Federica Fracassi, Polytropon, Voix

La Monaca di Monza: il testo distopico di Testori che interroga Dio

© Laila Pozzo

Fra i più importanti intellettuali italiani del Novecento, Giovanni Testori porta in teatro nel 1967 la figura della Monaca di Monza: figura storica di grande complessità prima ancora che personaggio dei Promessi sposi. Nella versione di Testori come in soggettiva cinematografica la protagonista, da morta, rivive la vicenda fin dal suo proprio concepimento avvenuto con atto brutale del padre su una delicata figura di madre, per poi passare a rievocare il disperato amore per Gian Paolo Osio, vero e proprio eroe nero e sanguinario che finisce i suoi giorni barbaramente trucidato.Valter Malosti e Federica Fracassi, entrambi pluripremiati dalla critica italiana, tornano a lavorare insieme portando in scena la confessione di Marianna De Leyva e concentrando il dramma di Testori su un triangolo: oltre alla protagonista, l’amante Gian Paolo Osio e la conversa assassinata dai due per metterla a tacere. I tre personaggi sono in realtà già morti. Parlano come revenants, isolati ognuno nel proprio flusso di coscienza.
Malosti dirige la Fracassi, interprete sensibile alle nuove drammaturgie, votata alle scritture più visionarie, feroci, poetiche degli ultimi anni e già intensa interprete dell’universo femminile testoriano (nei panni di Erodiàs, Cleopatràs e Mater Strangosciàs).

La Monaca di Monza sarà in scena dal 5 febbraio al 29 marzo 2020 in una tournée che toccherà Torino (Teatro Astra), Pesaro (Teatro Sperimentale), Ascoli (Teatro Filarmonici), Bologna (Arena del Sole), Cremona (Teatro Comunale Casalmaggiore), Brescia (Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri)

Quello con Testori è stato un incontro tanto desiderato per me e anche temuto, un banco di prova che mi porta ogni volta a pormi domande e a migliorarmi e quindi un appuntamento che tento di tenere vivo e di rinnovare nel tempo. È anche, e lo è incredibilmente non avendolo conosciuto, un rapporto di grande affetto. Sento un calore, una vita incredibile nell’accostarmi alla sua opera e forse attraverso una magnifica relazione con la sua famiglia e con l’Associazione Testori, ai quali sarò sempre grata per il sostegno profondo che danno a ogni progetto, mi sembra di conoscerlo un po’, di avere preso un the nel suo giardino, sì, di conoscerlo… un po’ di più, di abbracciarlo.

Di Erodiàs mi rimane la dimensione fisica, intesa in senso ampio, avendola esplorata a vari livelli: lo spazio, il corpo, la parola.

La parola di Testori quando si inerpica nell’idioletto, nell’invenzione di una lingua ibridata e nuova, ricerca un corpo in cui incarnarsi. È parola di carne, di sangue, di radici lombarde, che sono poi, casualmente e fortunatamente anche le mie. È una parola che vuole il corpo e l’anima dell’attore e li mette in gioco. È proprio nel pronunciarla che l’attore si trova costretto a respirare, a sputare, a sincopare in un certo modo, con uno sforzo e una vitalità assoluti e questo dà corpo alla parola e al contempo costringe il corpo alla parola, ad un gesto atletico interno e misterioso, che è ancora più forte di tanti orpelli ginnici esteriori. È nel ricercare questo equilibrio fragilissimo che il mio corpo a volte ha dovuto contenere degli slanci e donare tutta la sua irruenza alla voce. E anche lo spazio che mi ha creato intorno Renzo Martinelli, che mi ha diretta, è stato come un circo vuoto, in cui la dimensione fisica è stata esaltata in ogni dettaglio. A partire dalla scelta del body rosa, che era l’unico indumento che mi vestiva, permettendomi una laica offerta.

