiana si trova nel fascicolo speciale dedicato al Festival 2019 allegato al numero di aprile della rivista dell’“Indice dei libri del mese”), ma per di più mi ha anche proposto di invitare la filosofa americana Emily Apter a dialogare con lui qui da noi per la prima volta. Emily è stata una fantastica scoperta, anche lei acuta e generosa, ha dato un contributo fondamentale al Festival con le proprie riflessioni (una introduzione ad esse si trova nel saggio Sessistenza: una teoria dell’ontologia sessuale, anch’esso tradotto in italiano nel fascicolo speciale dell’Indice dei libri del mese dedicato al Festival 2019). Le loro originali lezioni e questo inedito dialogo sono stati un dono prezioso che ha reso questa edizione del Festival un evento del tutto straordinario nel panorama filosofico internazionale facendo di Bari un’avanguardia dell’attuale riflessione.    

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI

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