… Che Dio perdona a tutti! (2026) di Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif) è un film che si annuncia dal suono. Si apre con Nel cor più non mi sento di Paisiello, passa per il Valzer postumo in la minore B 150 di Chopin, per il Träumerei di Schumann suonato da Martha Argerich, arriva fino al Largo del BWV 1056 di Bach e poi si lascia marchiare dalle musiche di Santi Pulvirenti, che del cinema di Diliberto conosce il respiro e ne accompagna da sempre il passo, sigillandone le scene come accadeva già in La mafia uccide solo d’estate (2013). Resta perfino il rimpianto per ciò che non c’è: Dettagli di Ornella Vanoni, che il regista ha evocato con affetto durante l’incontro al Multicinema Galleria di Bari del 10 aprile, dopo la proiezione. Sarebbe stato un colpo di grazia.

Quello di Diliberto, ormai, è il cinema di un autore maturo. Lo si vede anche da un fatto semplice: la sala da trecento posti è piena. Ci sono i giovanissimi che si fanno chiamare Pif pure loro, e c’è la generazione oggi più chiamata in correità, quella degli anni Settanta. La sera prima una vicina di poltrona mi aveva detto: “Siamo esaurite, signorina mia, per questo veniamo al cinema. Speriamo che ci faccia ridere, perché basta vedere il Parlamento per strapparsi i capelli”. E infatti Pif fa ridere. Solo che non si ferma lì. Fa anche pensare. E non è poco, di questi tempi. Benedetta allora la commedia all’italiana, quando qualcuno si ricorda ancora come si fa.
I suoi quadretti siciliani di notabili della ex Democrazia Cristiana — ex, poi, fino a un certo punto, visto che continuiamo a esserne circondati e questo Paese continua a marcire in saldo doroteismo, sotto un’egemonia andreottiana mai davvero finita — sono girati con precisione, ma senza cinismo. C’è un filo di cattiveria, sì, ma è la forma che prende l’esasperazione. Il gioco di parole è inevitabile: certe sequenze sono girate e recitate da Dio. Il cast è formidabile nel restituire la tracotanza immarcescibile del partito che non cede, dei figliol prodighi che si fanno la galera ma non si pentono dei propri affari mafiosi, dell’omertà devotissima di chi si professa figlio di Dio e poi disprezza migranti, poveri, senzatetto. Del resto funziona sempre così: gli ultimi vanno benissimo, purché restino a distanza di sicurezza.
Il film di Pif colpisce proprio qui: ritrae senza infingimenti una parte consistente della classe dirigente e mediatica italiana, quella che accende un cero, invoca Cristo e magari spera pure che qualche concorrente a un concorso pubblico venga fulminato dalla provvidenza, così da lasciare campo libero ai raccomandati di casa. Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale, certo. Peccato che in Italia non esista quasi nessuno che, almeno una volta nella vita, non abbia avuto a che fare con qualche illecito concorsuale o con il sospetto più che fondato della sua esistenza. Religione come superstizione di ceto, devozione come tecnica dell’interesse, cattolicesimo come copertura morale del privilegio: Diliberto sa esattamente dove mettere il dito, e lo mette senza fare il santino dell’indignazione. La piaga brucia. Qualche spettatore o spettatrice esce persino dalla sala mormorando: “Ah, però, qualche scena sulla conversione di Arturo io l’avrei tagliata, così è troppo allusiva”.

Ma il talento di Diliberto, ancora una volta, sta nella delicatezza. Ti tranquillizza con la ricotta — che potrebbe anche essere, senza esagerare, una prova dell’esistenza di qualcosa di superiore all’umanità transeunte — e poi ti fa sorridere della debolezza di Arturo, ti costringe a guardare le fragilità di Flora, che qui è meno angelicata e più contraddittoria rispetto ad altri personaggi femminili del suo cinema. Giustamente. Perché anche le donne, in questa società di ipocriti predicatori, sanno essere sacerdotesse rigorosissime del culto dell’opportunismo, custodi feroci dei propri orticelli, esecutrici impeccabili della distruzione altrui in nome dell’ordine, del decoro, della rispettabilità e dell’ostensione di valori solo nominali. Il patriarcato, in Italia, non si regge solo sui maschi: si regge anche sulle sue fedelissime maestrine.
E poi c’è il cinema che questo film convoca, senza esibirlo come repertorio morto, anzi. La sequenza della Via Crucis e, più in generale, l’intera vicenda di Arturo innamorato che si impegna per credere non possono non richiamare Amici miei – Atto II, con l’architetto Melandri che si fa crocifiggere in parodia. Solo che qui Arturo non ha bisogno di complici: si immola da sé, e a lapidarlo non serve un Conte Mascetti, ci pensa direttamente la Madonna. Aurora Quattrocchi, va detto, è semplicemente strepitosa. Così come Domenico Centamore, il cui “Signore” richiama insieme Stracci de La ricotta di Pasolini e certi corpi disperati del cinema di Ciprì e Maresco (la memoria va al compianto Marcello Miranda, protagonista, tra gli altri, di Totò che visse due volte). E non è un dettaglio da poco.

Anche il montaggio segna un avanzamento rispetto alle opere precedenti. Il ritmo qui è più meditativo, meno frenetico che altrove. Come se Arturo Giammarresi arrivasse qui alla fine di un ciclo aperto con La mafia uccide solo d’estate (2013), proseguito con In guerra per amore (2016) e complicato dal passaggio, più duro e problematico, di E noi come stronzi rimanemmo a guardare (2021). Tornare all’omonimo romanzo pubblicato da Feltrinelli nel 2018, allora, non significa ripiegarsi sul già detto: significa constatare che il Paese, nel frattempo, non è cambiato abbastanza da rendere obsoleto quel discorso. Anzi.
A essere cambiata, semmai, è la presenza di Papa Francesco. Rimane l’assenza di una voce che incoraggiava a distinguere la fede dalla sua caricatura sociale, la religione dalla sua oscena esibizione. Resta l’assenza di quel: «Pregate per me!» e di quei passi tra la gente, perché Francesco, come il suo nome annunciava, confermava la propria vocazione nella prossimità. Perché essere cristiani non non ha mai significato limitarsi alla pratica rituale, accendere candele e fare voti per ottenere potere, denaro, sistemazioni e rendite (a spese degli altri, che, guarda caso, sono sempre i più poveri e gli indifesi), cioè trasformare il culto in uno strumento ricattatorio. Ha sempre voluto dire assumersi il rischio della prova. E invece l’italiano medio al potere continua a scoprirsi osservante solo quando il culto non costa nulla: una processione, un lutto ostentato, una citazione del Vangelo strategica, una lacrima pronta all’uso. Poi però, quando si tratta di accogliere lo straniero, sostenere il povero, riconoscere dignità a chi non conta perché non ha tessere di partito e non appartiene ad alcun gruppo egemone, allora la passione di Cristo può tranquillamente attendere.
Eppure quel Cristo, nel Vangelo (che Pasolini annoverava tra le opere più alte dell’ingegno umano), una cosa molto concreta la fa: entra nel tempio e caccia i mercanti. Il film di Diliberto, nel suo piccolo, ci ricorda che il problema è sempre lo stesso. I mercanti sono ancora lì. Pregano pure. E, soprattutto, votano. Peccato che un film non possa fare miracoli. Oppure, nel deserto morale del presente, forse sì: almeno quello minimo di ricordarci che la commedia, quando è vera, non consola. Manda il boccone di traverso al potente ipocrita seduto in poltrona una fila davanti a noi.
ARTICOLO e FOTO DI IRENE GIANESELLI