Il passaggio a La Monaca di Monza non è stato traumatico, anzi ho portato con me, senza azzerarla, tutta l’esplorazione precedente. Sento di aver fatto due passaggi fondamentali. Il primo dettato dalla natura stessa del testo che in questo secondo caso è in italiano e dunque ha in sé un’ulteriore difficoltà data dalla complessità della costruzione della frase testoriana. A Testori non importa proteggere un supposto dettato teatrale, farsi paladino delle “regoline”. Testori inventa, crea e si permette, anche quando siamo di fronte a un suo testo teatrale, di scrivere passaggi che a prima vista potrebbero appartenere a una forma più saggistica, filosofica, teologica: secondarie, subordinate, un lessico letterario. È arduo farne corpo e sangue, più arduo di quando si mastica il suo idioletto che essendo invece vicino ai dialetti affonda le sue radici nella poesia…per assurdo nella canzone più che nella prosa. Però, al tempo stesso, Testori ha un potere di creazione dell’immagine di rara forza che trascina l’attore in dimensioni visive e uditive che possono essere immediatamente restituite dalla recitazione. Il secondo passaggio tra i due spettacoli è legato a un’ulteriore rarefazione del gesto su cui ho lavorato ne La Monaca, ma ne parlerò più diffusamente in seguito, anche perché è anche collegato alla scelta registica di Valter Malosti.

Il testo de La Monaca di Monza è totalmente distopico. La Monaca è morta, è un mucchio di ossa che si rialzano dalla terra per parlare, una sorta di revenant che, sola, ha la forza di attrarre a sé altri fantasmi, quelli che sono stati gli amori e gli odii della sua vita, per accompagnarla a rivivere insieme la sua storia, a un livello diverso però, un livello che presuppone una grande bestemmia rivolta a Dio. Marianna De Leyva (vero nome di Suor Virginia) sa che il verbo si è fatto carne secondo i dettami della Croce, ma pretende che la carne, la sua carne martoriata si faccia verbo, si faccia narrazione e che Dio la sopporti, che Dio prenda la croce su di sé. Non le basta la parabola di Cristo. Dio è colpevole perché in fondo non ci ha salvati. Dio ha la scelta di liberarci dalla carne, da questa prigione di dolore e di passione per farci davvero simili a lui, o di farsi lui carne, esattamente come noi e come noi soffrire. Per operare questo racconto i personaggi e le situazioni sono continuamente rimbalzati tra passato vissuto e presente inventato come in un Giudizio Universale ultimo che non può risparmiare nessuno.

Questo progetto è nato insieme a Valter Malosti qualche anno fa, quando Paola Pedrazzini mi ha chiesto di realizzare una lettura de La Monaca per il teatro di Monza che dirigeva. In quel caso abbiamo sperimentato la possibilità di un adattamento per tre personaggi, riducendo di molto l’impianto testoriano originario, un adattamento che poi Valter ha portato a compimento con grande intuito drammatico e che io ho collaborato a perfezionare. Io e Valter abbiamo una consuetudine alla collaborazione, è il terzo progetto che ci vede uniti dopo Corsia degli Incurabili di Patrizia Valduga e La Signorina Giulia di August Strindberg e c’è tra noi una fiducia e un sentire così simili che condividere lo sviluppo progettuale a tutti i livelli è molto gratificante, è un processo gioioso. In scena dunque ci sono solo la Monaca, impersonata da me, il mio amante Gian Paolo Osio, che è stato impersonato da Vincenzo Giordano e ora lo è da Davide Paganini, e la giovane conversa (Giulia Mazzarino), la prima vittima della nostra piccola catena di omicidi atti a proteggere la nostra storia clandestina.

A partire da questa intuizione Valter ci ha rinchiuso in tre teche (create da Nicolas Bovey), come fossimo tableaux vivent, sculture del Sacro Monte di Varallo tanto care a Giovanni Testori o apparizioni di Bill Viola, imprigionati in celle che ci condannano alla solitudine, che è stata poi quella vissuta da Marianna in convento prima e nella cella detentiva del Monastero di Santa Valeria poi, dove è stata rinchiusa per quattordici anni senza la possibilità di vedere alcuno. Questa struttura, insieme alla partitura precisissima di suoni e rumori che accompagnano ogni nostro respiro, in un approccio estetico proprio della ricerca di Malosti, amplifica il nostro lavoro di ascolto e di accordo con l’altro e ci spinge a una dimensione di rapporti trascendente e fantasmatica seguendo l’indicazione inconscia del testo.

Il lavoro con i miei compagni di scena è stato fatto per un lungo tempo insieme, a tavolino, nella costruzione con Valter Malosti e Fabio Cinicoladi una partitura quasi operistica e poi abbiamo affinato l’ascolto reciproco nella distanza, su un accordo invisibile a noi, ma precisissimo per lo spettatore. Questo accordo è anche fisico. Dobbiamo agirlo insieme intuendolo, perché non possiamo vederci. Dobbiamo cantare con voci diverse in uno stesso viaggio. È dunque stato necessario trovare anche uno stile che ci accomunasse, un’estetica, pur nella diversità dei nostri personaggi.

 Anche questo adattamento dà al testo un’andatura monologante, mette dei monologhi e dei punti di vista in dialogo, quindi in questo senso ho portato con me il lavoro su Erodiàs facendolo in qualche caso cortocircuitare con le altre voci, ma con un tiro lungo di discorso che semplicemente, più che rispondere all’altro, in certi casi si sospende. Malosti ha scelto di farci parlare davanti a microfoni ad asta ed è stato dunque necessario lavorare tre volte tanto sulla gestualità, che deve essere viva, ma precisissima, con un fuoco netto sulla voce. In questo processo è stato di grandissimo aiuto Marco Angelilli che ha seguito il nostro lavoro espressivo in particolare sulle mani. Abbiamo studiato a lungo la pittura di Gaudenzio Ferrari, la Madonne, gli Angeli. Anche gli abiti di Gianluca Sbicca, che sono come corazze che ci disegnano nello spazio, hanno aiutato a rarefare il gesto e a rendere essenziale ogni dettaglio.

Testori è in fondo tutte le sue eroine. È innamorato di Dio, innamorato di Cristo, ma al tempo stesso lo odia, lo prende a pugni come nei quadri dei suoi pugilatori, perché sente che Dio chiude gli occhi davanti allo strazio insensato della condizione umana. Quello di Erodiàs è un Dio lontano e totalmente sconosciuto, un Dio quasi pagano che non partecipa alla vita degli uomini, ma li lascia liberi in questa distanza e il cui potere viene improvvisamente scalzato dall’arrivo di un profeta, il Battista, che preannuncia l’avvento un nuovo Dio: un Dio di carne, più vicino, umanissimo, pronto al perdono, che però pur essendo di carne rifiuta la passione, l’amore carnale. Parliamo di un Dio che non si fa abbastanza uomo, che non sente il vero strazio della condizione umana e questo, credo, sia il Dio di Testori, lo stesso Dio che Erodiàs non riesce a comprendere e che la Monaca bestemmia. Dio nella Monaca viene chiamato a prendere una posizione, a fare un atto di coraggio e di responsabilità nei confronti dell’uomo. Ma lo spettacolo si chiude con una preghiera che è anche una bestemmia…non sentiamo la risposta di Dio, che rimane muto.

Non saprei identificare un Dio in teatro. Credo che il teatro sia un luogo sacro, inconoscibile, uno spazio divino che è spazio di creazione. Credo che non si possa che pregare laicamente, essere sacerdoti quando si è su un palco, tendere a qualcosa di sempre più alto, anche se forse ci sfuggirà.

ARTICOLO DI FEDERICA FRACASSI

Foto di scena © Noemi Ardesi

SITO WEB UFFICIALE DI FEDERICA FRACASSI: http://federicafracassi.it/

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